Non finirá mai sui giornali, credo, perché troppo complicato da spiegare e in fondo non molto interessante di per sé - il link è qui. Ma è una di quelle notizie che dovebbero far pensare, perché d'altra parte tutti stanno aspettando l'annuncio da parte della Nasa del grande e storico ritrovamento fatto su Marte - dovebbe avvenire lunedi. Può darsi, ma io non ci credo, che lunedí o chissà quando dicano di aver trovato segni di vita sul pianeta rosso. Ma intanto qui, su quello blu, altri ricercatori hanno trovato la vita in un posto che sembrerebbe peggio di Marte, un lago antartico coperto di ghiaccio da migliaia di anni. Sono ovviamente batteri di un qualche tipo, che riescono a sopravvivere lontani da ogni fonte di energia, almeno apparentemente. Eppure, sono in grado di estrarre qualche stilla di differenza di potenziale da processi geologici lentissimi, e sono in grado in questo modo di costruire un ecosistema, per semplice che sia. Questo dice molto della resilienza dei processi viventi, della quasi inevitabilità della vita, della strana proprieta di trovare sempre un angolino da cui estrarre energia, e soprattutto di come sia probabilmente più saggio dare un po' di denaro anche a queste ricerche "marginali" senza spendere tutto in missioni su altri pianeti prima di aver finito il lavoro sul nostro. Se pensiamo che il famoso British Antarctic Survey ha corso il rischio di essere ridimensionato se non di scomparire del tutto qualche settimana fa, allora è ovvio che c'è qualcosa di sbagliato nel mindset dell'umanità, quando si tratta di ricerche.
Blog di scritti, pensieri, ruminazioni su scienza, ambiente, giornalismo e variazioni sul tema.
27 novembre 2012
22 novembre 2012
La fine dalla vicenda? O l’inizio di un’altra?
È stata la nascita di un coacervo organizzato da parte di pochi volontari che quasi per scommessa hanno raccolto una serie di domande non necessariamente provenienti da espertissimi degli argomenti. Le domande sono quindi generiche e in apparenza banali. Devi anche pensare che il tutto è stato creato in una settimana, dal suggerimento di copiare science debate americano (www.sciencedebate.org) alla creazione del gruppo su Fb con tutti gli annessi e connessi, come sondaggi e liste. Tieni anche presente che il tutto sarà presentato anche alle primarie del centrodestra e a tutte le altre che ci saranno. Per le politiche stiamo organizzando un sito che raccolga un maniera più chiara e meno entropica altre domande, magari più ragionate.
Né si può ignorare che per questo motivo il Protocollo di Kyoto e le sue successive evoluzioni non hanno funzionato in modo soddisfacente: non si sono significativamente ridotte le immissioni, mentre si è prodotto qualche guasto economico attraverso i meccanismi compensativi all'interno dei paesi.
| Reazioni: |
18 novembre 2012
Broken arrow
![]()
Una delle idee più consolidate e diffuse nella storia dell'umanità è che il passaggio da natura animale a natura umana sia stato una specie di salto quantico (qualsiasi cosa voglia dire), una differenza abissale tra un "prima" e un "dopo" in cui tutte le cose cambiano perché per una qualche ragione nel nostro cervello è scattato un qualcosa che lo ha fatto diventare migliore. Un passaggio estremamente veloce, almeno secondo i tempi evolutivi che tutti pensano si misurino nel giro di centinaia di migliaia di anni, se non milioni. Proprio per questo scatto di velocità che tutti danno per scontato, forse intrecciato a una certa hubris umana mai morta che vuole la nostra specie qualitativamente diversa dal resto della natura, non ci si stupisce che il salto stesso sia stato visto con molto sospetto da alcuni e grande gioia da altri. I primi, che potrebbero essere definiti "gradualisti estremi" non vedono di buon occhio nessun cambiamento di velocità nel processo evolutivo; orami a dire la verità ce ne sono molto pochi. I secondi sono più interessanti, perché vedono come assolutamente provato (anche sulla base dell'ipotesi degli "equilibri punteggiati") il fatto che i cambi di marcia si siano verificati più e più volte nel corso dell'evoluzione. La maggior parte dei biologi evolutivi accetta questo tipo di visione (qui un'intervista a Ian Tattersall da parte di Moebius); il problema è che spesso l'accelerazione viene vista come un cambio di velocità così repentino da essere quasi assimilabile a un effetto tunnel evolutivo; prima l'uomo era di qua da una barriera culturale-evolutivo-artistica-sociale, nel giro di poco tempo (piccolo a piacere, per alcuni infinitesimamente piccolo) è saltato dall'altra parte e ha cominciato un cammino di arte, spiritualità, cultura che lo ha portato ai giorni nostri. È il salto ontologico dei religiosi come il papa precedente. Quando collocarlo? Alcuni lo mettono nel momento in cui l'uomo ha "inventato" l'arte, cioè circa 50.000 anni fa o poco prima, altri qualche migliaia di anni prima. Ci sono, è vero, coloro che sposano la teoria continuista, per cui non c'è stato nessun salto ontologico né comportamentale e l'evoluzione ha seguito il suo corso senza strappi; ma l'appeal del modello "saltazionista" è troppo forte, anche psicologicamente, per non attirare coloro che si occupano sì di evoluzione, ma soprattutto vogliono comunicarla(qui un'analisi dell'aspetto comunicativo del salto evolutivo da parte di Marcello Sala, su Pikaia). Anche nel concetto di scala natura i passaggi non sono mai continui, ma sono rappresentati, appunto, da gradini di una scala, con l'ultimo gradino particolarmente arduo da "saltare". Questo pippone introduttivo era solo per parlare di un paio di articoli che sono usciti in questi giorni su due riviste scientifiche di alto livello, Nature e Science. Entrambi trattano di armi in senso lato, cioè dei primitivi metodi utilizzati dai nostri antenati, o da noi, per cacciare o in genere fare del male ad altri animali - noi compresi.
Il primo articolo si intitola “Evidence for Early Hafted Hunting Technology”* ; tratta del fatto che una specie di ominini fu in grado di creare armi costituite da una punta (di solito una pietra appuntita) e da un manico, che ne migliorava la manovrabilità e l’utilizzo(qui accanto le punte - Image courtesy of Jayne Wilkins, da Science). Il fatto è che le “armi” fatte in questo modo risalgono addirittura a circa 500.000 anni fa, prima ancora che le linee che hanno condotto a noi e ai Neanderthal si separassero. Sono strumenti che molto probabilmente servivano per abbattere le prede e, se conosco la nostro specie e i suoi cugini, anche per ferire membri di altre tribù. La scoperta porta indietro di circa 200.000 anni la creazione di “armi col manico” per così dire, perché rocce affilate e appuntite erano già state descritte in periodi precedenti. Questo significa che molto probabilmente (tutto dipende da quando si assegna il distacco della line umana da quella neanderthaliana) l’antenato comune di Homo sapiens e Homo neanderthalensis possedeva una delle tecnologie più efficaci per catturare le prede e abbattere i nemici. Un passo fondamentale nella “via verso l’ominazione” direbbero le persone di cui sopra; ed è mentalmente molto difficile in effetti sfuggire al fascino della teleologia: le nostre armi ci hanno condotto a dominare il mondo e la loro invenzione è il primo passo verso un fulgido cammino di espansione e “governo” del pianeta. Peccato che le stesse armi siano state inventate e utilizzate da almeno due specie (H. heidelbergensis e H. neanderthalensis) che sono poi scomparse come la maggior parte delle specie di ominidi che ci hanno preceduto. Insomma, non è che avendo in mano l’arma somma e l’intelligenza superiore ti porta automaticamente a dominare il mondo; non esiste destino ultimo e definitivo per le specie, solo il confronto continuo con l’ambiente e le altre forme di vita (comprese quelle della tua specie, popolazione, tribù, famiglia). Che può portare anche all’estinzione.
Conclusioni ancora più complesse sono quelle che si ricavano da altre armi. Sono molto più recenti e come vedete dalla foto accanto, molto più raffinate e piccole (notate il segno di scala, in entrambi i casi è un centimetro - Photo credit: Simen Oestmo, da Nature). Sono cosiddetti microliti, sassolini piccoli e appuntiti che possono essere disposti su un bastoncino leggero e robusto in modo da fare efficaci strumenti di morte, come frecce o in in caso altri strumenti di lancio, descritti in un articolo di Nature “An early and enduring advanced technology originating 71,000 years ago in South Africa”**. Anche qui quello che sorprende sono le date: le punte di freccia hanno infatti almeno 71.000 anni, molto prima di quanto si pensava risalisse la nascita del pensiero moderno. Perché pensiero moderno? Perché, con un ragionamento forse un po’ tirato, ma questo è solo un giudizio mio, ecco cosa dicono i ricercatori:
Scientists rely on symbolically specific proxies, such as artistic expression, to document the origins of complex cognition. Advanced technologies with elaborate chains of production are also proxies, as these often demand highfidelity transmission and thus language
Cosa significa, in breve, tutto questo? Che per costruire le minuscole punte che armavano
le frecce, simile a questa di 9.000 anni fa trovata in Svezia erano necessarie, oltre alla materia prima (che in caso era da trovare e preparare) anche capacità mentali non comuni per le altre specie. Che dovevano consentire al creatore prima di tutto di elaborare il pensiero e il progetto (il processo è piuttosto complesso – ci sono almeno sei passaggi - e implica l’affilamento delle piccole rocce e il loro indurimento sul fuoco), ma soprattutto di comunicarlo agli altri membri della tribù, in modo che la tecnologia non vada persa e si inneschi così una specie di evoluzione culturale con dinamiche lamarckiane e dalla durata tendenzialmente infinita nel tempo. È quindi assolutamente necessario un linguaggio simbolico completo e complesso, senza il quale il passaggio di informazioni è impossibile. Ma le piccole punte di freccia erano troppo raffinate per poter pensare che fossero nate “improvvisamente” (vedi sopra), con un salto che ha portato dalle “scimmie” all’uomo. Sono senz’altro uno dei punti di passaggio di una tecnologia lenta (anche se magari non costante) che ha portato dalle grossolane punte di 500.000 anni fa alle raffinate microfrecce di 71.000 anni fa. Quest’ultima tecnologia, secondo gli autori, rappresenta alla perfezione il passaggio da uomo come specie biologica a uomo come specie simbolica. Un passaggio che è avvenuto appunto grazie al linguaggio e all’elaborazione e la manipolazione di segni e simboli, come detto sopra indispensabili per una nuova “classificazione” dell’uomo. Anche perché il processo stesso doveva essere per forza pianificato a lungo, nel corso di settimane se non mesi, e anche questo va a favore della nascita di una mente diversa.
Non è finita; secondo gli autori, le frecce e le lance (addirittura usate con un propulsore) avrebbero potuto essere una delle armi che hanno permesso alla nostra specie di affrontare l’allora abitante dell’Europa quando ci siamo arrivati, cioè il nostro cugino Neanderthal. Un altro passaggio importante nel dominio del pianeta. In conclusione, non sono necessarie le opere d’arte per dire che l’uomo è diventato qualcosa di diverso dalla natura, come pensato finora. Basta, e avanza, la semplice tecnologia.
Il titolo si riferisce a una canzone in tre parti dei Buffalo Springfield.
Per chi la volesse ascoltare:
*Wilkins, J., Schoville, B., Brown, K., & Chazan, M. (2012). Evidence for Early Hafted Hunting Technology Science, 338 (6109), 942-946 DOI: 10.1126/science.1227608
**Brown, K., Marean, C., Jacobs, Z., Schoville, B., Oestmo, S., Fisher, E., Bernatchez, J., Karkanas, P., & Matthews, T. (2012). An early and enduring advanced technology originating 71,000 years ago in South Africa Nature DOI: 10.1038/nature11660
17 novembre 2012
Ma allora, perché?
Perché sì, perché è un’iniziativa intelligente, perché ci si è anche divertiti, perché è una delle prime volte che il mondo di Fb ha un impatto sulla politica della scienza (credo), perché ho conosciuto un sacco di gente interessante. Sto parlando della creazione da parte di Moreno Colaiacovo, su suggerimento del sottoscritto se ricordo bene, di un gruppo Facebook dal nome Dibattito Scienza, che è incaricato di raccogliere e organizzare un certo numero di domande da porre ai partecipanti alla primarie del centro sinistra. Non ho né la voglia né la capacità di andare a ritrovare le poche righe da cui è scaturito il tutto, l’importante è che il gruppo ha aggregato nel giro di una settimana circa 500 e più tra ricercatori, comunicatori della scienza, persino giornalisti e semplici appassionati che si sono dati da fare praticamente 24 ore al giorno per far scaturire dalle proprie menti le domande di cui sopra. Dovevano avere ovviamente un carattere scientifico e infatti ne sono scaturiti sei (le proposte erano di più) che avete letto qua. Alle domande ha risposto per ora solo Puppato, una dei cinque delle primarie, con lunghi trattati che potete leggere qua.
Le risposte sono in gran parte insoddisfacenti, ma aspetto che arrivino anche quelle degli altri candidati per dare un giudizio complessivo (a mio modesto parere i politici si giudicano solo per il “meno peggio”, non per l’ottimo – un po’ come l’algoritmo per il matrimonio stabile). Il gruppo è interessante anche perché tot capita tot sententiae, ovviamente, e già alcuni si lamentano che una volta arrivati in fondo – con tutte le risposte – usarlo solo per dare giudizi è facile e limitativo. E allora, ecco la domanda iniziale da parte di alcuni; perché è stato fatto? A parte le mie risposte dell’inizio, parziali e soggettivo e personali, secondo me ci sono altri scopi. Il più importante si chiama controllo; adesso che so che Puppato e Renzi (dico a caso) sono favorevoli all’omeopatia, cerco prima di tutto di non votarli (ma qui entra il paradosso del votante) poi farò di tutto per mettere in guardia amici, parenti e conoscenti sulla possibilità che i suddetti facciano passare leggi o decreti o pandette o grida in cui si dichiara che i “farmaci” omeopatici sono a carico del Servizio sanitario nazionale. Starò attento anche a tutti gli altri atti che questi signori cercheranno di fare passare, e che avranno a che fare con la politica della scienza, della ricerca, della gestione del territorio e così via. In breve hanno dichiarato la loro posizione (ed è quello lo scopo principale del gruppo) a noi votanti, che abbiamo tutto il diritto, e i dovere direi, di stare con gli occhi bene aperti su quanto accadrà nei prossimi mesi ed anni. È necessario dire che la stessa iniziativa si riproporrà anche per le primarie della destra e del movimento 5 stelle, se mai verranno fatte (in un caso e nell’altro). E per tutti questi i partecipanti al gruppo avranno il diritto di attenderli al varco, per giudicare quello che dicono (io non le considero pagelle, ma è solo una questione di termini) e controllare le loro azioni dopo che le elezioni avranno deciso che dovrà guidare questo disgraziato Paese. C’è dell’altro secondo me in questa iniziativa, ma aspetto che tutti abbiamo risposto per spiegare anche questo. Per adesso arrivederci.
| Reazioni: |
15 novembre 2012
Le primarie della scienza
E la scienza? Nel recente confronto televisivo tra i cinque candidati alle primarie del centrosinistra, i problemi della scienza e della ricerca non sono comparsi, né trovano particolare spazio nel dibattito politico in corso a dispetto della loro centralità per lo sviluppo nazionale. Un gruppo di giornalisti scientifici, blogger, ricercatori e cittadini, constatata la mancanza di domande ai candidati alle primarie del centrosinistra sulle loro posizioni politiche in materia di scienza e ricerca, e ritenendo invece che da queste politiche dipenderà il futuro sociale ed economico a medio e lungo termine del paese, ha quindi deciso di chiedere ai candidati di rispondere a sei temi di grande respiro, in modo da offrire ai cittadini un panorama più completo della loro proposta politica.
Le sei domande
1. Quali politiche intende perseguire per il rilancio della ricerca in Italia, sia di base sia applicata, e quali provvedimenti concreti intende promuovere a favore dei ricercatori più giovani?
2. Quali misure adotterà per la messa in sicurezza del territorio nazionale dal punto di vista sismico e idrogeologico?
3. Qual è la sua posizione sul cambiamento climatico e quali politiche energetiche si propone di mettere in campo?
4. Quali politiche intende adottare in materia di fecondazione assistita e testamento biologico? In particolare, qual è la sua posizione sulla legge 40?
5. Quali politiche intende adottare per la sperimentazione pubblica in pieno campo di OGM e per l’etichettatura anche di latte, carni e formaggi derivati da animali nutriti con mangimi OGM?
6. Qual è la sua posizione in merito alle medicine alternative, in particolare per quel che riguarda il rimborso di queste terapie da parte del SSN?
L'iniziativa è promossa e organizzata attraverso il gruppo Facebook "Dibattito Scienza"
Hashtag Twitter: #dibattitoscienza #primarieCSX
| Reazioni: |
11 novembre 2012
Il carnevale della biodiversità riemerge dalla criptobiosi
“Ho visto cose… La biologia dei mondi fantastici”
e tutti i post dovranno comparire sui relativi blog il 12 dicembre. Se vi fa di far girare, per una volta, le rotelline in senso trasversale e parlare di esobiologia e fantabiologia anche se siete persone serissime e scientificamente inappuntabili, questa è la vostra occasione. I blogger che vogliono aderire devono semplicemente mandare una mail a uno degli organizzatori, (Marco Ferrari, Livio Leoni, Lisa Signorile) in modo che vi si possa includere. C'è tuttavia una condizione. Il carnevale della biodiversità ha sempre badato più alla qualità che alla quantità dei post e si riserva il diritto di valutare l'opportunità della partecipazione ad un blog il cui argomento è di solito off-topic, tipo "diritto Romano comparato" o "l'arte di Johannes Vermeer attraverso l'ottica della fisica decostruzionista". Altresì si riserva il diritto di rifiutare post che non risultassero essere in-topic col tema stabilito.
FAQ
D. Ho un blog in cui parlo di biologia e vorrei partecipare, come faccio?
R. Semplice, manda una email di adesione a questo indirizzo e il comitato direttivo valuterà la candidatura (per mantenere alti gli standard siamo costretti a fare una minima selezione, della qual cosa ci sentiamo comunque molto in colpa). Chi ha già partecipato verrà invece contattato in privato dal Comitato.
D. Non ho mai partecipato alle precedenti edizioni, posso partecipare a questa?
R. Certamente, tutti i bio-blogger sono benvenuti.
D. A chi mando il mio post dopo che l'ho scritto?
R. I contributi al Carnevale vanno inviati a Mahengechromis
D. Entro quando posso mandare la mia candidatura per partecipare?
R. Possibilmente entro il 1 dicembre.
D. Entro quando posso inviare il mio post a per l'inclusione nella rassegna del Carnevale?
R. Entro e non oltre il 10 dicembre, per dare tempo di leggere il post e recensirlo nella rassegna. Ritardi nell'invio del post potrebbero portare all'esclusione dal Carnevale.
D. Ho una domanda sul Carnevale e vorrei discuterne in privato, con chi posso parlarne?
R. Puoi rivolgerti ad uno qualsiasi (o a tutti e tre in CC) del comitato direttivo, Marco Ferrari, Livio Leoni, Lisa Signorile.
I blog organizzatori
Leucophaea, L’Orologiaio miope, Mahengechromis
06 novembre 2012
Una lezione dalla natura
Lungi da me l'idea di difendere acriticamente i sette de L'Aquila (di errori anche gravi ne hanno fatti anch'essi, almeno secondo osservatori di cui mi fido); qui voglio solo chiacchierare di una questione marginale, ma che in futuro potrebbe essere interessante considerare. Cioè, appunto, come fare a "risolvere" il problema della mala comprensione della scienza in sé da parte di alcuni colleghi. Che, peraltro, formano e plasmano l'opinione pubblica più della stragrande maggioranza degli scienziati. La domanda che altri colleghi si sono fatta, e che hanno esplicitato sui social network, è "Che fare?" (che ricorda tanto gli Anni Settanta). Che fare per spiegare come la scienza sia un metodo di interpretazione del mondo che, finora, non teme confronti? Che sia l'unico modo per capire come vanno le cose sotto il cielo e fare predizioni ragionevoli (anche se non sempre ragionevolmente certe)? Spiegare il tutto a colleghi giornalisti, parlamentari e maitre á penser potrebbe sembrare la cosa migliore. In fondo, sono tutte persone intelligenti, a volte preparate, curiose - nel caso dei giornalisti. Perché non provare? Ecco che mi viene in mente la storia di cui parlavo sopra: una narrazione che spiega, in parte, come la penso. Non che la mia opinione possa spostare qualcosa, no. Ma visto che tutti dicono, affermano, concludono e pontificano, perché no?

La storia è questa. Molti, molti anni fa, su un'isola del Giappone, viveva una colonia di scimmie (macachi del Giappone, per la precisione – Macaca fuscata – accanto, una foto presa da qui). Erano tranquille, relativamente pacifiche, per nulla disturbate da una corrispondere piccola colonia di altri primati (Homo sapiens) che dimorava nei dintorni con lo scopo di studiare i macachi. Per studiarli meglio, alcuni di questi ricercatori decisero di attirarli sulla spiaggia con del cibo (patate e mais, se ricordo bene). I macachi, che non sono scemi, si sono subito precipitati a mangiare quel che c'era a loro disposizione. Certo, mais e patate sulla spiaggia equivale a cibo sporco di sabbia. A un certo punto una delle scimmie, una femmina di nome Imo, inventò i metodo di lavare le patate dalla sabbia buttandole in acqua. Prima nell'acqua dolce, poi in mare, dove fra l'altro erano anche più buone perché salate. Un comportamento interessante e sicuramente positivo; visto che le scimmie sono famosi imitatori, il tutto avrebbe dovuto diffondersi nel resto della colonia in breve tempo. E invece no. I primi ad accogliere la novità furono infatti i più giovani, che "copiarono" da Imo in brevissimo tempo. Gli anziani non vedevano di buon occhio queste novità, e si rifiutarono di buttare a mare le patate e il mais (che galleggiava mentre la sabbia affondava, ed era quindi più facile da mangiare). In breve, le novità comportamentali passano con più facilità da un individuo che le ha inventate a quelli di età inferiore, mentre i più anziani sono legati alle loro vecchie abitudini. Non che questo approccio sia scorretto; gli anziani stessi sono depositari di "invenzioni" e comportamenti che hanno dimostrato fin lì di essere validi e anzi indispensabili per la sopravvivenza. I nuovi comportamenti potrebbero portare a conseguenze inattese, come avvelenamenti o morte. Nel caso di Imo copiare avrebbe voluto dire mangiare meglio e non rovinarsi i denti con la sabbia; ma non si sa mai, magari c'era del veleno nell'acqua di mare.
Cosa dice però la vicenda di Imo? È ovvio che vedo in questo solo una metafora di quanto accade a noi umani,in particolare al giornalismo; ma non posso fare a meno di pensare che nuovi approcci, nuovi modi di pensare, di scrivere e soprattutto di leggere la realtà sono propri dei giovani, come il post che ho citato sopra, di Silvia Bencivelli. Giovani che, anche se sono anch'essi giornalisti navigati e molto esperti, hanno dalla loro una preparazione scientifica che gli permette di vedere le cose come veramente stanno, di fare analisi inattaccabili basate su numeri, su probabilità, su logica e non solo sulla pancia. Insomma, che fanno lavorare, quando serve, anche il cervello. A differenza di colleghi che, senza necessariamente essere più anziani, hanno una mentalità tutta diversa e, questa sì, basata su un metodo di analisi contorto e che dimentica (sempre) la logica e la scienza. E Imo? Come lei ha "insegnato" ai più giovani come lavare le patate e il mais, allo stesso modo Silvia e altri giornalisti o blogger più o meno giovani (mi vengono in mente Nicola Nosengo, Amedeo Balbi e Marco Cattaneo – mi scusino gli altri) potrebbero fungere da maestri per una nuova generazioni di comunicatori e giornalisti che utilizzano gli occhiali della scienza (e non quelli della politica, per esempio, o dell'illogica) per analizzare una situazione che ha tutto di scientifico. Vuol dire che "gli altri" come quelli citati sopra sono senza speranza? Direi di no; solo che com'è nel Dna della loro professione, dovrebbero sempre avere occhi e orecchie aperte per capire come guardare a ciò che accade, per rispondere alle critiche e comprendere, se ce la fanno, come mai la stessa vicenda è vista con tanti e tanti occhi diversi. Ma soprattutto afferrare il fatto che gli occhi della scienza e della logica sono tra i migliori per interpretare un fatto della natura. Altrimenti l'unico sistema sarà aspettare che Imo (o Silvia, o Nicola) siano diventati più adulti di così e abbiano passato le loro conoscenze alle giovani generazioni. Magari non sarà troppo tardi.
* La musa Clio sul carro della storia (his image is a work of an employee of the Architect of the Capitol, taken or made during the course of the person's official duties. As a work of the U.S. federal government, all images created or made by the Architect of the Capitol are in the public domain, with the exception of classified information).
| Reazioni: |



