Alcuni hanno visto il tutto dal punto di vista della legge, e hanno interpretato la sentenza secondo gli arcani delle leggi, trovandola carente. Altri l'hanno vista come una dimostrazione di cattiva comunicazione della scienza, punita magari male proprio perché è stata cattiva. Altre ancora ne hanno tratto pessimi presagi (applauditi da tutti) per il nostro paese. Ce ne sono ancora (da cui altri rimandi) e ancora e ancora, di pareri (non parliamo dei siti stranieri). Il tutto ovviamente obbedisce alle sindrome dei sette samurai (o dei ciechi e l'elefante). Ognuno vede solo una parte del quadro e, ovviamente, la giudica la più importante e di questo parla. Quindi questo post sarà solo su quello che per me è interessante, di tutta la storia. Leggendo quello che ha scritto il P.M., infatti, mi sembra di capire una cosa curiosa: la logica della legge è diversa da quella della scienza. Alcune frasi infatti sono, per una persona mediamente dotata di conoscenze scientifiche, assolutamente incomprensibili o illogiche. Ma ovviamente non lo sono per il P.M. o il giudice. Questa per esempio, non mi torna, se non con una torsione dei neuroni (fa parte della requisitoria del P.M.).
E tutto il documento, che non è la sentenza ripeto, è ricco di queste frasi contorte.affermando che sui terremoti “non è possibile fare previsioni”, “è estremamente
difficile fare previsioni temporali sull’evoluzione dei fenomeni sismici”, “la semplice
osservazione di molti piccoli terremoti non costituisce fenomeno precursore” e al
contempo l’esatto contrario ovvero “qualunque previsione non ha fondamento
scientifico”;
Così come è contorta la frase che Marcelli, un "giurista internazionale" dice sul Fatto:
«Inquietante al riguardo appare anche la dichiarazione di Boschi secondo il quale la riunione incriminata sarebbe stata “pilotata” verso una sostanziale ammissione di impotenza nella previsione dei sismi».
Una dichiarazione del genere è sconcertante. Mi chiedono di dire che non posso prevedere i terremoti? Ma lo faccio tutti giorni, se mi pagano. Queste frasi mi fanno dire come le affermazioni blande e a volte contraddittorie degli scienziati possano essere viste, dal p.m. e dal giudice, come una ammissione di incompetenza e poca chiarezza. Che quindi è da punire. E che il giornalista senza preparazione scientifica le veda come esempio di pavidità, di poca chiarezza, di ritrosia e di voglia di nascondersi dietro ai tecnicismi. Eppure le stesse identiche cose ai miei occhi sono solo frasi caute e dubbiose, proprio come dovrebbero essere tutte le affermazioni scientifiche. Lo scontro lo vedo proprio qui. La scienza deve dare, secondo un giudice o un amico al bar, a chi si rivolge alla sua esperienza buone certezze. Non deve prevedere un terremoto, questo lo sanno anche loro, ma dichiarare con forza :"C'è pericolo, o non c'è." Una visione in bianco e nero, che però è tutto meno che scientifica. Forse, non lo so, un vero comunicatore avrebbe afferrato questa esigenza della giustizia. Che, in fondo è anche quella della gente normale, che dopo la sentenza si è sentita soddisfatta (da cosa poi?). I mondi mentali sono obbligati però: non puoi chiedere alla gente di accontentarsi, in certe condizioni, del dubbio e dell'incertezza. Quando scopri il bosone di Higgs, non puoi dire solo "forse c'è"; non ci si accontenta. Devi esserne certo. Se non puoi prevedere un terremoto, devi dirlo chiaro che il rischio c'è. Il problema, il contrasto, è che nessun scienziato lo dirà mai. Nella maggior parte dei casi, si dirà incerto. Voi direte: “Ma questi sono stati, per colpa di Bertolaso, dei politici, dei costruttori, del B. che adesso si ritira, spinti a dire cose che nel profondo del loro cuoricino giudicavano troppo tranquillizzanti», anche se la parola improbabile viene sempre letta come impossibile - e non sono la stessa cosa. È molto probabilmente vero, ed è per questo che chi li considera capri espiatori, come Marco Cattaneo, ha ragione; ma non per quello che pensa lui. Hanno comunicato male e, secondo la corte, in malafede. Imboccati da altri, proprio quelli sopra, che dovrebbero pagare molto più dei poveri portavoce "tecnici". Che però sono ovviamente colpevoli di essersi lasciati abbindolare dal potere, quello vero.
Non mi interessa addentrarmi nelle finezze del processo de L'Aquila, ma solo far capire che spesso la scienza e gli scienziati usano un linguaggio che, alle orecchie della gente "normale" (quindi anche dei magistrati e dei giornalisti; che sono la maggioranza, attenzione, quindi hanno ragione), suona vago e contraddittorio e impreciso. Insomma, una conferma che la scienza e il mondo comune siano due attività umane divise dallo stesso linguaggio. E dire che “gli scienziati dovrebbero comunicare meglio” non risolve il problema. Non è il meglio che manca, perché col meglio sempre nello stesso linguaggio rimarrebbero. È il “diversamente”; e questo è molto, molto più complicato. Non sono io e non siamo secondo me noi giornalisti quelli che dovrebbero insegnare agli scienziati come comunicare (il cosa lo sanno loro). Sono loro che devono fare chiarezza nel loro mondo e, magari anche con l’aiuto di chi lo fa di mestiere, trovare il modo di dire le cose come stanno. Fatta salva la buona fede, ovviamente.
P.S. Per una cronistoria del perché L’Aquila è in zona due, ecco qua un documento dell’Ingv. Leggete e traetene le conclusioni di chi siano veramente i colpevoli

