25 settembre 2012

A Riva, a Riva!!!

Stavo scrivendo questo post qualche tempo fa, quando abbiamo avuto la certezza che alla Blogfest di Riva del Garda ci sarebbe stato anche il nostro ScienceCamp. Nostro nel senso che mi sono infilato surrettiziamente in un gruppo di ragazzi brillanti e ho fatto finta di organizzare qualcosa anch'io (il lavoro grosso l'hanno fatto loro). Insomma, ci sarà un barcamp dedicato alla comunicazione e divulgazione della scienza sul web; ci si ritrova sabato sera alle 18:00 per discutere di cui sopra. Dicevo stavo scrivendolo da un po' per comunicare la notizia, quando mi sono fermato perché è arrivato l'annuncio della nascita dell'Huffington Post Italia, un "giornale" on line con notizie, interviste e soprattutto con tanti, tanti blog. 189 dice il direttore, Annunziata; e sono parecchi. Insomma, ho aspettato per vedere se tra questi (scusate, ma io non riesco ad arrivare all'elenco completo) ci fosse un blog che parla, in un modo o nell'altro, di scienza o persino di tecnologia - o meglio, di tecnologia o persino di scienza. No, non ce ne sono, non uno, non mezzo. Sono tutti commenti a notizie (quindi per questo non sono pagati, dice il direttore - non sequitur, ma così è) che riguardano la politica e l'economia, con un pizzico di gossip, anche se il direttore dice di no. Niente dibattito sull'esperimento del mais OGM francese, niente su Curiosity, niente sul riscaldamento globale e lo scioglimento dei ghiacci artici, niente sul progetto Encode o la bambina "curata" con le staminali. Andate invece a vedere come tratta la scienza l'originale Huffington post: un vero smörgåsbord di notizie e notiziole, con blog di fisici, neuroscienziati e divulgatori. Che questo abbia a che fare con la preparazione e gli interessi del direttore di HuffPo Italia?
Visto le cose come stanno, ho ripreso il post che stavo scrivendo e l'ho solo concluso. Vediamoci a Riva del Garda, senza pensare a come vanno le cose nella comunicazione della scienza in Italia. Ecco gli interventi proposti:


  • Indagare i mysteri per capire la scienza, e viceversa (o di che cosa abbiamo imparato in dieci anni passati a far le pulci a Voyager) [Stefano Bagnasco e Beatrice Mautino
  • Capirci un Acca (il blog accademico come strumento di socializzazione della ricerca pubblica) [Renato Bruni]
  • Le due squadre di Piezopoli (come smascherare le contraddizioni e perché vale la pena farlo) [Sylvie Coyaud]
  • Due imprese divise dallo stesso linguaggio (differenze di approccio e linguaggio e incompatibilità, almeno potenziale, tra scienza e giornalismo) [Marco Ferrari]
  • Una breve analisi della blogosfera scientifica italiana [Paolo Gifh
  • Il Carnevale della Biodiversità (vita e miracoli di un Carnevale particolare) [Livio Leoni]
  • Contro il rischio dell’autoreferenzialità della blogosfera: autorevolezza e criticità dei blog scientifici nella percezione delle “Istituzioni” di riferimento [Franco Rosso
  • Citare ed essere citati (come citare informazioni prese da blog scientifici, spesso "copyrighted" in modi bizzarri, e come i blogger dovrebbero e potrebbero avere accesso alla letteratura scientifica) [Lisa Signorile
Come si dive in questo momento? Intervenite numerosi.

20 settembre 2012

Mind the gap

Un paio di documenti hanno attirato l'attenzione di pochi commentatori, e mi piacerebbe invece cercare di capire cosa c'è scritto e qual è la loro importanza per la divulgazione e il resto. Il primo è una semplice dichiarazione sulla coscienza degli animali (pdf). Sono due paginette semplici semplici che riportano, a differenza di quanto ho letto altrove, solo quello che una serie di studiosi pensano sulla consapevolezza (o addirittura della coscienza) delle specie non umane. Non sono ricercatori "normali" ovviamente, ma gente che si è occupata dell'argomento da anni (l'ha scritto Philip Low e hanno contribuito Jaak Panksepp, Diana Reiss, David Edelman, Bruno Van Swinderen e Christof Koch). Leggendo le biografie dei signori, si capisce che hanno molto a cuore il problema della coscienza negli animali. Si occupano di polpi, o di delfini e hanno quindi a che fare tutti i giorni con esseri vivi e vegeti, non cono costrutti teorici. E hanno appunto steso il documento di cui sopra. Che non dice niente di nuovo, essenzialmente, ma che allarga la prospettiva in maniera interessante. È abbastanza normale che le basi cerebrali delle emozioni fossero presenti in altre specie, ma pensare che quindi anche altri animali possano avere le stesse emozioni dell'uomo è un passo ulteriore; un altro passo è pensare che alcuni stati cerebrali siano sorti molto e molto tempo fa, addirittura in specie lontane da noi centinaia di milioni di anni. Da lì a dire che per certi animali non è necessaria la corteccia per "sviluppare" stati mentali simili o addirittura identici alla coscienza il tragitto è piuttosto breve. Ed è quello che fanno i signori del documento, spingendosi a dire che anche senza la neocorteccia ci possono essere stati molto simili, se non identici, alla coscienza. Il messaggio dell'intero documento è tutto qua, quindi: «The absence of a neocortex does not appear to preclude an organism from experiencing affective states. Convergent evidence indicates that  non-human  animals have the neuroanatomical,  neurochemical, and neurophysiological substrates of conscious states along with the capacity to exhibit intentional behaviors». Non è, come hanno detto molti commentatori che hanno forse letto il tutto un po' di corsa, che adesso i polpi sono consci, ma che l'evoluzione convergente ha potuto portare anche specie dalla struttura cerebrale del tutto diversa dalla nostra allo stesso punto di "sviluppo" (se così vogliamo chiamarlo). La cosa interessante è propri che uccelli e polpi, le specie che secondo i ricercatori possiedono almeno scintille di coscienza, fanno le stesse cose (o molto simili) con strumenti diversi. Ecco, sento l'evoluzionista che è in voi dire "Embè?"; sì certo, voi lo sapete cosa può fare l'evoluzione, ma andatelo a dire agli psicologi che senza la neocorteccia ci può essere coscienza... Insomma, invito tutti a leggere il documento e ascoltare anche le conferenze, almeno alcune, che si sono svolte in occasione della presentazione della Francis Crick memorial conference. Vogliamo trarre altre conclusioni dal documento? Che il salto ontologico tra le specie animali e la nostra è sempre più sfumato, per esempio, quasi inesistente. O che il concetto di scala della natura è decisamente distrutto. Oppure che l'evoluzione non funziona come pensano i creazionisti (per malafede oppure per pura stupidità), cambiando una specie in un'altra – dal coccodrillo all'anatra, per dire – ma come un mosaico. Vengono "ottimizzati" i pezzi che servono in quel momento, e magari in un corpo ci sono strutture immutate e altre estremamente moderne (il nostro corpo è un esempio – abbiamo cinque dita, un paio in meno del vecchio Ichtyostega, e un cervello che non possiede nessuno). Tra i pezzi più avanzati ci possono essere porzioni di cervello che in un modo o nell'altro conducono quel determinato animale ad accorgersi che lui (o gli altri, secondo la cosiddetta "teoria della mente"; qui c'è qualcosa, anche se dicono di non citarla). Che poi la teoria della mente dell'uomo sia particolarmente sviluppata, nessuno ne dubita; da qui a dire che siamo gli unicissimi ad averla, mi sembra un po' troppo. E sembra un po' troppo anche agli estensori del documento di cui sopra.

Anche perché le conferme che alcuni gruppi animali sono tutt'altro che lontani da noi, quanto a capacità, si accumulano tutti i giorni. Come per esempio questo lavoro su Pnas (si può leggere gratis), che ha sottoposto ai soliti corvi della Nuova Caledonia (i Leonardo del mondo degli uccelli) a una prova complicata. Hanno cioè cercato di scoprire se questi uccelli capissero un concetto che è alla base del pensiero scientifico, di quello religioso (ebbene sì) e dell'uso degli strumenti. Il concetto è quello della presenza dell'agente causale nascosto, cioè qualcuno che fa succedere qualcosa di nascosto dal vedente – e questo qualcuno può essere un leone o un'entità metafisica di cui devo temere l'ira (vi ricorda qualcosa?). I bambini di pochi mesi si stupiscono se dietro uno schermo da cui è uscito un oggetto non vedono un agente che possa aver causato il lancio, ma nessun altro animale era stato sottoposto a un test del genere. Ebbene, al di là della struttura dell'esperimento, piuttosto complessa, il risultato è che i corvi capiscono quando un agente nascosto potrebbe minacciarli con un bastoncino, e sono molto attenti a come si comportano di conseguenza. Per quel che mi riguarda, sono convinto che molte specie si comporterebbero allo stesso modo; mi rifiuto di pensare che il corvo della Nuova Caledonia sia un picco dell'evoluzione, così diverso dalle altre specie da avere un "modulo" cerebrale per l'agente nascosto mentre per esempio quel gran burlone del corvo imperiale (o un pappagallo o un delfino) non ce l'ha. 


Allarghiamo un po' il campo, e andiamo a leggere un documento che è solo apparentemente lontano dal primo. È il documento che elenca le specie più in pericolo di estinzione. Si intitola "Priceless or worthless?" (pdf) e il titolo dice tutto. Sono superate le finezze e le capziosità etiche per cui una specie valeva per se stessa e la sua salvezza era un dovere per l'umanità. Quasi disperati, gli zoologi e i conservazionisti sembra dicano: "Sarebbe il caso di salvarle tutte, ma se propri dobbiamo usare le risorse limitate (non siamo l'esercito degli Stati Uniti o l'agenzia viaggi del papa) allora cerchiamo di far capire che alcune specie sono almeno utili per la sopravvivenza dell'uomo. Per le altre facciamo quello che possiamo" (leggendo il resto si capisce che non è così). Secondo Jonathan Baillie, Direttore dei programmi di conservazione della Zoological Society di Londra London: «Whether they disappear forever or remain on the planet simply depends on whether we as a society believe they are worth protecting». La parola chiave qui è worth, che potrebbe essere intesa in tanti modi diversi, da importante a di valore (anche monetario). Baillie prosegue dicendo che se anche le specie del documento scomparissero tutte non ci sarebbe una gran perdita per l'umanità. E che la scelta non è economica, ma profondamente etica. Le specie elencate sono un centinaio, e vanno dal bradipo pigmeo all'iguana della Giamaica a un'orchidea delle Cayman al fagiano di Edward fino a un tritone (salamandra?) assolutamente meraviglioso, che vedete qui sopra. Ognuna di queste specie racconta qualcosa di particolare, sia nella sua ecologia sia nella sua evoluzione. Proprio come nelle specie sopra, ognuna di esse è un'individualità formata da un mosaico di tratti che hanno almeno almeno 5-600 milioni di anni (lo so, sono di più, ma parto dalla nascita dei multicellulari parecchio complessi). Magari non saranno coscienti di se stessi, anche se non ci giurerei per alcune scimmie – c'è anche un muriqui, una scimmia ragno, magari lei qualcosa ha nel cervello.

In breve, i due documenti mettono insieme da due prospettive molto diverse quello che i ricercatori pensano del mondo animale. Che molti potrebbero avere il cervello non del tutto dissimile dal nostro, e che tutti, ma proprio tutti, sono importanti di per sé, al di là di quello che valgono per la società. Insomma, potrebbero essere due botte piuttosto forti alla solita visione che vede la nostra specie come centrale nelle dinamiche planetarie. E ho detto dinamiche non a caso, perché il minimo comune denominatore della maggior parte del chiacchericcio che passa per cultura in Italia è proprio il sentirsi indispensabili e privi di qualsiasi connessione con il resto del pianeta, specie con la sua ecologia e con quanto passa per vita. E si discute di creazioni e strutture mentali ed elucubrazioni umane come se fossero l'unica cosa importante. Volete un esempio? Secondo un documentario del National Geographic, uno dei punti di smistamento dell'avorio ricavato da elefanti massacrati è il Vaticano. Che lo usa per fare statuette di santi e madonne e cristi da regalare a capi di stato, in complicità con altri stati come il Vietnam e la Cina dove ci sono gli intagliatori. Pensate, statue costruite in onore di un ente di cui nessuno ha dimostrato l'esistenza fatte distruggendo un'intera specie animale che è ben viva. E che, secondo gli stessi che fanno le statue, ha creato la specie stessa!!! Se non è un navel gazing questo, non so cosa lo sia.


Lo so, lo so, forse sono solo io che ci ricavo quanto sopra, ma non credo che ci voglia troppo per capire che il gap di cui al titolo ci sta conducendo verso una china non particolarmente felice. Arriveremo in fondo ballando e recitando delicate egloghe in tetrametri trocaici?


*** Entrambe le foto sopra provengono dal documento Priceless or worthless.

13 settembre 2012

Mistero

 

Le antiche carte dei corsari portano un segno misterioso
e ne parlan piano i marinai con un timor superstizioso:
L’isola non trovata F. G.

tutto sia scritto in chiavi misteriose,
effemeridi che guidano ogni azione,
Stelle F. G.

Connemara (6)

La maggior parte dei blog sono allegre e spesso inutili divagazioni di ottimi scrittori (nel senso che scrivono, non che ci guadagnano con la scrittura). Fa anche piacere leggerli, per un po’. Questo qua invece è nella maggior parte dei casi una noiosa elencazione di nuove scoperte scientifiche, con alcune considerazioni che hanno a che fare con come e perché ‘sta benedetta scienza si deve comunicare. Questo post è un’eccezione, nel senso che si basa solo su intuizioni (orrore!) e non ha alcuna base fattuale (anche se). C’è ovviamente una buona dose di albagìa in questo, ma in fondo mi dico sempre che non sono poi molti quelli che leggono il blog, specie adesso, e così lo uso una volta per sfogarmi.

Allora, da mesi in redazione e fuori stiamo discutendo del perché bene o male (più male che bene) le idee scientifiche facciano una gran fatica a diffondersi e soprattutto a superare un muro di quella che potrebbe essere definita superstizione, ma non lo è, non del tutto. Un coacervo di approcci di senso comune, di interpretazioni facili di fenomeni naturali, di riconoscimento automatico di facce o persone (di agenti, in realtà, in base a quello che si chiama hyperactive agent detector) anche quando non ci sono. E quindi, in definitiva, di spiegazioni molto più semplici da accettare; plasmate, ma fin qui niente di nuovo, dai milioni di anni di evoluzione e soprattutto da quelli passati nella savana ad evitare leoni grossi come orsi e ghepardi grossi come leoni (ricordiamo il detto di Stewart Guthrie “'It's better to mistake a boulder for a bear than a bear for a boulder”). Il tutto è stato spiegato più che bene in questo libro, in cui un filosofo, uno psicologo cognitivo e un neuroscienziato spiegano come molta della scienza sia difficile perché controintuitiva, innaturale e difficile da accettare, in fondo – ma anche in questo, di qualche anno prima. C’è però un altro aspetto che secondo me andrebbe studiato: ovviamente quello che dico dopo è solo ciò che denunciavo prima, un’intuizione senza alcun valore finché non ci fanno degli studi. Intuizioni e suggerimenti che, faccio notare con una punta (!!) di sarcasmo, sono presenti in moltissimi opere letterarie e religiose. E che alcuni hanno visto come precorritrici di molte idee scientifiche, prima di scoprire che per esempio nella Bibbia e in molte altre opere c’è tutto e il contrario di tutto (ma questo è un altro discorso).

Quello che mi pare sia presente in tutte le controversie che contrappongono una spiegazione scientifica a una no sia che queste ultime contengono molto spesso un elemento più o meno rilevante di mistero (come da titolo). Di qualcosa che non sappiamo, che è al di là della nostra comprensione e richiama agenti lontani e molto più complessi del fenomeno stesso, e anche di noi (alla faccia di Occam e del suo rasoio – quella roba che Pluralitas non est ponenda sine necessitate). Le scie chimiche o i terremoti causati da Haarp (o quel che è, non ho voglia di controllare) per esempio implicano una struttura estremamente complessa di organizzazioni segrete e misteriose, che non si lasciano scappare una parola per decenni e decenni, e che fanno quello che fanno per ragioni ancora più misteriose. Non è più facile parlare di condensazione, o di faglie che si spostano? E il complotto per l’allunaggio (ci sono già quelli che dicono che Curiosity non è mai arrivato su Marte, alla Capricorn 1?) O i complottisti dell’11 settembre? E le varie energie che provengono dal centro dell’universo e vanno ad infilarsi proprio dove il cinesino ha infilato gli aghetti? E l’omeopatia? Per non parlare delle religioni. Le spiegazioni di tutti questi fenomeni (si potrebbe procedere, credo) hanno tutti un elemento in comune, appunto il mistero. Nel senso di una interpretazione del fenomeno che lascia un angolino di inspiegato, di non rientrante nelle normali leggi della fisica e della chimica, del “c’è sempre qualcos’altro”, del “ci sono più cose in cielo eccetera”. Che è bello, da certi punti di vista, perché significa che secondo queste persone la scienza non ha ancora spiegato tutto (ed è vero, ci mancherebbe) e quello che manca da spiegare sono leggi sconosciute ma universali, che sconvolgono l’intera struttura della conoscenza umana. Basti pensare al creazionismo; per giustificare una Terra di 6.000 o 10.000 anni la chimica la fisica e la biologia moderne sarebbe da buttar via in favore di nuove leggi. Ancora altamente misteriose ovviamente. Sono approcci che hanno in comune anche il fatto che allargano le loro ali esplicative su qualsiasi aspetto della nostra vita; sono, per dirla con una parola (due), olistiche e onnicomprensive. Che vedono l’universo come un tutto unico, tutto collegato e tutto connesso, in modo che se anche una roccia su Marte si sposta potrebbe avere influenza sul clima terrestre. Notate come spesso in questi ultimi anni questi adoratori del mistero richiamano come spiegazione accessoria l’entanglement quantistico, quello per cui due particelle (beh, le loro proprietà, credo) sembrano essere connesse anche a distanza (molta distanza). Per dire che tutto è connesso a tutto. E come fa a esserlo? Mistero. Quanto a questo, anche l’omeopatia richiama nelle sue spiegazioni forze vitali (vedi vitalismo…) che nessuno è ancora riuscito a spiegare, ma che influenzano in maniera decisa e decisiva la struttura dell’acqua, del farmaco, della diluizione e dell’intero universo.

Perché l’ignoto e il mistero allora, come spiegazione di fenomeni che potrebbero essere spiegati con leggi e proprietà più semplici? Anche se ho detto all’inizio che il tutto erano solo intuizioni con poco valore, ho trovato oggi un articolo che, letto da me almeno, va proprio in questa direzione. È questo qui, ed è l’unico leggibile di una rivista che sembra interessante (dai titoli); non che gli altri non lo siano; non lo so, sono a pagamento. L’autore riprende una serie di altri lavori che hanno a che fare con vari aspetti della fisiologia e della patologia umana. Si intitola “Autism, Psychosis, and the “Two Cultures” - C. P. Snow Reconsidered in Light of Recent Theories about Mentalistic Cognition. Una bella insalata, non c’è che dire; ma interessante, direi, anche se a volte va secondo me troppo nel filone della psicologia evoluzionistica, quindi con basi un po’ ballerine. Insomma, il buon Tanaka (è l’autore) dice che gli uomini si dividono secondo uno spettro che, basandosi sui lavori di Bernard Crespi e Christopher Badcock, classifica come meccanicistico e mentalistico. I primi a quanto ho capito cercano di spiegare le cose in maniera analitica e dal basso, i secondi sono sintetici e per loro i fatti vanno spiegati in una visione più globale e, appunto, olistica. Fin qui tutto bene, a parte il fatto che ci sono anche cause genetiche di questo diverso approccio (non meglio spiegate, a dire la verità). Ma Tanaka, in questo grafico qui, allarga la sua interpretazione image

E dice che le persone che definisce mentalistiche sono proprio coloro che tendono a vedere in ogni azione o fatto o accadimento un agente, ma anche uno scopo, un fino, un obiettivo, in fondo una teleologia, quando non una teologia. Come si vede anche nell’immagine sopra, danno a tutto ciò che vedono e incontrano un eccesso di significato e un valore purchessia. Sono le persone che si dedicano al raccontare storie (storytelling sopra). E qual è una delle componenti più lampanti delle storie, se non il mistero, spesso non svolto e non spiegato. Sono, credo, anche coloro che appartengono a una delle cosiddette due culture, quella umanistica. Che, come dicevo sopra, vede nel mistero, nell’inspiegato e in fondo nell’inspiegabile, qualcosa di fondamentale. Anche se qui si potrebbero fare decine di esempi, dal musicista o l’artista che si rifiuta di “spiegare” la propria opera (l’analisi distruggerebbe l’intero, meglio non entrarci neanche), alla ricerca di cosa c’è dietro e al di là, come nelle citazioni sopra.

Ma lascio come esercizio al lettore trovare negli esempi di tutti i giorni questa volontà di mistero, questa Delusione della Semplicità (lo metto in maiuscolo così si sa che la frase l’ho coniata io…. a dire la verità l’ho trovata anche in un libro del 1700, e basta). Non si accontentano delle spiegazioni della scienza, vogliono sempre che ci sia qualcosa di più. E il mistero per loro deve rimanere tale, sono inorriditi dal tentativo degli scienziati di penetrarlo tanto quanto sono annoiati e respinti dalle spiegazioni. Non sto affatto dicendo che sbagliano, anzi, è probabile che in molte società umane siano o siano stati indispensabili (la ricerca del Graal, mi viene in mente, o l’Eldorado, o la Fontana dell’eterna giovinezza). Quello che mi irrita è il fatto che siano considerati, e si considerino, superiori agli ingegni minuti che hanno, attraverso the aimless blade of science, Slashed the pearly gates.

02 settembre 2012

Un problema speciale

Dublino (18)ResearchBlogging.orgNon so, sarà la vacanza, che mi ha fatto restare fuori per un paio di settimane. Oppure saranno le varie ondate di caldo, di cui si parla senza far cenno al riscaldamento globale. O forse il fatto che i quotidiani li leggo online, e non sempre saltano agli occhi gli articoli che mi dovrebbero interessare. Ma non mi sono per niente reso conto di articoli che trattano di una vera rivoluzione nella paleoantropologia (a parte uno della bravissima Anna Meldolesi sul Corriere).

Prima di cominciare a parlarne, una brevissima cronistoria: allora, ci sono due ipotesi che descrivono la nascita della nostra specie. Una dice che siamo nati in un angolino d’Africa (forse il corno d’Africa, forse addirittura il Sud Africa) e siamo usciti dal continente circa 70-80.000 anni fa in più ondate, ma come specie vera e formata. Che, secondo quello che insegnano i grandi vecchi della biologia, non dovrebbe potersi accoppiare, o meglio riprodurre (vedremo poi le conseguenze di ciò). Per dire, in Europa c’era già, uscito dall’Africa parecchio prima, l’uomo di Neanderthal, e noi e loro avremmo dovuto guardarci un po’ in cagnesco, ma come specie diverse. Perché forse eravamo anche in competizione per le risorse, e l’ecologia insegna che due specie che sfruttano risorse molto simili non possono sopravvivere a lungo insieme; a meno che una non si modifichi o si estingua (come il tipo sopra, ma per tutt’altra ragione – ho messo la foto perché mi piace). L’altra ipotesi (si chiama multiregionale) dice invece che la specie umana non sia una linea pura che è vissuta per migliaia di anni nei mari procellosi dell’evoluzione e in ambienti diversissimi senza avere incontri e scontri (anche genetici, per così dire) con altre specie dello stesso genere. Quest’ultima ipotesi, a dire la verità, sconta il fatto che tra i primi che la proposero dissero che la nostra specie è fatta di popolazioni parecchio differenti, anche se molto simili geneticamente, che derivano da linee evolutive molto profonde, di cui faceva parte anche Homo erectus e altre specie di Homo. E che alcune popolazioni siano un po’ più erectus di altre; un po’ più primitive, quindi, con le ovvie conseguenze razziste. La versione più nuova dice che invece gli uomini moderni non sono quel gran esempio di purezza che si pensava, ma che non hanno avuto problemi ad accoppiarsi (e produrre prole fertile) anche con altre “specie” – poi spiegherò perché ci sono le virgolette – del nostro stesso genere, come l’uomo di Neanderthal e il nuovissimo uomo (meglio, donna) di Denisova. Finora tutto bene: fino a qualche tempo fa l’ipotesi più accreditata era quella della linea pura, definita Out of Africa (fuori dall’africa, nel senso che siamo usciti dall’Africa soli e splendenti siccome angeli). Le altre specie del nostro genere (erectus, neanderthalesis, “denisova”, heidelbergensis e via andare) erano semplicemente rametti laterali che si erano seccati di un albero che avrebbe prodotto alla fine una sola specie dominante. Non c’erano prove che Homo sapiens e altre specie si fossero accoppiati e avessero avuto prole fertile; non c’erano avanzi di geni nel nostro patrimonio genetico che non fossero nostri e solo nostri. Fino a che parecchi studi, dagli anni ‘90 in poi, hanno cominciato a scoprire che questa purezza non era vera.

denisovan-1

Nel nostro genoma ci sono infatti pezzi (anche consistenti) di geni che appartenevano ad altre specie del nostro stesso genere. Ha cominciato il Neanderthal, e ora si è aggiunta la donna di Denisova. E non sono frammenti minuscoli, frazioni di percentuale; sono circa (secondo le popolazioni) il 4% dei Neanderthaliani e fino al 6% dei denisoviani (qui sopra, l’immagine dall’articolo di Science che spiega la faccenda, con la percentuale di genoma che i denisoviani condividono con i Papua). Questo significa che l’ipotesi della linea pura è morta; ma non vuol dire che l’ipotesi multiregionale sia del tutto vera. Finora nessuno ha dimostrato che il contributo di altre specie sia così rilevante da aver modificato radicalmente la piccola popolazione di sapiens che è uscita dall’Africa.

Ma allo stesso tempo, ecco la rivoluzione, ha confermato che non siamo puri. E che, soprattutto, una parte dei geni che ci portiamo dietro noi fuori dall’Africa (pare che in Africa invece non ci siano stati accoppiamenti con altre specie – che in effetti erano già uscite dal continente), sia derivato da affari di cuore con altri uomini. E dico uomini perché la definizione classica di specie, quella dovuta al grande evoluzionista Ernst Mayr, dice che due specie sono entità separata – non stiamo adesso a discutere se sono vere o meno – quando non si possono accoppiare e produrre prole fertile. Cavallo e asino si accoppiano e NON producono prole fertile; per questo sono specie diverse. Uomini moderni, di Neanderthal e di Denisova si sono accoppiati, e hanno prodotto prole fertile, che si è sparsa in giro per il mondo. Per dire, la popolazione che ha più geni denisoviani sono gli abitanti di Papua, mentre gli asiatici che vivono ora in regioni che stanno tra l’Africa e Papua non hanno influenze genetiche denisoviane; ciò significa che ci sono state almeno due ondate di migrazione, e la seconda ha spazzato via la prima. Per tornare a noi, se due o più specie si accoppiano e hanno bimbi, NON sono due o più specie, ma una sola. Ciò significa che la vecchia denominazione dell’uomo di Neanderthal come Homo sapiens neanderthalensis forse è da riportare in auge. E che noi siamo la sottospecie Homo sapiens sapiens. Non è una semplice disputa accademica; ne va della nostra storia come specie, della nostra costituzione genetica e in fondo della nostra natura – non siamo del tutto uomini, ma in parte siamo (quelle che fino a qualche tempo fa consideravamo ) altre specie. Eppure, a parte l’eccezione di cui sopra, non ho letto niente in Italia. Dove sbaglio?

Meyer, M, Kircher, M, Gansauge, M-T, Li, H, Racimo, F, Mallick, S, Schraiber, JG, Jay, F, Prüfer, K, de Filippo, C, Sudmant, PH, Alkan, C, Fu, Q, Do, R, Rohland, N, Tandon, A, Siebauer, M, Green, RE, Bryc, K, Briggs, AW, Stenzel, U, Dabney, J, Shendure (2012). A High-Coverage Genome Sequence from an Archaic Denisovan Individual. Science 2012 Aug 30 DOI: 10.1126/science.1224344

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