![]()
Riprendo il blog dopo qualche tempo con cose solo mie, sena chiedere aiuto agli amici più brillanti di me, con due pensierini della sera. Uno mi è stato ispirato da una chiacchierata con due colleghi, ed è questo (attenzione alla banalità…): è inutile scrivere su Internet, in qualsiasi forma, perché tanto qualsiasi cosa tu pensi è già stata scritta. Blog, commenti, siti web non sono altro che duplicazioni di cose già esistenti, magari in thailandese. Poco dopo questo pensiero profondo, leggo questo pezzo su Nature. Che parla proprio di una questione che credo molti biologi sitano rimuginando da anni: com’è possibile, ci si chiede, che solo le scoperte della fisica abbiano l’onore della prima pagina (e negli ultimi mesi ci sono per esempio i neutrini smentiti e il bosone di Higgs) mentre non esiste niente di comparabile per la biologia. Che pure è una scienza dall’impatto decisamente superiore sulla vita di tutti i giorni di quanto non abbia fisica teorica; se non altro per gli addentellati che ha la medicina, che si basa necessariamente sulla biologia. L’articolo dice che una reazione altrettanto (o forse di più) forte potrebbero averla alcune notizie che hanno a che fare con l’astrobiologia, come la scoperta di forme di vita su Marte grazie al prossimo Mars science laboratory (quello sopra). Oppure il ritrovamento di una vita “aliena” proprio qui sulla Terra; ma aliena in modo ben diverso dai batteri all’arsenico (di cui molti hanno parlato, e anch’io). Dev’essere una forma di vita talmente diversa da non poter essere interpretabile con i nostri paramenti; insomma, niente Dna, oppure un codice genetico totalmente diverso, seppure esista. O ancora la scoperta di come la vita sulla Terra si è generata, con lo svelamento del mistero di cosa sia nato prima, il materiale nucleare o le proteine. Se sono perplesso sull’ultimo punto del pezzo, che riguarda il prolungamento della vita, non si può dire che le altre ipotesi mi appassionino veramente e mi convincano che sarebbero accolte come la scoperta del bosone di Higgs – se pure l’hanno scoperto. Può darsi che i biologi si appassionino a un essere (veramente) vivente trovato su Marte, ma credo che il pubblico, una volto messo di fronte a poche virgoline che rappresentano i batteri marziani estinti, sia attento e curioso quanto accade per il bosone di Higgs.
Se anche fosse vero quello che sta accadendo su Encelado (a sinistra), cioè che piovono batteri – non ci credo, e in ogni caso non sono batteri – e la sonda che sta attraversando le nuvole tiepidine che escono dal pianeta scoprisse veramente che ci sono esseri viventi nel senso terrestre del termine, l’eccitazione scomparirebbe in pochi giorni: in fondo sono solo minuscoli esserini senza importanza a milioni di chilometri di importanza. E allora, direte voi, perché tanta stampa per il bosone. In questo mi viene in aiuto uno dei partecipanti all’ultimo Evolution day, il botanico americano Peter Stevens. In margine dell’Evolution Day, parlando proprio del glamour della fisica, mi ha detto che secondo lui è una questione di mistero e di costituenti della materia; le particelle sono piccolissime, quasi invisibili, e ci attraversano ogni giorno. Ci sono anche le galassie lontanissime, l’estrema velocità della luce, le temperature delle stelle, il mistero dei neutrini. Per non parlare dell’immensa quantità di denaro immessa nei progetti, dall’LHC ai telescopi “astrali” – lo so, sto mettendo insieme fisica e astrofisica, ma il pubblico credo faccio lo stesso processo. Insomma, è roba forte, sono entità non del tutto afferrabili, che sappiamo ci sono ma chissà dove sono. Non come piante e animali (che fino a prova contraria sono biologia) che abbiamo davanti tutti i giorni e che sono in fondo familiari e ben poco misteriosi. Non solo, ma nonostante gli strilli dei creazionisti (che da 150 e più anni proclamano l’eclissi del darwinismo e dell’evoluzione), la teoria dell’evoluzione è vivissima e lotta insieme a noi. Molto più di quanto non sia quella della relatività; tanto che ogni tre per due tutti ne proclamano la morte senza che nessuno si lamenti; basta aggiustarla (in senso buono, scientificamente) e tutto va posto. Oppure smentire la scoperta. Non è la stessa cosa per l’evoluzione; se qualcuno dice che Darwin aveva torto (e lo aveva su parecchie cose) subito si scatena la canea dei suoi oppositori (creazionisti in primis). E questo torna anche con quello che dicevo prima; cioè che la biologia è familiare e poco sorprendente (e tutti possono pontificare), la fisica esoterica e sempre misteriosa; sarà anche l’aura di matematica che la circonda, le difficoltà dei numeri che (in Italia) hanno il potere di respingere manco fossero Fede e noi delle minorenni. E’ anche per questo che molti biologi invidiano alla fisica l’autorevolezza che loro non hanno.
A questo si collega il secondo pensierino della sera. Che prende spunto da questo articolo, di Galileo (giornale di scienza e problemi globali). E’ uno dei siti più letti per quanto riguarda le notizie scientifiche “day-by-day”. Ben fatto, ad aggiornamento veloce, per chi vuole essere sempre informato di quanto accade nel mondo della ricerca. Il pezzo, di Laura Berardi (una fisica, il particolare è importante), racconta della scoperta, in Etiopia, di alcune ossicine del piede di una specie di ominidi che probabilmente era finora sconosciuta. Cos’hanno questi frammenti? Prima di tutto hanno 3,4 milioni di anni, la stessa età di Lucy (Australopithecus afarensis), ma, a differenza di questa, hanno il pollice opponibile. Proprio come quello di scimpanzé e gorilla, insomma, dei nostri cugini secondi (i primi potrebbero essere i Neanderhal). Questa struttura, simile a quella di Ardipithecus, che però ha circa un milione di anni in meno – o di più – insomma, risale a circa 4,4 milioni di anni fa. La scoperta è interessante e ha fatto ripensare ad alcuni tragitti che hanno portato alla nostra specie. Che, per esempio, al tempo di Lucy non tutte le specie erano obbligatoriamente bipedi; ce n’erano alcune (almeno una) che aveva ancora la capacità di arrampicarsi sugli alberi grazie al pollice opponibile. Indubbiamente interessante, ma nient’altro che una conferma di quello che i paleoantropologi pensano da qualche anno, cioè che i tragitto verso l’uomo non è una linea, ma un vero e proprio cespuglio in cui specie diverse hanno
popolato la Terra in momenti differenti e con adattamenti altrettanto differenti. Basta vedere un semplice “family tree” (di altre epoche) per scoprire che la convivenza era un affare comune. E che ogni specie aveva le proprie caratteristiche, nè più né meno evolute delle altre. Molto interessante, ma niente di sconvolgente rispetto al paradigma ormai classico. Eppure Laura Berardi così attacca:
“Secondo la paleoantropologia, il poter camminare su due arti ha segnato la vera cesura evolutiva tra scimmie ed esseri umani, indicando la distinzione tra le due diverse discendenze: le prime mai spinte a camminare in maniera eretta, i secondi discendenti da ominidi i cui piedi si sono progressivamente evoluti per sostenere agilmente tutto il peso del corpo”.
A quel che capisco, una volta “staccatesi” dalle scimmie (!!), c’è stata un progressivo abbandono della postura a quattro arti (meno male che non ha detto “camminata sulle nocche”) per andare verso la camminata bipede obbligata. A parte il pensiero sottilmente teleologico, mi sembra che l’autrice pensi che verso l’uomo c’è stata una linea filetica sempre più bipede, e che questa scoperta smentisca l’ipotesi. Come abbiamo visto prima, non è vero; le vie prese sono state tante e molte hanno portato a un vicolo cieco. Che non per questo dev’essere considerato perdente. Semplicemente le condizioni ne hanno decretato la scomparsa, non perché una via sbagliata sulla strada della perfezione, ma perché in quel momento la selezione naturale ne ha decretato la scomparsa. Ma proseguiamo:
ominidi dalla postura eretta e altri dall’andatura più simile a quella dei primati possano aver convissuto, invece che essersi evoluti l’uno dall’altro, come finora pensato.
Ancora l’idea della linea (obbligata?) da specie simili ai primati ad altre sempre più vicine all’uomo. E proseguiamo:
Insomma, la somiglianza tra il piede di Burtele con quelli degli Ardipithecus dimostra che l’ominide era ancora abituato ad arrampicarsi sugli alberi, ma la datazione indica anche che era contemporaneo a specie più evolute.
“Contemporaneo a specie più evolute” è uno degli errori più gravi che possa fare un biologo, figuriamoci un evoluzionista. Le specie più evolute non esistono; chi decide che sono più evolute? Più evolute rispetto a chi, o a cosa? Forse voleva dire più simili (ancora!) all’uomo moderno. Che per definizione è la specie più evoluta – punto.
Gli errori di questo articolo non sono dunque fattuali, ma per così dire di quadro di riferimento. 3,4 milioni di anni sono 3,4; è difficile sbagliare. I nomi delle specie, da Ardipithecus a Lucy, sono da controllare anche su Wikipedia. Ma un approccio che presuppone una “linea filetica” diretta dagli australopitechi all’uomo moderno, e che considera questo la specie più evoluta svela una comprensione meno che accurata della teoria dell’evoluzione per selezione naturale: incomprensione comunissima, che ha la stessa fonte di cui sopra (la biologia è familiare e facile, la fisica è difficile) e due conseguenze per la comunicazione. Una che la possono affrontare tutti, dai medici ai fisici (quantistici o meno, come l’autrice del pezzo), la seconda che ben pochi si accorgono che le affermazioni di cui sopra sono errate, profondamente. E che fanno a pezzi almeno 100 anni di faticosa conquista di un paradigma, quello dell’evoluzione, che va contro il senso comune molto più di altri, e che è molto più di altri complicato da afferrare. Non tanto nella base (mutazione-selezione-evoluzione) ma nelle conseguenze per la natura e soprattutto per la propria specie. In breve, se parlate di evoluzione, almeno fatelo fare da un evoluzionista. E se non volete, fategli rivedere il pezzo.
P.S. Sono debitore della segnalazione ad Andrea Romano, di Pikaia. Che non è il portale dell’evoluzione per niente.
Haile-Selassie, Y., Saylor, B., Deino, A., Levin, N., Alene, M., & Latimer, B. (2012). A new hominin foot from Ethiopia shows multiple Pliocene bipedal adaptations Nature, 483 (7391), 565-569 DOI: 10.1038/nature10922

