31 marzo 2012

Due riflessioni

PIA14164_modestResearchBlogging.orgRiprendo il blog dopo qualche tempo con cose solo mie, sena chiedere aiuto agli amici più brillanti di me, con due pensierini della sera. Uno mi è stato ispirato da una chiacchierata con due colleghi, ed è questo (attenzione alla banalità…): è inutile scrivere su Internet, in qualsiasi forma, perché tanto qualsiasi cosa tu pensi è già stata scritta. Blog, commenti, siti web non sono altro che duplicazioni di cose già esistenti, magari in thailandese. Poco dopo questo pensiero profondo, leggo questo pezzo su Nature. Che parla proprio di una questione che credo molti biologi sitano rimuginando da anni: com’è possibile, ci si chiede, che solo le scoperte della fisica abbiano l’onore della prima pagina (e negli ultimi mesi ci sono per esempio i neutrini smentiti e il bosone di Higgs) mentre non esiste niente di comparabile per la biologia. Che pure è una scienza dall’impatto decisamente superiore sulla vita di tutti i giorni di quanto non abbia fisica teorica; se non altro per gli addentellati che ha la medicina, che si basa necessariamente sulla biologia. L’articolo dice che una reazione altrettanto (o forse di più) forte potrebbero averla alcune notizie che hanno a che fare con l’astrobiologia, come la scoperta di forme di vita su Marte grazie al prossimo Mars science laboratory (quello sopra). Oppure il ritrovamento di una vita “aliena” proprio qui sulla Terra; ma aliena in modo ben diverso dai batteri all’arsenico (di cui molti hanno parlato, e anch’io). Dev’essere una forma di vita talmente diversa da non poter essere interpretabile con i nostri paramenti; insomma, niente Dna, oppure un codice genetico totalmente diverso, seppure esista. O ancora la scoperta di come la vita sulla Terra si è generata, con lo svelamento del mistero di cosa sia nato prima, il materiale nucleare o le proteine. Se sono perplesso sull’ultimo punto del pezzo, che riguarda il prolungamento della vita, non si può dire che le altre ipotesi mi appassionino veramente e mi convincano che sarebbero accolte come la scoperta del bosone di Higgs – se pure l’hanno scoperto. Può darsi che i biologi si appassionino a un essere (veramente) vivente trovato su Marte, ma credo che il pubblico, una volto messo di fronte a poche virgoline che rappresentano i batteri marziani estinti, sia attento e curioso quanto accade per il bosone di Higgs. jetsSe anche fosse vero quello che sta accadendo su Encelado (a sinistra), cioè che piovono batteri – non ci credo, e in ogni caso non sono batteri – e la sonda che sta attraversando le nuvole tiepidine che escono dal pianeta scoprisse veramente che ci sono esseri viventi nel senso terrestre del termine, l’eccitazione scomparirebbe in pochi giorni: in fondo sono solo minuscoli esserini senza importanza a milioni di chilometri di importanza. E allora, direte voi, perché tanta stampa per il bosone. In questo mi viene in aiuto uno dei partecipanti all’ultimo Evolution day, il botanico americano Peter Stevens. In margine dell’Evolution Day, parlando proprio del glamour della fisica, mi ha detto che secondo lui è una questione di mistero e di costituenti della materia; le particelle sono piccolissime, quasi invisibili, e ci attraversano ogni giorno. Ci sono anche le galassie lontanissime, l’estrema velocità della luce, le temperature delle stelle, il mistero dei neutrini. Per non parlare dell’immensa quantità di denaro immessa nei progetti, dall’LHC ai telescopi “astrali” – lo so, sto mettendo insieme fisica e astrofisica, ma il pubblico credo faccio lo stesso processo. Insomma, è roba forte, sono entità non del tutto afferrabili, che sappiamo ci sono ma chissà dove sono. Non come piante e animali (che fino a prova contraria sono biologia) che abbiamo davanti tutti i giorni e che sono in fondo familiari e ben poco misteriosi. Non solo, ma nonostante gli strilli dei creazionisti (che da 150 e più anni proclamano l’eclissi del darwinismo e dell’evoluzione), la teoria dell’evoluzione è vivissima e lotta insieme a noi. Molto più di quanto non sia quella della relatività; tanto che ogni tre per due tutti ne proclamano la morte senza che nessuno si lamenti; basta aggiustarla (in senso buono, scientificamente) e tutto va posto. Oppure smentire la scoperta. Non è la stessa cosa per l’evoluzione; se qualcuno dice che Darwin aveva torto (e lo aveva su parecchie cose) subito si scatena la canea dei suoi oppositori (creazionisti in primis). E questo torna anche con quello che dicevo prima; cioè che la biologia è familiare e poco sorprendente (e tutti possono pontificare), la fisica esoterica e sempre misteriosa; sarà anche l’aura di matematica che la circonda, le difficoltà dei numeri che (in Italia) hanno il potere di respingere manco fossero Fede e noi delle minorenni. E’ anche per questo che molti biologi invidiano alla fisica l’autorevolezza che loro non hanno.

Image2A questo si collega il secondo pensierino della sera. Che prende spunto da questo articolo, di Galileo (giornale di scienza e problemi globali). E’ uno dei siti più letti per quanto riguarda le notizie scientifiche “day-by-day”. Ben fatto, ad aggiornamento veloce, per chi vuole essere sempre informato di quanto accade nel mondo della ricerca. Il pezzo, di Laura Berardi (una fisica, il particolare è importante), racconta della scoperta, in Etiopia, di alcune ossicine del piede di una specie di ominidi che probabilmente era finora sconosciuta. Cos’hanno questi frammenti? Prima di tutto hanno 3,4 milioni di anni, la stessa età di Lucy (Australopithecus afarensis), ma, a differenza di questa, hanno il pollice opponibile. Proprio come quello di scimpanzé e gorilla, insomma, dei nostri cugini secondi (i primi potrebbero essere i Neanderhal). Questa struttura, simile a quella di Ardipithecus, che però ha circa un milione di anni in meno – o di più – insomma, risale a circa 4,4 milioni di anni fa. La scoperta è interessante e ha fatto ripensare ad alcuni tragitti che hanno portato alla nostra specie. Che, per esempio, al tempo di Lucy non tutte le specie erano obbligatoriamente bipedi; ce n’erano alcune (almeno una) che aveva ancora la capacità di arrampicarsi sugli alberi grazie al pollice opponibile. Indubbiamente interessante, ma nient’altro che una conferma di quello che i paleoantropologi pensano da qualche anno, cioè che i tragitto verso l’uomo non è una linea, ma un vero e proprio cespuglio in cui specie diverse hanno 304popolato la Terra in momenti differenti e con adattamenti altrettanto differenti. Basta vedere un semplice “family tree” (di altre epoche) per scoprire che la convivenza era un affare comune. E che ogni specie aveva le proprie caratteristiche, nè più né meno evolute delle altre. Molto interessante, ma niente di sconvolgente rispetto al paradigma ormai classico. Eppure Laura Berardi così attacca:

“Secondo la paleoantropologia, il poter camminare su due arti ha segnato la vera cesura evolutiva tra scimmie ed esseri umani, indicando la distinzione tra le due diverse discendenze: le prime mai spinte a camminare in maniera eretta, i secondi discendenti da ominidi i cui piedi si sono progressivamente evoluti per sostenere agilmente tutto il peso del corpo”.

A quel che capisco, una volta “staccatesi” dalle scimmie (!!), c’è stata un progressivo abbandono della postura a quattro arti (meno male che non ha detto “camminata sulle nocche”) per andare verso la camminata bipede obbligata. A parte il pensiero sottilmente teleologico, mi sembra che l’autrice pensi che verso l’uomo c’è stata una linea filetica sempre più bipede, e che questa scoperta smentisca l’ipotesi. Come abbiamo visto prima, non è vero; le vie prese sono state tante e molte hanno portato a un vicolo cieco. Che non per questo dev’essere considerato perdente. Semplicemente le condizioni ne hanno decretato la scomparsa, non perché una via sbagliata sulla strada della perfezione, ma perché in quel momento la selezione naturale ne ha decretato la scomparsa. Ma proseguiamo:

ominidi dalla postura eretta e altri dall’andatura più simile a quella dei primati possano aver convissuto, invece che essersi evoluti l’uno dall’altro, come finora pensato.

Ancora l’idea della linea (obbligata?) da specie simili ai primati ad altre sempre più vicine all’uomo. E proseguiamo:

Insomma, la somiglianza tra il piede di Burtele con quelli degli Ardipithecus dimostra che l’ominide era ancora abituato ad arrampicarsi sugli alberi, ma la datazione indica anche che era contemporaneo a specie più evolute.

“Contemporaneo a specie più evolute” è uno degli errori più gravi che possa fare un biologo, figuriamoci un evoluzionista. Le specie più evolute non esistono; chi decide che sono più evolute? Più evolute rispetto a chi, o a cosa? Forse voleva dire più simili (ancora!) all’uomo moderno. Che per definizione è la specie più evoluta – punto.
Gli errori di questo articolo non sono dunque fattuali, ma per così dire di quadro di riferimento. 3,4 milioni di anni sono 3,4; è difficile sbagliare. I nomi delle specie, da Ardipithecus a Lucy, sono da controllare anche su Wikipedia. Ma un approccio che presuppone una “linea filetica” diretta dagli australopitechi all’uomo moderno, e che considera questo la specie più evoluta svela una comprensione meno che accurata della teoria dell’evoluzione per selezione naturale: incomprensione comunissima, che ha la stessa fonte di cui sopra (la biologia è familiare e facile, la fisica è difficile) e due conseguenze per la comunicazione. Una che la possono affrontare tutti, dai medici ai fisici (quantistici o meno, come l’autrice del pezzo), la seconda che ben pochi si accorgono che le affermazioni di cui sopra sono errate, profondamente. E che fanno a pezzi almeno 100 anni di faticosa conquista di un paradigma, quello dell’evoluzione, che va contro il senso comune molto più di altri, e che è molto più di altri complicato da afferrare. Non tanto nella base (mutazione-selezione-evoluzione) ma nelle conseguenze per la natura e soprattutto per la propria specie. In breve, se parlate di evoluzione, almeno fatelo fare da un evoluzionista. E se non volete, fategli rivedere il pezzo.

P.S. Sono debitore della segnalazione ad Andrea Romano, di Pikaia. Che non è il portale dell’evoluzione per niente.

Haile-Selassie, Y., Saylor, B., Deino, A., Levin, N., Alene, M., & Latimer, B. (2012). A new hominin foot from Ethiopia shows multiple Pliocene bipedal adaptations Nature, 483 (7391), 565-569 DOI: 10.1038/nature10922

28 marzo 2012

Riceviamo (ancora) e...

Questa volta il commento che pubblico viene da un vecchio amico e sodale e collega qualche annetto, fa, Riccardo Oldani. Che mi dice quanto segue (alla fine ci sono le mie osservazioni):

Tre brevissime mie osservazioni:
1) il problema delle competenze professionali dei divulgatori è fondamentale, ma è qualcosa che non si può pretendere: lo scienziato intervistato o accetta di correre il rischio o non si fa intervistare, così come il malato corre il rischio di mettersi in mano a un medico incapace o a un biologo che non è in grado di fare un'analisi di laboratorio.
2) Scrivere a quattro mani? Va bene, ma poi chi viene pagato? Il giornalista o lo scienziato che fa il giornalista o si fa fifty/fifty?
3) L'educazione del lettore, questione eterna. Non si considera mai che il lettore sceglie a priori. Compra Le Scienze piuttosto che Focus o Airone perché ha certe aspettative e vuole un determinato prodotto. Certo, il prodotto si può e si deve cambiare, soprattutto se non vende. Ma ogni giornalista, e anche il divulgatore, è tenuto a realizzare un prodotto in linea con le richieste che gli fa l'editore, o il direttore o il caporedattore. La vera difficoltà, in tutto questo, è conciliare taglio e linguaggio richiesti con la correttezza dell'informazione. E questo, devo condividerlo con te, è qualcosa che rischia di sfuggire a qualsiasi controllo.
Sai cosa si dovrebbe fare? Comporre le redazioni con giornalisti adatti ai giornali che dovranno fare e non, come succede quasi dovunque, con quelli che sono già assunti da mille anni e passano dall'arredo cucina alla fisica subnucleare per motivi sindacali.
Poi, anche così, le castronerie potranno sempre uscire: gli errori, purtroppo, sono un fatto umano, che riguarda tanto i giornalisti che gli scienziati 

Questo è quello che penso

1) Su questo non sono d'accordo. Io le competenze professionali invece le pretendo. Se ti dicessero che il Capitano (noi sappiamo chi è...) ha giocato nel Venezia, diresti che chi scrive è un incompetente, e che dovrebbe fare un altro lavoro. Come lettore io pretendo che la persona che pago, molto indirettamente e in ragione di una somma minima, sappia di cosa parla. Come un medico nelle cui mani mi metto, e che se sbaglia paga. Non pretendo che un giornalista paghi per quello che scrive (non siamo mica cardiochirurghi) ma che qualcuno glie lo faccia notare e che io smetta di comperare il giornale dove lavora. Lo scienziato si fa sempre intervistare, perché non sa a priori che domande gli saranno poste; al massimo il giornalista gli chiede come sta la famiglia e cosa fa davanti a un bancone di laboratorio. Ma solo se è competente potrà fargli domande che scavano nelle sue ricerche e che, se possibile, lo colgono in fallo. Ti sei mai chiesto perché nessuno ha mai fatto a un omeopata domande veramente pregnanti, tipo "Lei lo sa cos'è il numero di Avogadro?". Io credo che accada perché pochi giornalisti hanno una preparazione in chimica, e quelli seri non sprecano il tempo a intervistare venditori di acqua fresca.

2) Non lo so, a questo non ho pensato...

3) Certamente il lettore compra quello che gli interessa. Questo non vuol dire che a qualsiasi livello, da Le Scienze a Focus a molto più in basso, non si debba (debba) essere corretti e preparati. Posso anche scrivere frammenti di 200 battute per leggo o Metro, ma devo sforzarmi di essere corretto e preciso. Non è vero, come dicono alcuni, che su un mezzo estremamente divulgativo io posso (posso) scrivere quello che voglio. 

Quanto al tuo suggerimento, dillo alle migliaia di direttori e vicedirettori che pensano che passare dallo sport all'oncologia sia "dovere" e possibilità di un giornalista. È la vecchia storia del giornalista tabula rasa: bella vaccata, direbbe qualcuno (quorum ego).
Ma l'ha detto il grande Montanelli (o Mauro, o Scalfari, o chi vuoi). Bella DOPPIA vaccata, dico io. L'ipse dixit non funziona nella scienza, figurati se funziona nel giornalismo.
Ciao

24 marzo 2012

Riceviamo e pubblichiamo…

…come scrivono sui giornali. Questo post e il commento che ne segue, di Emiliano Bruner, hanno stimolato lo stesso ricercatore a mandarmi una risposta che mi sembra assolutamente degna di pubblicazione autonoma. Relegarla ai commenti di un post mi sembrava volerla ignorare e, con il suo permesso, la metto qua. In fondo ci sono alcune mie considerazioni sulle possibilità di accoglimento della sua proposta.

 madeira 30-7-2011. Bica da Cana-Pinàculo e ritorno 376

Ecco cosa dice Bruner:

Note di divulgazione quotidiana

Il tema delle competenze professionali nella divulgazione scientifica (e delle conseguenti responsabilità culturali) è uno degli argomenti più complessi e interessanti della relazione tra scienza e società. I ricercatori si suppone conoscano bene il contenuto, i giornalisti dovrebbero conoscere la forma di trasmetterlo. Se sulla carta la divisione dei lavori è chiara, poi nel quotidiano questa linearità è molto difficile da incontrare. È chiaro che si parla di un contesto con molti fattori, che includono vincoli intrinsechi delle rispettive discipline ma anche i limiti reali e umani dei contesti professionali. I giornalisti a volte non riescono o non vogliono entrare nella questione reale del tema scientifico, trasmettendo un messaggio troppo superficiale o addirittura fuorviante. Allo stesso tempo in molte situazioni i ricercatori non sono capaci di usare semplici regole di estetica grammaticale o di struttura logica per condividere i loro risultati con un pubblico che, indipendentemente dalle informazioni di partenza, non parte dagli stessi presupposti. L’argomento è incredibilmente complesso, e merita tutte le attenzioni del caso. Vorrei introdurne qui solo due aspetti fondamentali.

Il primo è la differenza enorme e spesso inconciliabile tra teoria e pratica. Se è vero che c’è una forte questione epistemologica dietro a questo dibattito, e che sia necessario analizzarne le sfumature concettuali per poterlo interpretare, allo stesso tempo non è possibile dimenticare che c’è anche una componente pragmatica e di vita reale che potrebbe avere un peso ben maggiore delle componenti teoriche. Sto parlando di tutti quei fattori terra terra che fanno parte non della teoria ma della quotidianità, e che alla fine forse spiegano una parte importante del risultato finale. Giornalisti e ricercatori (come tutti coloro che vedono le loro necessità economiche vincolate e un salario, buono o cattivo che sia) devono rimediare la loro pagnotta, sbarcare il lunario, compiere le aspettative dei loro capi, sbrigare le faccende in tempi record, e perché no anche farcire a dovere il proprio ego e quello dei gruppi che rappresentano, istituzionalmente o no. Non dobbiamo pensare che le difficoltà nella comunicazione scientifica siano solo nella teoria di chi ha responsabilità e competenze, o nel contesto strettamente cognitivo di un individuo. Quando la teoria finisce, inizia la pratica, fatta di fretta, di risorse limitate, di egocentrismi, di scelte forzate, di incarichi superficiali, di economie di vendita, di budget, e di frustrazioni. Il lato umano del problema va ben oltre quello epistemologico, per il giornalista come per il ricercatore. Spesso ci si concentra sull’individuo, dimenticando di considerare l'"ambiente". E quando l’ambiente vincola, prima bisogna lavorare sui limiti propri del sistema, se si vuole arrivare ad analizzare il soggetto senza le influenze esterne. Certo, poi vengono anche i problemi sui contenuti, e lì ci sarebbe da dire davvero troppo. E vale senza dubbio la pena ricordare che, al di là delle teoriche responsabilità professionali, ci sono le reali capacità personali, che rendono spesso inutile e incauto associare troppo strettamente un certo compito a una determinata classe lavorativa.

Il secondo punto è la considerazione del giudizio dei lettori. Stiamo tardando molto a riconoscere che la cosiddetta “saggezza popolare” non sempre è garanzia dei contenuti. A volte le vecchie tradizioni centrano il bersaglio, come a volte lo mancano vistosamente. E questo perché, come tutti i sistemi umani, non sono mai infallibili. Allo stesso modo, e forse anche per un certo buonismo tipico dei nostri tempi, tendiamo a riconoscere al pubblico un potere e diritto di giudizio che, in quanto pubblico, non può avere. I giornalisti e i ricercatori hanno infatti la responsabilità di portare "oltre" il lettori. Oltre vuol dire più in là di dove loro [i lettori, n.d.b.] possano arrivare da soli. Il che implica che se devono scegliere da soli, non hanno gli strumenti per farlo, e restano fermi. Il lettore in genere vuole conferme. Spesso non apprezza il nuovo, il rimettersi in discussione proprio della scienza, le incertezze proprie della ricerca, ma cerca la sicurezza, la stabilità. Giornalisti e ricercatori devono tirare il carro più in là di quello che il carro possa fare da solo. Quando si tenta di compiacere il lettore, trasformandolo inoltre in cliente, si snatura il mandato stesso della divulgazione. Il potere e diritto di giudizio sul contenuto sono caratteristiche di fatto tipiche di un cliente, e non di un pubblico. E sappiamo bene, in una società come la nostra fatta più di calcio e ballerine che non di scienza e cultura, di quanto possa essere pericoloso lasciare al pubblico il giudizio. Se si lascia il giudizio al pubblico, ricercatori e giornalisti entreranno in una gara a chi offre di più al cliente, dando al cliente quello che il cliente vuole, a tutti i costi.

Tornando al centro del tema sulla divulgazione anche io, come in molti che trattiamo questo argomento, non ho risposte certe. Giornalisti e ricercatori hanno non solo professionalità ma anche prospettive e necessità molto differenti. Nel dubbio delle responsabilità, meglio provvedere a una sintesi: giornalisti e ricercatori dovrebbero sempre collaborare, pensando con due teste e scrivendo a quattro mani!

Emiliano Bruner

Ed ecco sa dico io:

Una modesta proposta

Sono d’accordo con Emiliano sull’analisi del problema, e in particolare su alcuni punti, e non sono del tutto convinto di altri. Ha ragione quando dice che la quotidianità e la necessità di sbarcare il lunario spesso hanno la meglio sulla correttezza dell’informazione. Moltissimi dei colleghi che si vedono stigmatizzare le affermazioni su Facebook (anche da me) scrivono cose sbagliate perché non hanno tempo, perché sono stati catturati dov’erano per scrivere di scienza anche se non avevano le competenze. Proprio questa mancanza di conoscenza dell’argomento è un fatto non presente sopra: Emiliano dà per scontato che il giornalista abbia, oltre alla capacità di scrivere e ai mezzi per farlo (tecnici e della professione) anche una minima preparazione nell’argomento. Non è sempre così, come dimostra questo articolo, in cui Valeria Pini (al di là dell’endorsement di un totale suonato come Montagnier – non Montaigner, come nell’articolo) pensa che si possano combattere i virus con gli antibiotici. Ecco il passo incriminato:

TUTTA COLPA di un virus. Per l'autismo bisogna seguire la pista infettiva. Ora le prime cure a base di antibiotici hanno dato risultati incoraggianti.

Anche se uno ha tutto il tempo che vuole, il capo che gli permette di scrivere qualsiasi cosa, i mezzi per contattare i più grandi ricercatori, se poi non conosce la differenza tra virus e batteri, che pezzo scriverà? Non si farà abbindolare anche da “cure” inefficaci come l’omeopatia (risposta, e )? Al di là della collega, però, la mancanza di preparazione è, e mi ripeto, uno degli ostacoli alla migliore divulgazione. E non solo del singolo giornalista, ma anche e soprattutto delle gerarchie superiori: non mi stupirei se nell’articolo sopra un brillante caporedattore abbia avuto un colpo di genio e attaccato con un virus perché gli piaceva la parola. Non è la prima volta che colleghi e amici mi raccontano di posizioni preconcette dei “capi” che non vogliono sentire ragione e pubblicano quello che vogliono perché “Sì è sempre detto o pensato così”. Dimostrando in tal modo un’altra ignoranza, quella del meccanismo della scienza: la scienza e la ricerca sono interessanti anche perché si autocorreggono, e cambiano idea spesso e volentieri. Non per capriccio, ma perché nuovi dati vengono a smentire quello che si pensava fino a poco tempo fa.

Chi non è abituato a questo approccio, a questa apparente volubilità, rimane attaccato a vecchi paradigmi (l’ho detto…) e prende molto male il fatto che le ipotesi cambino di giorno in girono e ben difficilmente divengano teorie consolidate. E chi sono quelli che più rimangono sconcertati da questo modo di fare? Proprio il pubblico, i lettori, i clienti di cui parla Emiliano. Che dovrebbero, però, secondo lui, affidarsi alla “sapienza” e alla professionalità del giornalista e farsi trascinare verso mondi diversi e più avanzati, verso visioni strane e soprattutto lontane dal senso comune. D’accordo anche su questo, ma la posizione è esattamente opposta a quella della maggior parte dei gerarchia della stampa (non solo la divulgazione scientifica). Se il popolo vuole Chi, diamogli gossip, veline e grandi fratelli; non siamo noi a dover decidere i gusti del lettore. Una posizione, faccio notare, esattamente opposta al resto del mondo capitalistico, che produce strumenti che creano i bisogni (tablet, anyone, direbbero gli inglesi) piuttosto che seguire i gusti del pubblico – che forse vorrebbe ancora i telefonini di dimensioni umane, non minuscoli aggeggini in cui non si leggono i tasti.
L’ultima proposta è quella su cui sono più d’accordo: scriviamo a quattro mani. Ma funziona se, e solo se, ognuno dei due attori del dramma cede una parte del suo ego: il giornalista quella che comanda la ricerca dello scoop a tutti i costi, la scrittura brillante e letteraria, la voglia di stupire. Lo scienziato la precisione maniacale, i distinguo inutili, la presentazione senza picchi e valli di interesse. E tanto altro. Che dire, mettersi intorno a un tavolo e scambiarsi idee (non preconcette) potrebbe essere fatto. A questo punto tutti potrebbero dire:

 

10 marzo 2012

Una questione di territorio

crw_5741Infuria in rete ormai da lungo tempo (saranno due-tre mesi, che per la rete è tanto) il dibattito che riguarda chi deve comunicare la scienza, se i giornalisti o gli scienziati – qui un punto interessante da cui partire, ma ce ne sono molti altri, come questo. E io, che sono giornalista ma anche un po’ evoluzionista ed ecologo, guardo la cosa dal mio punto di vista, viziato. E, com’è accaduto per l’ecosistema blog, mi piace leggere la situazione comparandola al mondo naturale. Il dibattito mi ha così ispirato un paio di considerazioni che vorrei condividere.

La prima è che il dibattito è mal posto; non è tanto una questione di prodotti di qualità, di chi debba scrivere su quali mezzi e di chi abbia il compito di diffondere la conoscenza scientifica. Questo perché nel caso della comunicazione le cose dovrebbero essere giudicate dai lettori o, come dico io, dai direttori, a posteriori; dopo la scrittura, non prima. E’ inutile e persino dannoso stabilire a priori che una categoria – una specie, diciamo – è vincente nella lotta per la sopravvivenza; sarebbe stato come stabilire qualche milione di anni fa che la specie migliore sarebbe dovuta essere, chessò, Australopitechus sediba, invece che un’altra dello stesso genere: al tempo conoscevamo male le condizioni ambientali al tempo, e per niente quelle future, quindi non avremmo potuto dare un giudizio obiettivo. La lotta per la sopravvivenza deve avvenire in corpore vili, non su un trattato di giornalismo né su un blog o una rivista. Lasciando ai lettori il giudizio, si permette anche un’evoluzione (una discendenza con modificazioni) che non può che far bene, sia ai lettori sia agli scriventi. Un giornalista insiste a scrivere (magari in buon italiano) cose scorrette o scientificamente risibili – vedi qua? Prima o poi qualcuno se ne lamenterà col direttore, spero: ma non si può impedire fisicamente a  un professionista di fare il suo lavoro, se è arrivato a quel punto. Se un idraulico è nell’albo degli idraulici (se esiste, non lo so) sarà chiamato da chi ha un rubinetto che perde; se non è capace di fare il suo lavoro la voce si spargerà e alla fine il professionista si adatterà, migliorando il suo “prodotto”, o chiuderà la baracca. Un professorone pretende di comunicare quel che vuole, ma con il suo linguaggio? Arriveranno lettere o mail di protesta, il giornale venderà meno (non solo, ma anche, per quell’articolo) e il professorone si ritroverà a contare i soldi che ha portato in Svizzera.

No, dicevo, non è una questione di litigare su chi è migliore e ha il diritto di comunicare, ma di chiedersi perché il dibattito si è scatenato solo adesso con questa veemenza. Anche anni fa, ricordo, i giornalisti si lamentavano che gli articoli scritti dai ricercatori fossero illeggibili, e che le loro proteste contro le modifiche fossero assolutamente ingiustificate; allo stesso modo gli scienziati lanciavano alti lai sulla ricerca tradita dai giornali, sui giornalisti che non capivano e gli articoli che insistevano su particolari marginali o che volevano a tutti i costi fare connessioni che non esistevano tra (per esempio) gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Ma il tutto rimaneva all’interno delle redazioni, e non si scatenava su ogni mezzo possibile e immaginabile, anche se allora ce n’erano meno di ora. Ed ecco il mio parere; se c’è un dibattito, una disputa, una lotta, una discussione, come in ecologia questo è intorno a una risorsa finita o scarsa. In natura può essere lo spazio, l’altro sesso, il cibo, una tana; ma qual è la risorsa nel nostro caso? Non è lo spazio; mai come ora ci sono mezzi su cui scrivere (è inutile l’elenco). Anzi, i mezzi di comunicazione aumentano di giorno in giorno e lo spazio è, teoricamente, infinito. Anche se nei giornali veri e propri, quelli cartacei, lo spazio per la scienza diminuisce sempre più, se uno vuole esprimersi lo fa tranquillamente. No, non è lo spazio che manca, ma la rilevanza, l’importanza per la società della scienza stessa. Idea balzana anzichenò, direbbe qualcuno; e avrebbe ragione. Perché mai come ora siamo circondati dai prodotti della scienza, dai computer ai cellulari alla medicina ad automobili, treni, capsule spaziali, Ogm eccetera. Solo che non sono prodotti della scienza, ma della tecnologia; sono i risultati di applicazioni delle scoperte scientifiche a pezzi di metallo o plastica che ci sono utili. Il fatto è che i principi di base che sottendono questi aggeggi sono bell’e che dimenticati: provate a chiedere a un manager che vi sta investendo col Suv mentre telefona se sa chi è Joseph Fourier: a meno che non abbia un amico broker con quel nome o non sia un matematico prestato all’economia, vi guarderà male e procederà ad investirvi. Eppure senza il simpatico francesino non esisterebbero i cellulari che fanno le foto e neppure l’analisi dell’immagine di risonanza magnetica del cafone (stava andando in ospedale). Figuriamoci poi se gli amici (e i nemici) degli Ogm sanno che tutto è cominciato in un convento boemo circa 150 anni fa. Insomma, usiamo i prodotti della scienza ma non ne conosciamo le basi. Per questo i direttori di giornali e i responsabili di programmi televisivi non si spingono troppo nella divulgazione: a parte che sono per la maggior parte laureati in economia o filosofia (o peggio), ma ritengono il tutto brillante e interessante (se è tecnologia) ma noioso e impresentabile (se è scienza). Oltre alla dicotomia scienza-umanesimo, non mi dispiacerebbe anche affrontare quella scienza-tecnologia – ma questa è una parentesi.

Per tornare a noi, quello che manca è allora lo spazio rilevante. E per tornare a una metafora ecologica-evoluzionistica, perché non pensare che ultimamente i lek siano diminuiti? Il lek di cui parlo non è però la moneta albanese, e neppure il soprannome di re Bhumibol Adulyadej della Thailandia. E’ una struttura usata di solito dai maschi (e in qualche caso dalle femmine) per “mostrare” all’altro sesso quando sono fighi, in modo che le stesse scelgano il migliore: c’è in molti uccelli, specie tetraonidi, c’è in pesci e anche in antilopi (i topi, credo). I maschi si riuniscono tutti insieme in un luogo limitato, e difendono territori minuscoli, che non hanno niente a che fare con il territorio vero e proprio, che di solito ha scopi alimentari o di protezione. Quindi, mi pare di capire che i luoghi dove scienziati o giornalisti possono mostrare all’altro sesso (i lettori o gli ascoltatori) quando sono bravi si siano moltiplicati, ma i VERI lek, i siti più pregiati e prestigiosi, siano potentemente diminuiti. Uno può scrivere su un blog, sul sito dell’università, su un giornale on line. Ma sul sito del New York Times, o in Italia Repubblica e Corriere, c’è sempre meno spazio per far vedere quanto si sa di scienza e quanto bene si scrive. Per questo ci si riunisce tutti attorno a territori sempre più piccoli e, per farsi sentire, si urla più forte. Nel lek ci sono i giornalisti (noti per la loro conoscenza ampia ma superficiale) e gli scienziati (famosi per la loro sapienza approfondita e limitata); ci sono i giovani (brillanti e a volte smargiassi) e i vecchi (posati e saggi). Tutti per una platea di lettori che diminuisce sempre di più.

Come si risolve il problema? Dall’interno, dico, senza analizzarne le cause e a un primo impulso. Si urla sempre più forte, o si cerca di essere più appariscenti possibile. Come fanno questi manachini (Pipra mentalis), che ballano come il compianto M. Jackson.

From the PBS Nature documentary Deep Jungle - New Frontiers

Purtroppo non è il modo migliore per affrontare la mancanza di spazio vitale; perché il messaggio urlato non è, né può essere, migliore di quello sussurrato, nel caso della scienza. Che è spesso complessa: la fisica moderna lo è quasi sempre, la biologia evolutiva è solo apparentemente facile, l’ecologia non parliamone. E ridurre il tutto a un messaggio di poche parole (l’attenzione dell’altro sesso-lettori è molto breve) non può essere il metodo migliore per comunicare. Il problema è che se nei lek ti metti a urlare che sei il più forte, gli altri ti sfidano e la tua arma (ballo, palchi, corna, castelli di sabbia o colori, o articolo) deve essere un segnale onesto; se fingi, tutti chiamano il tuo bluff, e sei fregato. Torniamo allora a quello che si diceva prima: se scrivi male o scrivi stupidaggini, il lettore (o il direttore) se ne accorge – o dovrebbe accorgersene. Un altro sintomo che questo comportamento di lek si sta diffondendo non solo tra i comunicatori di professione ma anche tra i ricercatori (che una vota avevano addirittura un territorio completamente diverso), sono le varie conferenze stampa per proclamare scoperte epocali (l’elenco è lunghissimo, da Ida ai batteri all’arsenico ai neutrini al bosone di Higgs).

Conclusione? Non lo so, magari ci posso pensare ma non è compito mio: non sono in grado e altri più bravi di me sono ancora in un campo di cento pertiche (è un modo di dire del lodigiano, non preoccupatevi). Ho solo fatto un’analisi etologica, per la quale mi sono divertito, che cerca di spiegare con analogie e metafore (non certo con omologie di comportamento) come un sistema – la comunicazione della scienza – possa essere capito anche guardando a meccanismi e sistemi che hanno centinaia di milioni di anni. Ripeto, non so come risolverlo, anche perché la metafora evoluzione-comunicazione non è certo assoluta. So solo che farsi vedere, urlare per conquistare attenzione e iniziare una corsa agli armamenti a chi si fa crescere penne più lunghe o corna più grosse non può essere il migliore per comunicare una materia difficile. Che può essere resa semplice, ma non elementare.

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