26 gennaio 2012

Non tutto è perduto (molto sì...)



ResearchBlogging.orgUn lavoro su PlosOne ha generato on line un dibattito piuttosto vivace che si basa secondo me su un'errata comprensione delle conclusioni del lavoro stesso, e forse del titolo. Poiché però è una diatriba che va avanti da molto tempo per quel che mi riguarda (addirittura dall'era dei news-group come it.scienza.biologia) mi sembra il caso di fare un piccolo riassunto. 
Tutti sono d'accordo che la biodiversità del pianeta stia diminuendo, e che la velocità di estinzione di base sia di molto superata da quelle generate dall'uomo, direttamente (caccia, persecuzione) o indirettamente (modifica degli habitat, disboscamento). Ma alcuni dicono che non tutte le cose vanno male, perché in fondo l'uomo, oltre che estinguere le specie localmente, ha anche contribuito ad aumentare la biodiversità di alcune regioni semplicemente trasportando specie di altri biomi: da quelle coltivate a quelle ornamentali a quelle invasive che seguono la nostra specie nei suoi spostamenti. Il risultato è che alcuni ambienti hanno perso molte specie, ma magari ne hanno guadagnate altrettante, e quindi in assoluto la biodiversità di queste zone non è diminuita. Sono tutte sensazioni, però, giudizi qualitativi, che non hanno mai avuto un conforto dai dati. Il pezzo di PlosOne ha fatto proprio questo tipo di calcoli, e i risultati sono estremamente interessanti, così come le conclusioni. Visto che il tutto è libero, vi invito a dare un'occhiata, e riporto qui solo alcuni dati che mi sembrano più importanti. Prima di tutto che nella maggioranza dei casi la perdita di specie locali si accompagna a un aumento della presenza di specie aliene: poi che l'indicatore più preciso di diminuzione di endemiche/aumento di aliene è la densità di popolazione umana, più di quanto non sia la modifica degli habitat. Poche sono le comunità vegetali senza disturbo umano e solo il 31% dei "paesaggi regionali" hanno meno specie vegetali dopo l'alterazione umana; questo perché la diffusione di altre specie a portato a un bilanciamento del numero di specie. Il tutto accade anche e soprattutto negli hotspot di biodiversità, otto dei quali hanno perso più del 10% delle specie. Sommando tutto, gli autori parlano di diminuzione globale e arricchimento locale.

Un giacinto d'acqua (Eichhornia crassipes), una delle specie più invasive del pianeta. *

Le conclusioni sono quelle che hanno suscitato il dibattito: secondo loro, non tutto è perduto, perché all'ombra del fenomeno delle aliene che invadono i territori (come per esempio la robinia in pianura padana, o lo zucchino del Po o il kudzu negli Stati Uniti) le specie locali non sono del tutto sopraffatte, e:
It may still be possible to sustain most of Earth’s plant species within the exotic-enriched anthromes that now make up most of the terrestrial biosphere, especially if anthropogenic ecological succession can be redirected to sustain native plant species as part of multifunctional land management strategies that incorporate biodiversity as a valued benefit together with agriculture and other land uses.

Alcuni hanno letto queste affermazioni come un "tutto va ben, madama la marchesa" (qui un altro esempio di questa impostazione). Anche se ci sono problemi, si può andare avanti così tanto le specie locali se la cavano da sole. È un approccio positivo (forse troppo) che dà per scontato che tanto non si può fare niente, e converrebbe non combattere troppo l'invasione perché è una lotta che ci costa troppo e non dà risultati di rilievo. Qui c'è anche un riassunto delle ricerche.
La contestazione a questa posizione deriva anche da questo articolo di Emma Marris. In cui si dice che, anche se è vero che viviamo nell'Antropocene (epoca nella quale l'uomo ha modificato l'ambiente come nessun altro fattore prima) dobbiamo accettarlo e agire perché questa stessa azione non vada oltre un certo livello. Dobbiamo e possiamo difendere le specie in pericolo traslocandole in zone più tranquille, progettare ecosistemi che facciano la funzione di quelli che abbiamo distrutto. Accettare insomma che questa è la Terra che abbiamo creato noi, che dobbiamo averne cura senza ostacolare troppo le attività umane, che orami sono qui e non possiamo farne a meno. È un po' come accettare i concetto di stewardship tipico delle religioni,per le quali il pianeta è nostro e possiamo farne quel che vogliamo, basta che lo facciamo funzionare a nostro favore.
Purtroppo, e qui è solo un mio parere, tutte queste considerazioni si basano su un assunto indimostrato: che noi sappiamo come funziona il pianeta e siamo in grado di ripararlo (a nostro favore, ovviamente) se ci accorgiamo che qualcosa non va. È la stessa posizione degli adepti del geoengineering, che sono convinti di poter cambiare il clima terrestre con gli aerosol senza conseguenze. Un altro aspetto più sottile ha a che fare con la teoria dell'ecologia: gli ecosistemi sono "costruiti" in un certo modo, da un certo numero di specie in certe proporzioni, ma nessuno sa se per costruire quel determinato ecosistema sono necessarie PROPRIO quelle specie vegetali (tassonomicamente) e PROPRIO in quelle proporzioni, altrimenti il tutto non funziona e (forse) collassa. È vero, e forse su questo si basano gli articoli, che esiste anche una teoria neutra unificata dell'ecologia (di Stephen Hubbell). Ma esiste anche l'ecologia della invasioni biotiche, e sembra che qualche problema possa derivare da queste. Siamo proprio sicuri che tutte le specie sono equivalenti, e che tolta l'una e messa l'altra non ci siano conseguenze per l'ecosistema stesso? Magari è vero, ma partire dal presupposto che lo è mi sembra piuttosto incauto (cosa che l'autore dell'articolo riconosce, nel filmato qua sotto, che però proviene dal sito dell'Economist). 




Insomma, per finire, mi sembra che porsi al timone del pianeta adesso sia un po' troppo presto: in fondo, non abbiamo ancora la patente, ma vogliamo andare a 250 all'ora in autostrada. 


Ellis, E., Antill, E., & Kreft, H. (2012). All Is Not Loss: Plant Biodiversity in the Anthropocene PLoS ONE, 7 (1) DOI: 10.1371/journal.pone.0030535




*Le foto sono dell'autore

22 gennaio 2012

L’ennesimo errore (per ora potenziale) della specie

geoengineeringResearchBlogging.orgUna fruttuosissima chiacchierata con alcuni (italiani) veri esperti di clima – a differenza di questo* – mi ha indotto a ridare un’occhiata ad alcuni punti controversi della faccenda. Il più dibattuto, ormai che quei disutilacci dei governi si sono accordati per mandare tutto a ramengo, è come adattarsi, non più come rimediare. Una delle proposte è quella del cosiddetto geoengineering, cioè di quella cosa che gli scrittori di fantascienza chiamavano terraforming, ma proprio qua, non su altri pianeti (l’immagine sopra viene da qua). San Google mi avverte che ne avevo già parlato qua. Comunque, il mio parere perplesso non era circostanziato da altro che un diffuso sospetto che qualsiasi cosa faccia la nostra specie per combattere modifiche complesse del sistema Terra non possa far altro che incasinare ancora di più le cose. A confermare il sospetto che non ci si possa addentrare su quella strada è un articolo che esce su Nature Climate Change. Si intitola Crop yields in a geoengineered climate ** (I raccolti in un clima geoingegnerizzato). L’hanno scritto alcuni climatologi americani, tra cui Ken Caldeira, noto per le sue posizioni possibiliste o meglio non del tutto critiche sul geoengineering (e per la sua vita molto interessante). Lo studio intende far chiarezza sulle possibili conseguenze del geoeng soprattutto sulla produzione di cibo. Secondo gli autori non sono molti i modelli che hanno preso in considerazione queste conseguenze, e sarebbe il caso di capire cosa accade in un pianeta in cui si continua a sputare CO2 nell’atmosfera e allo stesso tempo riempirla di aerosol che deflettono i raggi solari, in questo modo abbassando la temperatura. A parte che il problema del pH dei mari non viene assolutamente preso in considerazione, l’abbassamento di temperatura è solo una delle conseguenze di questi progetti. Kaldeira e company hanno quindi fatto partire un modello che cerchi di stabilire le conseguenze per i raccolti di un clima geoingegnerizzato. Le variabili prese in considerazione sono tante, ma non troppe: le specie coltivate sono solo mais, riso e grano, e gli scenari esaminati sono il raddoppio della CO2 e lo stesso ma con l’aggiunta di un agente di controllo delle radiazioni solari, l’aerosol in atmosfera. I risultati confermano studi precedenti, cioè il fatto che con il SRM c’è un aumento della produttività dei campi coltivati rispetto allo scenario con il solo aumento della CO2. Questo perché il primo scenario aveva un aumento della produttività solo per riso e grano, ma una diminuzione per il mais. Con l’aerosol in atmosfera il mais riguadagna in produttività. yieldQuesto perché se l’aumento di CO2 fa aumentare anche la produttività, l’eccessivo calore la contrasta: se in atmosfera c’è dell’aerosol che ne mitiga gli effetti, questo effetto depressivo non c’è più. Tutto bene quindi, spariamo aerosol in atmosfera? No, perché, quasi come un ripensamento, dopo aver detto che gli aerosol fanno bene al mais, al riso e al grano, gli autori si rendono conto che probabilmente avrebbero anche altre conseguenze sull’intero ecosistema terrestre. E che il pensiero lineare per cui ogni guadagno della produttività è positivo porta ad ignorare altre conseguenze. Ecco la frase rivelatrice:

More importantly, geoengineering by SRM does not address a range of other detrimental consequences of climate change, such as ocean acidification, which could also affect food security through effects on marine food webs. […] The safest option to reduce the climate risks to global food security may be to reduce emissions of greenhouse gases.

E’ quindi inutile cercare di tappare un buco con il tessuto strappato a un’altra parte del vestito. E se lo dice anche Caldeira…

*Un articolo come quello postato alimenta sempre più il sospetto che lo scrivente (a parte non sapere che sapiens si scrive minuscolo corsivo) abbia quello che gli americani definiscono un’agenda. In questo caso che voglia far nascere il sospetto (o il dubbio, come da questo libro) che in fondo il riscaldamento globale non è poi male, se ci salva da una glaciazione. Che poi questa debba avvenire tra un millennio e mezzo, è un particolare che non tutto colgono.

**Pongratz, J., Lobell, D., Cao, L., & Caldeira, K. (2012). Crop yields in a geoengineered climate Nature Climate Change DOI: 10.1038/NCLIMATE1373

11 gennaio 2012

Api da guardia

ResearchBlogging.orgNon è colpa mia, ma sembra che le notizie più interessanti vengano dal mondo degli insetti. Dopo le formiche che cambiano casta secondo gli ormoni che vengono loro somministrati, ecco che in un'ape sudamericana sembra stia per nascere una casta nuova, quella dei soldati. Di solito nelle api la divisione del lavoro è basata sull'età (si chiama polietismo per età o qualcosa del genere; qui un sito con una bella spiegazione), con le più giovani che si curano delle larve, le intermedie che costruiscono il nido e le più anziane che vanno a cercare il cibo. Ma sono sempre le stesse api: ora una ricerca su Proceedings of the National Academy of Sciences ha invece stabilito che in una specie sudamericana, la Tetragonisca angustula (una specie dei Meliponini, che sono api senza pungiglione), alcuni individui si fermano all'entrata del nido, sia appoggiate fisicamente alle porte di cera sia svolazzando intorno per proteggere le proprietà della colonia. Che siano individui di caste diverse è abbastanza chiaro, perché soldati sono fisicamente differenti dalle altre operaie: sono del 30% più grosse delle altre operaie (le vedete sotto) e hanno zampe più lunghe e testa più piccola. 
Come per le formiche i soldati erano utilizzati per combattere le possibili invasioni di formiche razziatrici, anche qui questa casta serve per difendere il nido da una possibile specie invasiva. In questo caso la specie Lestrimelitta limao: queste ultime sono di dimensioni maggiori delle nostre jatai (il nome locali delle apine), ma di fronte ai soldati, che combattono più a lungo e con più forza delle altre operaie, si presume che possano battere in ritirata. Qui (il sito dell'università, da cui ho preso anche la foto all'attacco del post) vedete una serie di filmati con i soldati che controllano l'entrata nel nido e attaccano un'ape razziatrice. 

Gruter, C., Menezes, C., Imperatriz-Fonseca, V. L. & Ratnieks, F. (2012). A morphologically specialized soldier caste improves colony defense in a neotropical eusocial bee Proceedings of the National Academy of Sciences DOI: 10.1073/pnas.1113398109

07 gennaio 2012

Sempre più formiche

raja1HRResearchBlogging.org

Soldati e supersoldati di Pheidole marciano fianco a fianco. [Photo courtesy of Alex Wild/alexanderwild.com]

Sembra che non studiare le formiche sia fuori moda. Un po’ perché le discussioni più feroci derivano da studi su questi insetti (vedi per esempio qui e qui per chiarire) un po’ perché sia dal punto di vista genetico che da quello evolutivo le formiche continuano a racchiudere misteri. Prendete l’ultimo studio uscito su Science, dal titolo “Ancestral Developmental Potential Facilitates Parallel Evolution in Ants”*. L’articolo, anche se scientifico, per alcuni può essere appassionante come un racconto: ecco che è successo. Un mattino Ehab Abouheif della McGill university stava raccogliendo formiche in un pezzo di terreno abbandonato non lontano da New York. Scoprì così tra le operaie anche alcune formiche che erano veramente grosse, e particolarmente feroci (sopra le vedete – le mandibole fanno male, molto male). L’entomologo sapeva che quelle formiche, dalla specie Pheidole morrisi, avevano sì alcune operaie più grosse delle altre, che fungevano da soldati e quindi difendevano la colonia, ma non così grosse. Si ricordò però che quelle formicone le aveva viste in altre specie, dello stesso genere, come Pheidole rhea. Che avevano non due, ma tre caste di operaie: quelle normali, che cercavano il cibo, quelle che difendevano la colonia e quelle che bloccavano l’entrata del nido col loro testone. Ma perché in una specie di solito priva di supersoldati erano saltati fuori questi individui così enormi? C’era probabilmente un mistero sia genetico sia evoluzionistico: questo perché i supersoldati sono normalmente presenti solo in alcune specie, appunto Pheidole rhea, Pheidole obtusospinosa e altre specie. Per capire cosa fosse successo, Abouheif e colleghi hanno prima di tutto chiarito le relazioni evolutive tra undici specie di Pheidole: ecco il risultato. Le specie barrate di verde hanno i supersoldati in natura, le altre no.pheidole

Ma sono specie lontane, dal punto di vista dello sviluppo evolutivo: e questo che significa? Una sola cosa: che il tratto, l’adattamento che porta allo sviluppo di ben tre caste invece di due è un qualcosa che era presente già nel passato del genere Pheidole, (e il fatto che fosse in P. rhea, una specie “basale”, è una conferma di tutto ciò) e che solo alcune specie “scelgono” di utilizzarlo per far crescere proprio quella casta insieme alle altre due. Per controllare che l’ipotesi fosse vera, pheidole_supersoldier_antche cioè i geni per la produzione di supersoldati fossero presenti in tutte le Pheidole studiate, sono stati condotti degli esperimenti usando un analogo dell’ormone giovanile che si sapeva indurre la nascita di queste formiche superdotate.

Un supersoldato comunica con un’operaia. [Photo courtesy of Alex Wild/alexanderwild.com]

Ed ecco che, voila, trattate con questa sostanza i nidi di sia Pheidole morrisi sia altre specie, come P. hyatti e P. spadonia, producevano i supersoldati. Altro passo nel ragionamento è stato cercare di capire perché tutto ciò succede ed è successo. Secondo gli autori il primo perché di Tinbergen si spiega con l’alimentazione migliore e quindi l’innesco di un ormone giovanile che fa crescere superlarve e supersoldati. Più interessante è invece il secondo perché, quello evolutivo: perché solo alcune specie fanno crescere i supersoldati? Secondo gli entomologi, quelle almeno P. obtusospinosa è sottoposta a pressione evolutiva da parte di altre formiche, le cosiddette “army ant” (formiche guerriere) che cercano di entrare nei nidi e fare razzia; le testone dei supersoldati sono delle ottime porte che non si spostano quando arrivano i nemici. Un’altra specie, che si chiama P. hyatti, ha per esempio un’altra strategia per cui i soldati guardia di porta non servono: quando arrivano le formiche guerriere semplicemente scappano. Il meccanismo evolutivo invece è un’altra storia ancora: è ovvio che la base genetica era ed è presente in tutte le formiche, ma alcune lo sviluppano perché la pressione evolutiva ha di fatto indotto l’incorporazione del percorso biochimico che porta ai supersoldati e il suo fissaggio nel genoma. Un fenomeno che si chiama accomodazione genetica (diversa dall’assimilazione, quella di Waddington): ecco un pdf che li spiega.
Il pezzo si conclude così:

Our results suggest that the recurrent induction of ancestral developmental potential is an important source of adaptive variation for selection that facilitates the adaptive and parallel
evolution of novel phenotypes.

Una bella storia di evoluzione.

Rajakumar, R., San Mauro, D., Dijkstra, M., Huang, M., Wheeler, D., Hiou-Tim, F., Khila, A., Cournoyea, M., & Abouheif, E. (2012). Ancestral Developmental Potential Facilitates Parallel Evolution in Ants Science, 335 (6064), 79-82 DOI: 10.1126/science.1211451

05 gennaio 2012

Metaimitatore

ResearchBlogging.orgIl polpo mimo (Thaumoctopus mimicus) è una delle specie favorite di Youtube. Questo perché è un vero trasformista: diventa sogliola, pietra, granchio e persino pesce scorpione od ofiura. Lo fa usando le sue capacità di cambiare colore e forma nel giro di pochi istanti. Se mettete mimic octopus sul famoso canale di filmati vedete decine di brevi frammenti in cui il mollusco ne fa di tutti i colori. Ora si è scoperto che ci sono anche gli imitatori degli imitatori. Un piccolo pesce (Stalix cf. histrio) ha la stessa livrea (una delle...) del polpo mimo, e lo segue in giro per il fondo del mare quando questo si sposta per cercare cibo. (il cf dopo il genere sta a indicare che la determinazione non è certa). Il pesciolino in sé è abbastanza timido e vive in buche scavate nella sabbia. Ma se passa un polpo, si aggrega per alcuni minuti per andare a cercare cibo in compagnia del suo compagno. Che nessuno nota troppo, così come non notano la piccola appendice che nuota accanto. Un caso straordinario di imitatore imitato. Il tutto, dicono gli autori del pezzo, corre il rischio di scomparire perché la zona dov'è stata trovata questa simbiosi è sotto le mire di bombaroli, albergatori, pescatori e agricoltori che scaricano a mare la qualunque e cercano di portare via dal mare quello che trovano. Prima che non ci sia più, guardatevi il filmato qua sotto. Il cerchio giallo indica il pesciolino all'inizio.







Rocha, L., Ross, R., & Kopp, G. (2011). Opportunistic mimicry by a Jawfish Coral Reefs DOI: 10.1007/s00338-011-0855-y

03 gennaio 2012

Immagini della scienza 1

Il solito provocatore, lui, ha deciso di fare una raccolta di immagini che possa rappresentare, nelle sue parole, come "metodi tipici di una disciplina scientifica possano influenzare la rappresentazione dei risultati di quelle stesse discipline". E mette, come esempio, un disegno di Newton. Rimanda anche a una pagina che si intitola "10 images that changed the course of science". In cui per dire al verità sembra che siano le immagini che hanno cambiato il corso della scienza, al contrario di quello che dice il professor Liberti. Ma credo sia stato una specie di processo autoalimentato, per cui le idee cambiavano il modo di vedere le cose, e le immagini lo modificavano nella testa di coloro che le vedevano. Visto che molte sono immagini che riguardano fisica o chimica, mi è punta vaghezza di suggerire qualche immagine che invece avesse a che fare con la biologia.


E ovviamente la prima che mi è venuta in mente è la rivoluzione mentale che Darwin ha indotto nel cranio dei contemporanei (a parte i più duri, non dissimili dei creazionisti odierni). L'immagine è questa accanto, tratta dalla pagina 36 del  Taccuino B di Darwin (on Transmutation of Species, scritto nel 1837-1838). Non è un capolavoro, me ne rendo conto, ma è importantissima per capire i processi mentali del padre dell'evoluzione per selezione naturale. Accanto al disegno di un "cespuglio" c'è la scritta "I think". Le scritte vicino al disegno e sotto dicono questo (non le ho tradotte io, ma gli studiosi del grafomane dalla pessima grafia - sempre Darwin):
I think
Case must be that one generation then should be as many living as now. To do this & to have many species in same genus (as is) requires extinction.
Thus between A & B immense gap of relation. C& B the finest gradation, B & D rather greater distinction. Thus genera would be formed. — bearing relation.
Nella pagina successiva ci sono le parole to ancient types



Le parole, invero misteriose, stanno a significare che le specie che vediamo oggi sono derivate da un processo che si è svolto nel lontano passato. Un processo di estinzione, cioè di scomparsa di alcune forme (esemplificate dai trattini perpendicolari alla fine di alcune linee) che hanno lasciato in vita, oggi o nel passato, solo alcune specie. Un'analogia (non omologia, solo similitudine) potrebbe essere con un altro processo; questo non ha a che fare con la filogenesi (l'origine delle specie), ma con l'ontogenesi (lo sviluppo dell'individuo), cioè l'apoptosi, la morte cellulare selettiva, che uccide alcune cellule in modo da "scolpire" il corpo.
Tornando a Darwin, quelle che a noi sembrano specie molto lontane, così, sono invece unite da una linea che sprofonda nel passato remoto, come accade per esempio tra A e B, oppure in un passato più recente, come tra C e B o C e D. Questa spiegazione, così nitidamente evidenziata dal disegno, rende conto anche della mancanza (al tempo del naturalista) di specie di transizione. Non è vero che non siano esistite mai, sono semplicemente scomparse, e la moderna paleontologia ne ha trovate a decine che possono essere collocate alla fine di quelle linee interrotte da un tratto perpendicolare. 
Prima ho accennato al fatto che non si tratta di un albero, ma di un cespuglio (e Gould nella sua opera preferisce l'analogia con il corallo); questo perché, nonostante si continui a parlare di "albero genealogico", l'immagine dell'albero è sbagliata. E questo è dovuto al fatto che, come si vede nell'immagine sopra, non esiste un "tronco" di un albero che porta dalle "radici" in cima. Esiste solo un ventaglio di linee, molto più simile così a un cespuglio senza tronco principale, che porta da (1) fino alle specie denominate A, B, C, e D. Ognuna delle quali ha la stessa dignità. L'immagine dell'albero infatti porta anche automaticamente a considerare migliori, più avanzate, superiori o altro (come fa in questo articolo il volenteroso ma male informato giornalista del Corriere) le specie che stanno in cima. È un altro esempio di come l'immagine, la sua costruzione e persino il suo orientamento possa condurre a concezioni sbagliate, sempre dettate dal maledetto senso comune che inquina ogni nostro pensiero. Dell'immagine si potrebbero dire molte altre cose, per esempio il fatto che è datate, al più tardi 1838, molto, ma molto prima di ricevere una lettera di Wallace che gli suggerisce l'idea di evoluzione (insieme al meccanismo di selezione naturale, che qui non c'è ancora ma che è presente nel Taccuino D, del settembre 1838). Oppure il fatto che Darwin avesse capito che tutte le specie sono imparentate (quindi collegate, come le linee del disegno), magari nel lontano passato, da altre forme estinte. 


Provate a confrontare l'immagine accanto (tratta da qui). Vedrete che non è cambiato molto, comprese le forme estinte, a parte il fatto che le specie sono molte di più e in cima (quasi) c'è sempre l'uomo. Forse la scelta di Darwin di mettere semplici lettere è stata fatta con questo intento. Ma certamente il disegno di pagina 36 del Taccuino B ha avuto e ha una fortissima influenza sull'immagine che abbiamo dell'evoluzione. Che poi bene o male lo rifiutiamo per disegnare un albero invece di un cespuglio non fa che testimoniarne la potenza evocativa cui il nostro cervello a volte cerca di sfuggire.
Se mi vengono in mente altri disegni, li posto sotto il titolo Immagini della scienza. Vediamo cosa dice il professore.


P. S. I (2) biologi che mi seguono diranno che sono scontato e prevedibile. Ma il mondo fuori non è fatto solo di studiosi di Darwin. E visto che io NON lo sono...

02 gennaio 2012

Metablog

No, non metà. Meta. Che in greco vuol dire oltre, come in metafisica (erano i libri di Aristotele oltre la fisica; cioè nella sua libreria erano dopo quelli di fisica - metà ta fusikà, per dire). Ora significa anche circa, a proposito di, come in metadati, metastudi, o metalinguaggio. Sono sempre stato in difficoltà con il meta, perché se non riesco ad afferrare qualcosa, se non mi si aggancia a qualcos'altro di concreto, non so inserirlo nelle caselline cerebrali che mi spiegano qualcosa. Devo fare un salto logico, dai dati ai metadati, che mi risulta difficile – e a volte impossibile. In questo sono aiutato dal fatto che nella blogosfera italiana questo blog è "conspicuous only in its absence", e quindi mi sento fuori dal calderone ribollente. Per questo cerco di evitare tutte le discussioni sui blog; non tanto su cose facili, come farli o non farli, ma sul blog in sé. Del tipo serve/non serve, ha la forma giusta/sbagliata, muore/non muore. Questo post (di un sito che non conoscevo) è la perfetta esemplificazione del tutto: in breve, non ci capisco molto. Quello che mi ha spinto a scrivere questo post (cosa spinge un blogger a scrivere un post: Spingitori di blogger, su Rieducational channell) è il fatto che spesso si parla di ecologia dei social network e di loro evoluzione. Perché allora non applicare quelle poche leggi che si conoscono dell'ecologia e quelle (tante) dell'evoluzione al mondo dei blog? Ovviamente tutto ciò è solo e soltanto un esercizio, che non uscirà di qua, ma visto che alcuni hanno detto che "Ora si tende a mettere sul blog ciò che si vuole far rimanere nel tempo e ritrovare", perché non provare? Nonostante le parolone, il tutto ha ben poco di scientifico, ed è sono una (stiracchiata?) analogia. Ma forse, prima o poi, può servire.

Si potrebbe partire dal fatto che in evoluzione sono ben pochi gli organi che scompaiono totalmente: persino nelle balene, che non hanno le zampe posteriori, c'è un residuo degli arti che si può vedere nello scheletro. Allo stesso modo è difficile che nella blogosfera qualcosa scompaia del tutto (a meno che non siano gli organismi stessi a ucciderlo, come accadde per Google Buzz). C'è ancora persino Second Life, che pensavo sepolto nei fumi dell'oblio, o . Alcuni organi sono ancora utili, altri sono solo inutili orpelli che appesantiscono la banda. Così come accade che alcuni organi vestigiali anche nel nostro corpo rimangono (vedi l'appendice, anche se molto dubbi ci sono su quest'ultima affermazione), allo stesso modo siti o intere isole di Internet non scompaiono, pur avendo ben pochi "utilizzatori". Significa che il costo di spegnere la macchina, cioè in termini evolutivi di estinguersi o di sparire come organo o adattamento all'interno di una specie, è più alto di quello di mantenerlo. C'è però un problema nella sopravvivenza di questi mezzi di comunicazione (o di espressione, o di confessione): quello del principio di Gause, o legge dell'esclusione competitiva. Due specie non possono coesistere se i loro fattori ecologici sono costanti. Due scarabei che si nutrono esattamente della stessa risorsa non possono stare sullo stesso albero. E quando sono arrivati i lupi a Yellowstone, hanno scacciato o almeno molto diminuito la presenza dei coyote. La scelta di una delle due specie è quella di estinguersi o di cambiare. Ora, non credo che Twitter e i blog siano la stessa cosa, ma che in un modo o nell'altro vadano a sfruttare la stessa risorsa (blogger e twitter sono spesso assimilabili) fa sì che l'uno o l'altro debbano in qualche modo ridimensionarsi. Senza scomparire, certo, ma poiché le risorse sono per definizione finite, non si possono gonfiare oltre misura.

Ogni specie, poi, tende in un modo o nell'altro a suddividersi in popolazioni differenti che, anche secondo Darwin, alla fine potrebbero non riuscire più a riprodursi fra di loro. Non che prospetti o auguri la riproduzione tra blog, ma il fatto che l'unitaria popolazione di blog non possa essere più trattata come un'unica entità è sotto gli occhi di tutti. I blog di scienza e di pettegolezzo, per esempio, hanno uno scambio genico bassissimo. Sono cioè molto pochi i blogger che tengono contemporaneamente un blog di automobili e di fisica quantistica (magari ce n'è, ma non ne conosco). Risultato? Prima o poi si formeranno più e più popolazioni non in base alla piattaforme (Wordpress o Blogger) ma in base agli interessi: e costituiranno così una specie di tassonomia dei blog che sarà possibile rintracciare il passato e le parentele dei blog stessi (e forse dei blogger). Sarà molto più difficile applicare questi principi a Twitter, che ha un patrimonio genetico molto più "misto" e che somiglia più a quello dei batteri. Nei quali avviene con più frequenza lo scambio genetico orizzontale per cui la tassonomia è difficile da creare.

Finito? No, perché le somiglianze tra frammenti di Internet in mano ai lettori e le specie animali e vegetali sono molte di più. Ma per adesso, visto che il post sta diventando troppo lungo per un blog, mi fermo qui. Appena ho tempo, spazio e altre similitudini, le rimetto qua. Sempre pensando che non tutto quel che dico è serio e utile, ma che proprio per questo alcune idee possono esserlo.

01 gennaio 2012

Mi dico...

... ma perché devo stare a parlare di certe cose il primo dell'anno? (a proposito, Buon Anno). Ma perché è domenica, perché non riesco a decidermi cosa mettermi a leggere, perché la televisione (la ga la forza d'un leun) manda della lirica o in genere musica classica. E poi perché i blog sono fatti per essere scritti quando le idee sono un po' più chiare, non a comando. Una lunga premessa per dire che alcuni giorni fa ho letto un articoletto sulla mostra Homo sapiens di Roma. Il pezzullo si intitolava "Mostra e mostri. Visita al Palaexpo di Roma" e parlava con leggerezza di un argomento già trattato dal suddetto organo di stampa (??). L'autore è Massimiliano Parente, di cui poco si sa, a parte che scrive per i giornali del padrone dei giornali. Persino per il settimanale di cultura (sempre più ??) "Il domenicale". Non sono riuscito a rintracciare on line alcunché che possa accomunare Parente con una scienza qualsivoglia, men che meno la paleoantropologia. Ha scritto di Grande Fratello, di trucchi (rossetti e ombretti, tipo), di politica, ma soprattutto di letteratura (dev'essere il suo campo). E allora, direte voi, perché è andato ad affrontare una cosa complessa come la mostra di Roma? Il perché profondo non lo so, magari il direttore gli ha detto qualcosa come "Guarda che c'è una mostra a Roma su dei fossili, valla a vedere e parlane male, perché l'hanno fatta degli evoluzionisti". Il giornale su cui scrive Parente (che si presenta come "appassionato di evoluzione") si è infatti distinto per attacchi spesso (sempre, và) sconclusionati alla teoria dell'evoluzione, quindi un tassello in più o in meno non fa differenza. Dicevo, la causa efficiente potrebbe essere il direttore del fogliaccio che lo spinge, la causa finale l'attacco alla teoria dell'evoluzione. Ma quale può essere la causa formale? Perché l'essenza dell'articoletto è così sciatta e irritante? Azzardo un'ipotesi anzi, più d'una (che erano lo scopo del post); prima di tutto l'argomento è scienza, quindi, come spesso accade nella stampa, chiunque può dire la sua - mica si tratta di sport, o politica, o gossip; qui ci vogliono degli esperti. Lo so, è un paradosso, ma più gli argomenti sono complessi più i giornalisti ci si buttano: vedi per esempio Battista sul riscaldamento globale. E' anche una caratteristica dei giornali si destra far scrivere il primo che passa di argomenti scientifici. Questo perché, lo abbiamo ripetuto più volte, la scienza non ha dignità di argomento a parte, per il quale necessita una preparazione specifica. Per questa ragione Parente può dileggiare la mostra dicendo "alla mostra «Homo Sapiens» allestita nella capitale al Palazzo delle Esposizioni non c'è quasi un pezzo vero: i reperti verranno pure da 56 diversi musei del mondo, ma sono quasi tutti calchi, incluso il flauto di trentacinquemila anni fa che è piaciuto tanto al Corriere e alla Repubblica" (notare come Homo Sapiens sia scritto scorretto, in due modi). Non sa che, a differenza delle mostra d'arte, che ci sia o meno un originale è irrilevante; il calco (compreso quello del flauto) basta e avanza per illustrare l'evoluzione umana. Il feticismo dell'originale non c'è nella ricerca scientifica, ma solo la tensione alla spiegazione di fenomeni basandosi sui dati di fatto - non su interpretazioni più o meno fantasiose, tipiche di certa critica letteraria e artistica (come qua, un pezzo che a me, solo a me, non sembra neppure scritto in italiano).


Il punto più importante è che, trattandosi ancora una volta di scienza, quindi nella testa dei letterati di argomenti da Ingegni minuti (ecco un libro da leggere bene), il tutto è trattato con tono fatuo, vacuo, beffardo, da sopracciglio alzato (sneer, dicono gli inglesi). Con i soliti inserti che dimostrano come l'autore è "di buone letture" e visioni - cita a un certo punto tale Bene che non si cura del Ruanda. Intervallato da curiose osservazioni estremamente positive, quasi concessioni agli organizzatori e agli sponsor, che stonano un po' col resto del pezzo. Una mostra descritta dall'alto in basso, con nasino rivolto all'insù e la puzzetta da intellettuale inorganico sotto il naso. E' molto probabile che questi intellettuali senza speranza (che non sono esclusiva della destra, anzi) non capiscano e mai capirebbero l'importanza di uno mostra come questa o come quella di Darwin di qualche anno fa. Non hanno i mezzi, non ce la fanno; non solo manca loro la preparazione, ma non hanno neppure la voglia di capire l'importanza di certi approcci - come quelli che dicono "Io mi vanto di non capire la matematica". Rifiuteranno sempre e comunque, nascosti dietro lo schermo di quello che chiamano cultura, un paio di occhiali che permetterebbero loro di vedere il mondo un po' più simile a quelle che è veramente. Continueranno a scrivere i loro articoli brillanti, leggeri e inutili, accolti dai gridolini di ammirazione della minuscolissima borghesia di destra e di sinistra che ha paura del moderno. L'unica speranza è che si estinguano con le giovani generazioni (anche se l'ammirazione per Baricco non è di buon auspicio). Va beh, aspettiamo.

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