Questo post fa parte del Carnevale della Biodiversità, che riprende dopo qualche mese di interruzione più bello e splendenti di pria. L’argomento è “Ho visto cose… La biologia dei mondi fantastici”.
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Il primo e peculiare impulso dell’uomo, quando arriva in un ambiente nuovo, è quello di classificare. Uno dei primi atti di Adamo nella Genesi è stato infatti il dare i nomi alle specie (2:20-21) che il buon vecchio con la barba bianca aveva messo a sua disposizione. Non è quindi strano che quando nella tavola periodica degli animali e delle piante qualcosa non torna il nostro cervello tende a riempire le caselle con la specie adatta (e allo stesso modo a negare che quella determinata specie che sta vedendo con i suoi occhi esista veramente, se non rientra negli schemi che si è fatto). Nascono quindi draghi, serpenti volanti o erbivori, leviatani, chupacabra e quant’altro. Che sono specie “facili” da immaginare, basta semplicemente ingrandire alcune caratteristiche delle bestie conosciute, o esagerarne solo alcune; un serpente lungo duecento metri, un calamaro gigante che affonda le navi, un lupo assetato solo di sangue, e solo di quello delle capre. Sembrerebbe che la fantasia umana sia il solo limite all’invenzione. Eppure alcuni hanno invece cercato di immaginare animali e piante solo e soltanto all’interno delle regole, quelle della biologia. Con questo post voglio provare a fare una tassonomia delle specie fantastiche andando dalla più fantasiose e libere alle più scientificamente corrette e “difficili”. Dal rumore di fondo che esce dal cervello umano quando immagina e forse sogna alla sistematizzazione delle invenzioni all’interno di scatole prestabilite e fisse. Quello che racconto è un percorso basato solo sulle “bestie fantastiche” che mi sono familiari, e sugli autori di cui ho almeno una minima conoscenza. Il mondo della letteratura è pieno di ben altre meraviglie e sta a chi arriva fino alla fine di questo post di collocarle nelle caselle giuste della “tavola di Mendeleev” della biologia fantastica.
Molti dei taxa fantastici, sregolati, si trovano per esempio nel libro di Borges “Manuale di zoologia fantastica”. Ottanta creature generate dalla mente umana, dall’uccello simurg, dell’agnello vegetale, di Cerbero e altre bestie spesso a metà strada tra zoologia e botanica. Borges ovviamente non fa che riportare, con il suo stile, le invenzioni della fantasia umana che da secoli vede una cosa e ne immagina un’altra. Il libro dimostra inoltre, ma questa è solo una digressione, molte cose. Prima di tutto che Borges conosce(va) benissimo la zoologia fantastica, molto meno quella vera. Che, come dice nella prefazione “"La zoologia dei sogni è più povera di quella di Dio", è infatti segno di poca conoscenza della panoplia di specie che popolano le foreste e gli abissi marini. Poi, che la nostra attenzione per il mondo naturale è modesta e infima, mediata da quello che abbiamo visto e che ci immaginiamo, lontana dai fatti e dalla realtà. Che infine le miserrime creature inventate dagli incubi di una specie siano più glorificate di quelle vere è un esempio di quanto ancora si pensa che il mondo è al nostro servizio, e che la semplice descrizione di uno scrittore (foss’anche Borges o chiunque altro) abbia più importanza della realtà – cui in fondo crediamo ancora poco,come diceva il vescovo Berkeley. But I digress. Ognuno di questi esseri strani e curiosi ha un però difetto; ognuno di essi ha sempre qualche problema con la biologia, cioè con il funzionamento delle strutture della vita. Prediamo le specie più diffuse, i draghi. Avrebbero teoricamente delle grosse difficoltà con il sostentamento, perché sono troppo pesanti per volare. E i serpenti erbivori non possono esistere per ragioni metaboliche.
Probabilmente i leviatani carnivori e assalitori di barche sarebbe troppo grandi per nutrirsi solo di carne (umana o mano) e i chupacabra che si nutrissero solo di sangue di capre potrebbero morire di fame. Borges e gli antichi non si chiedevano se quella determinata specie potesse veramente sopravvivere; l’importante era che vivesse nel cervello del creatore. Un’altra guida, meno poetica e più tecnica, si addentra nella biologia di unicorni e draghi, di sirene e viverne; me l’ha consigliata un’amica esperta, per cui io la consiglio a voi; eccola.
Da un certo punto in poi, però, la ricerca scientifica ha fatto sì che alcuni autori cercassero di mettere insieme la fantasia umana e la scienza. Che però – non è vero? – da che mondo è mondo, uccide la fantasia perché cerca di spiegare il tutto con una serie di regole (noiose?) cui dobbiamo obbedire, e parcellizzando ogni ente esistente fino ai suoi componenti più minuscoli, atomi e campi. È vero che spesso lo scienziato alza il ditino e fa no, no a voli fantastici, e che quindi fa la figura del guastafeste; ma c’è anche modo di affrontare questi limiti. Alcuni hanno così cercato di superare la sfida, unire cioè la fantasia e la scienza, e comporre e inventare animali e piante che non esistono semplicemente perché la natura non ci ha pensato, non perché non potesse farlo. Ne sono nati alcuni trattati che hanno decisamente fatto la storia della divulgazione. Perché per esempio i Rinogradi sono così famosi? Perché la Botanica parallela di Lionni rimane nel cuore (di un naturalista, almeno) più di tanti romanzi stranoti? Proprio perché pur essendo specie di fantasia contengono almeno un pizzico di quei recinti scientifici che impediscono la nascita dei draghi e dei serpenti erbivori. Ma perché, alla fin fine, queste bestie e queste piante sono così affascinanti per alcuni? E come ci si arriva? Prendiamo per esempio uno dei libri più noti: Animali dopo l’uomo, di Dougal Dixon.
È un libro di qualche annetto fa (su un sito l’ho visto classificato come rarità), che parla di quello che potrebbe succedere alla fauna dopo che la specie Homo sapiens si è tolta di mezzo, volontariamente o meno. Dal mio punto di vista, un libro del genere non è complicato: basta estrapolare, sempre conoscendo le solite “regole”, quello che accadrebbe sulla Terra se la maggior parte della megafauna si estinguesse – sono i primi ad andarsene quando arriviamo da qualche parte, e adesso che abbiamo invaso il pianeta, stanno salutandoci uno a uno. Rimarrebbero solo specie più piccole e furtive, magari notturne o marine, che nel giro di qualche millennio potrebbero generare altre specie, più grandi o più piccole, con diverse abitudini alimentari ed ecologia. Dai roditori deriverebbero ovviamente la maggior parte delle specie, che prenderebbero il posto di felini, antilopi e altro. Dixon dice che il libro è fatto anche per insegnare le regole di cui sopra usando esempi estremi, in modo da incuriosire il lettore e insegnargli qualcosa. Ma, tutto sommato, sono come ho detto animali “normali” di cui si estrapola l’evoluzione. Un passo più in là è un altro libro di Dixon Man after man, in cui ipotizza un’umanità che si è diversificata in decine e decine di specie diverse grazie all’ingegneria genetica. La speculazione, pur scientifica, è molto più spinta e, proprio perché più avanti nella direzione della fantasia, molto più interessante.
Un altro trucco per costruire una ecologia all’interno delle regole, ma non troppo, è quello di ricreare il tutto su un altro pianeta. E qui i libri di fantascienza sono pieni di casi, da tutte le bestie di Douglas Adams (che cito solo perché è lui, non perché per esempio la Ravenous Bugblatter Beast of Traal abbia una qualche logica) alle specie che incontra il buon Adam Reith su Tschai, a quelle dell’universo di Star Trek, fino alle innumerevoli bestie e piante aliene che incontrano coloro che si spostano su altri pianeti. A voi fare un elenco (anche se me piace molto per esempio l’universo di Uplift, di Brin – qui una guida). Molte, però sono mere riproduzioni di faune terrestri, con “insetti”, “carnivori”, “uccelli” che non fanno che riprodurre (certo modificati più o meno pesantemente) gli animali che vediamo affacciandoci alla finestra. Tra tutti, però, cito tre progetti di grande interesse perché cercano di ricreare su altri pianeti una zoologia e una botanica completamente distaccate da quelle terrestre, trovandone però similitudini e convergenze; necessarie, perché apparentemente alcune “leggi” sono proprio ineludibili – insomma, qualche specie che sfrutta le radiazioni solari ci dev’essere, e altre che mangiano i produttori sono proprio difficili da NON immaginare. Questo se pensiamo sempre con la nostra mente terrestre, ovviamente, perché, come diceva Haldane “The universe is not only queerer than we suppose, it is queerer than we can suppose”. È cioè al di fuori della nostra immaginazione. Tra tutti i progetti immaginati ne cito due che mi sembrano più interessanti, per lo sforzo fatto dai creatori e per i mezzi su cui sono stati creati. Il primo è il mitico Darwin IV di Wayne Barlowe, che l’ha descritto nel libro Expedition. L’intero progetto è un’assoluta meraviglia, vista con gli occhi di uno zoologo in pectore, perché le specie sono descritte all’interno del loro ambiente con un’ecologia non diversa da quella della Terra, ma un’anatomia del tutto diversa e decisamente strana. Barlowe aveva già scritto anni fa un libro dal titolo “Barlowe’s guide to extraterrestrials”, ma questo è il suo capolavoro.
Qui sopra una delle bestie più famose, il daggerwrist, un predatore volante che impala le prede con l’uncino delle zampe anteriori. La maggior parte delle specie sono cieche alle nostra lunghezze d’onda, e percepiscono il mondo loro attorno un po’ come i pipistrelli, emettendo impulsi di cui poi riascoltano l’eco. Ci sono decine e decine di altre specie, dal Mare amebico agli Eosapiens e l’unico modo per capire come funziona il tutto sarebbe procurarsi il libro, anche se la versione hardback costa più di 500 $ (!!!). Il paperback viene via con circa 150 $. Del tutto c’è anche un documentario, Alien planet, che si trova su Youtube (a bassa risoluzione), che vada tutti i minuti che dura – e per gli intervistati. C’è anche l’artista stesso, insieme a Hawking, Horner, Lucas e altri. C’è un progetto simile del National Geographic, chiamato Alien worlds in Inghlterra e Extraterrestriala negli Stati Uniti, un lungo documentario su un paio di pianeti e la loro vita. Un altro progetto, che prende i esame anche l’anatomia interna e la biologia. SI chiama Snaiad, ed è opera del disegnatore turco Nemo Ramjet (!). IL tutto aveva un suo sito autonomo, con disegni e descrizioni, ma si può trovare ora solo a questo link. Le specie descritte sono anche qua moltissime, e l’autore ha cercato per alcune anche di immaginare un’anatomia decisamente aliena. C’è riuscito, secondo me; purtroppo il progetto ha subito qualche interruzione, e le descrizioni delle specie sono limitate ad
alcune. Qui accanto vedete l’anatomia esterna di un kahydron, un “vertebrato” derivato da animali simili alle oloturie, e per questo dotati di muscoli idraulici. Le due estremità sono la bocca (il lungo tentacolo) e gli organi riproduttivi (sopra, protetti da un becco). Insomma, la fantasia non mancava a Nemo. Peccato solo che il progetto si sia fermato dopo un buon inizio, e che le specie descritte siano molto poche. Se volete leggere di altri progetti, non dovete far altro che cercare “alien ecology” o “alien life” o roba così. Ne spuntano a decine, anche se non tutti sono così interessanti come quelli descritti.
Il passo successivo nella creazione di ecologie e biologie diverse dall’esistente è il più difficile, e anche il più esaltante. Creare specie animali e vegetali che obbediscano alle “leggi” della biologia terrestre (quelle note) come se fossero cioè veri vertebrati o insetti o altro che hanno subito sulla Terra un’evoluzione diversa da tutto il resto della fauna del nostro pianeta. Un’evoluzione parallela che porti a esseri se non veri almeno verosimili, molto verosimili. I libri di Dougal Dixon di cui sopra sono all’interno di questo filone, anche se come detto sono solo estensioni logiche di percorsi evolutivi già avvenuti. Il bello, e il difficile, è applicare la fantasia più sfrenata alle regole più strette. Non sono certo un esperto, ma mi pare di capire che molta musica colta sia gradevole all’udito propri per questa ragione. Le regole di scrittura erano molto precise, ai tempi di Bach, ma ciononostante il musicista di Eisenach ha composto musica sorprendente e mai noiosa. Allo stesso modo, inventare taxa sorprendenti è un compito difficile. E l’esempio più classico è così quasi insuperato.
I Rinogradi sono infatti descritti alla perfezione, dai muscoli allo scheletro ai costumi sociali all’ecologia. Per una ragione o per l’altra, ho letto il libro più e più volte, nel corso di molti anni, dall’università in poi – fino a qualche giorno fa, per scrivere ‘sto post. E per l’ennesima volta mi sono meravigliato della cura estrema che l’autore, Gerolf Steiner, ha messo nel descrivere un’intera classe di mammiferi che basano tutta la loro vita su un naso spropositato. La tassonomia, per i tempi, è perfetta, la linea filetica descritta alla perfezione, dalle specie più semplici alla più complesse. Tutte le specie però non hanno adattamenti che potrebbero sembrare fuori luogo; in ognuna c’è sempre la ragione evolutiva che ha portato all’ingrandimento di un naso o delle orecchie, alla trasformazione del naso in organo prensile o di cattura per gli insetti. Se non sono veri, insomma, sono verosimili. Dopo aver passato anni e anni a studiare alberi filogenetici e anatomia, lo zoologo trova in queste specie il brivido dell’imprevisto, coglie giochi di parole che solo lui e pochi altri capiscono (uno degli autori dei testi della biografia si chiama Bouffon – ma con la O – e altri due sono Bromeante de Burlas Y Tonterias). Si riesce persino a capire come una specie si possa essere evoluta da un’altra, attraverso quali pressioni evolutive. Qui c’è tutto il volume scandito con un paio di postfazioni e aggiunte.
L’ultimo capitolo di questa ministoria appartiene a un libro decisamente fuori dal comune, in cui le protagoniste sono vegetali dalle caratteristiche peculiari. Leggermente fuori dal tempo e dallo spazio, mai in centro dell’immagine vista o fotografata ma a lato, sono le specie della Botanica parallela di Leo Lionni (qui accanto una Syguria barbulata, qui invece si può trovare anche qualche pagina del libro, in un nuova edizione di Gallucci – da qualche parte ho quella di Adelphi del 1976).
Lasciamo all’autore di concludere questa storia (al maestro Kees Popinga di scrivere un trattatello par suo e a me ricordare che quattro anni fa ne avevo già parlato, in un altro modo), che ci ha portato lungo una vera scala naturae dalle specie più facili alle più complesse. E soddisfacenti, per chi guarda la fantasia con gli occhi dello scienziato in erba. Una biologia fantastica che ha molto da insegnare anche a quella vera. E che ritroveremo, spero.
2 commenti:
Stratosfera. Per fortuna hai scelto di trascurare una cosa...
Il tuo è fantastico, alla pari con quello di Lisa.
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