25 dicembre 2011

Dagli amici mi guardi Iddio…

speciesPerché questa invettiva? Perché un amico, Livio Leoni, mi ha coinvolto (dopo il Carnevale della biodiversità) in una specie di sfida. Non è vero, sono io che l’ho presa come sfida, lui ha solo segnalato, qui, che c’è l’ennesimo elenco delle specie descritte dalla rivista Zootaxa: il fatto è che qualche tempo fa c’è stato un lavoro interessante ma contestato che riguardava proprio il numero delle specie descritte e di quelle che in base a ciò forse vivevano sulla Terra. Ne ho parlato qui. Non è ora importante se le conclusioni del lavoro su Plos Biology siano o meno corrette, ma se sia vero che le specie animali esistenti siano conosciute; anche perché è da questo valore che parte tutto il ragionamento degli autori dell’articolo su Plos Biology. Ho provato allora a capire come ognuno di essi sia arrivato al valore riportato. Dunque, Zootaxa nell’articolo di introduzione parla di 1.552.319 specie di animali (per ora solo animali – Kingdom Animalia) delle quali 24,659 estinte. L’articolo di Plos Biology parla invece di 1.124.516 (somma di animali terrestri e marini). I primi sono arrivati al valore sommando i numeri delle specie negli articoli che fanno parte del fascicolo più altri a riempire i buchi. I secondi invece hanno tratto le stime da qui (no, da qui); solo che il Catalogue of life parla di 1.379.178 specie TOTALI nella sua undicesima checklist. E, secondo gli autori, questo numero è poco più dei 2/3 di tutte le specie note (che sarebbero quindi un po’ meno di 2.068.767). Secondo un rapporto del governo australiano, che si intitola Numbers of Living Species in Australia and the World (se lo cercate lo trovate, in pdf), quelle del mondo sono in totale 1.899.587. Di cui i soli animali (vertebrati e invertebrati) sono 1.424.153. Capisco, gli ordini di grandezza non sono poi così lontani, ma da un milione e cento a un milione e cinquecento ce ne passa. Vogliamo metterci d’accordo?

23 dicembre 2011

Miscellanea, e una considerazione

PrintResearchBlogging.orgIl primo articolo che mi si presenta appena apro il computer parla di piccioni. Da sempre considerati stupidotti, e di successo solo perché hanno trovato il modo di vivere in un ambiente protetto, si dimostrano invece man mano sempre più intelligenti, se con questo si vuol significare anche la capacità di astrazione e di applicazione di regole logiche. Quello che hanno fatto i ricercatori che vedete in fondo (1) è

[Image courtesy of Damian Scarf]

stato sottoporre alcuni piccioni a prove di ordinamento, simili a quelle usate per alcuni studi sui macachi rhesus. Hanno cioè chiesto loro di ordinare alcuni cartelli in base al numero di elementi che contenevano, dal meno numeroso al più numeroso. I piccioni, esattamente come le scimmie, hanno risposto alla perfezione, “contando”, in apparenza, gli elementi dei cartelli e mettendoli in ordine. Come vedete nella foto sopra gli elementi da ordinare non erano tutti omogenei, e quindi i piccioni avevano imparato una regola “astratta”, non affidandosi semplicemente alla struttura o alla forma degli elementi. Questo ribadisce il fatto che non siamo gli unici ad avere, nel cervello, alcune regole astratte; e che quindi queste regole astratte sono molto probabilmente innate, qualsiasi cosa voglia dire. Insomma, che anche in questa lettura del mondo la cultura c’entra ben poco, e l’evoluzione molto di più.

1-1_600px.568Ora l’altra notizia, e la considerazione. La notizia è facile, la trovate qui (2 è l’articolo scientifico, e qui c’è un sito dedicato). Alcuni ricercatori, tra cui l’italiano Michel Menegon del Museo di Trento, hanno scoperto una nuova specie di vipera, che hanno chiamato vipera di Matilda (Atheris matildae), in Tanzania, in un ambiente forestale molto degradato. La foto sopra è ovviamente del signor Menegon, cui chiederò il permesso di pubblicarla. Ora, voi direte, che c’è di nuovo? non è una specie italiana, non è una specie grossa o piccola o particolare (a parte che è assolutamente meravigliosa – per un confronto con un altro essere vivente decisamente più orribile guardate qua) quindi perché ce ne parli? Perché gli scopritori hanno deciso, e spero che il trend si diffonda sempre più, che non era il caso di dire dove è stata trovata? Ora, tutti (oddio, molti) sanno che se trovi una specie nuova devi anche indicare il posto dove l’hai trovata (in inglese type locality), in modo da permettere ad altri di controllare anche la biologia della specie, o farne altri studi. Gli zoologi nel nostro caso invece si sono astenuti, indicando solo Southern Highlands of Tanzania come la località dove la vipera è stata trovata (e l’hanno fatto d’accordo con il curatore del journal dove hanno pubblicato, Zootaxa). Perché questa segretezza? Perché il luogo è un frammento forestale di poche decine di chilometri quadrati, e perché i signori conoscono l’avidità umana. Se il luogo dove vive una vipera così bella e così rara cade infatti nella mani di trafficanti di animali (e parliamoci chiaro, trafficante/legale di animali è un ossimoro come xxxx/intelligente – mettete voi la categoria che volete), in brevissimo tempo la specie scompare. E le piccole vipere vanno a finire in terrari di ricconi (per il fisco nullatenenti, almeno in Italia) che dopo qualche volta che le hanno viste mangiare un insetto o qualcos’altro se ne dimenticano e le fanno morire di fame. Non è difficile pensare che molte specie di anfibi o rettili siano state spazzate via dai trafficanti solo perché sono belle e/o rare. Che poi nel mercato ci sia la mafia, italiano o giapponese non importa, non mi stupisce affatto. Guardate le notizie su questo sito e poi ditemi se gli accordi hanno un qualche valore. Non solo per la piccola vipera di Matilda (è il nome della figlia di uno degli scopritori che l’ha accudita per un po’ appena arrivata) ma anche per tutti gli altri rettili o anfibi o uccelli che stanno facendo una brutta fine per il commercio di animali, queste notizie mi fanno pensare che un accordo come quello che di chiama Cites (ecco cos’è) sia totalmente inutile. Non regolamenta il commercio di animali, ne consente lo sfruttamento bieco. Come nella notizia sopra ci si stupisce che i piccioni abbiano anche solo un barlume della nostra intelligenza, qualcuno si stupirà che ci si occupi di piccoli rettili e si faccia di tutto per proteggerli (ci sono così tanti uomini che hanno bisogno…). Il tutto nasce dalla concezione tutta da Homo sapiens della cosiddetta eccezionalità umana, per cui la nostra specie è diversa da tutte le altre, qualitativamente diversa, e solo a noi sono consentite cose che non ci sogneremmo mai di permettere alle altre (vedi cattura e uccisione dei milioni di squali, e campagne feroci se uno solo mordicchia e uccide un rompicog… di surfer che ti passa a mille all’ora in salotto).
Fermiamo del tutto il commercio di animali selvatici (che ci siano povere popolazioni che sopravvivono vendendo pappagalli agli occidentali non ci credo) e stoppiamo anche il secondo commercio illegale del mondo dopo la droga. E denunciamo quelli che nascondono in casa animali rari o sospetti, così come piante ovviamente (io sono sempre convinto che i cactus dell’ex-presdelcons fossero stati importati illegalmente…).

(1) Scarf, D., Hayne, H., & Colombo, M. (2011). Pigeons on Par with Primates in Numerical Competence Science, 334 (6063), 1664-1664 DOI: 10.1126/science.1213357

(2) MICHELE MENEGON, TIM R.B. DAVENPORT & KIM M. HOWELL (2011). Description of a new and critically endangered species of Atheris (Serpentes: Viperidae) from the Southern Highlands of Tanzania, with an overview of the country’s tree viper fauna Zootaxa, 3120, 43-54

Assenza di prova...

... non è una prova di assenza. In questo senso: sono mesi che non mi occupo di riscaldamento globale, non perché non voglia, ma per due ragioni ben precise. Una è che ci sono quelli che lo fanno molto meglio di me, tipo questi signori qua o meglio ancora questi. Il secondo motivo è più importante: dopo che per anni hai dimostrato scientificamente, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il pianeta si sta scaldando per colpa dell'uomo, ci sono ancora colleghi illustrerrimi che se ne escono con questa spazzatura. Non ci si può a questo punto chiedere perché le cose continuino come se non fosse successo niente, e come se la scienza del riscaldamento non fosse profondamente cambiata da vent'anni a questa parte. Non si può continuamente dar la colpa all'ignoranza, non quando si parla di giornalisti che hanno tutti i mezzi per informarsi (che poi sappiano leggere gli articoli scientifici è un'altra faccenda). Non si può dar la colpa alla malafede, che dopo anni di insistenza ha - o dovrebbe aver - diviso il grano dal loglio, nel senso di persone da ascoltare e no. 
Come fanno ormai in molti, lo sforzo è quello di cercare di capire quali siano i meccanismi mentali e psicologici che inducono molti a non credere, a chiudere orecchie e soprattutto neuroni quando si tratta di riscaldamento globale (è l'ultima scimmia a sinistra). Per questo quello che posso fare sono tre cose: non parlare mai più di modelli o fisica complessa (che respinge molta gente, e che altri sanno fare meglio), dedicarmi solo alle conseguenze del riscaldamento di origine umana e soprattutto segnalare i mezzi con cui chi vuole dovrebbe riuscire a combattere il virus della disinformazione. quindi il sito Skeptical science, una vera miniera di informazioni, ma soprattutto il piccolo pdf The Debunking Handbook in cui ci sono motivi profondi o meno, e tutti i trucchi per cercare di ingaggiare una battaglia dialettica con i negazionisti. Non è finita; se avete voglia e un cellulare di ultima generazione (uno smartphone, per dire) scaricatevi una piccola app (c'è per iPhone e per Android, oltre che per Nokia) che contiene tutte le informazioni in rapidissimi pezzettini per smentire tutti i dati portati avanti dal maggiordomo delle multinazionali, il Battista di turno. 
Nel frattempo, Buon Natale.

19 dicembre 2011

Domande e bosoni

Questo articoletto di Piero Bianucci, gloria del giornalismo scientifico italiano, sta suscitando un bel dibattito tra i blog e le persone che seguo più volentieri su Fb. Per Beatrice Mautino c'è qualcosa di strano, specie nel fatto che stigmatizzi la posizione di Observa science. Secondo la dottoressa Mautino (ops) il pezzo è scritto da arrabbiato, anche se non si sa con chi. Secondo Peppe Liberti, sul suo blog Rangle la frase "Perché allora indire il seminario e stampare un comunicato che a sua volta ha fatto stampare milioni di pagine di giornali di tutto il mondo? Forse per mettere il cappello su una scoperta non ancora fatta ma ritenuta imminente" (ok, LE frasi) sono poco chiare, perché "In genere si prova a mettere il cappello su una eventuale scoperta quando c'è il rischio che la possa fare prima qualcun altro. Chi altri sarebbe in grado di trovare l'Higgs se non LHC?".
Io vedo altri spunti di riflessione (oltre al fatto che Bianucci parla di comunicazione scientifica, quando sa benissimo che i comunicatori/giornalisti scientifici che hanno affrontato l'argomento si contano sulle dita di una mano). Lui dice che "La scienza è fatta prima di tutto di non so. Il grave è che ora i non so si annunciano alle conferenze stampa. E che i giornalisti, non potendo passare per ammazza-notizie, sparano i non so a piena pagina facendoli diventare forse sappiamo, presto sapremo, dicono che si saprà". Beh, a me sembra una cosa positiva; significa che i giornalisti, anche se per ragioni sbagliate, stanno inseguendo una normale procedura scientifica. Quella di mettere il dubbio qualsiasi cosa; anche se uno mi presentasse un lingotto di cinque chili fatto solo di bosoni di Higgs, io non sarei contento né convinto finché non l'ho esaminato. Che male c'è a instillare il dubbio nel linguaggio giornalistico, scimmiottando così quello scientifico? Cosa accade al giornalismo scientifico, si chiede Bianucci? Che diventa più simile al soggetto di cui parla, dico io. E che insegna al pubblico che le scoperte non sono "una volta per tutte", pietre miliari fisse e stabili, e che la procedura scientifica è un po' paradossale, perché procede, come il treno di The iron council (Miéville, da leggere subito), smontando i binari dietro il treno, su cui la carovana ha viaggiato fino a quel momento, per costruirne altri davanti. Le basi sono le stesse, il tragitto cambia sempre.
Per riprendere quello che dice Stefano Dalla Casa in un commento su Fb: "Se la scienza è fatta comunque di non so, qual è il suo criterio per stabilire quando è lecito che una scoperta sia diffusa alla stampa? Esiste un specie di indice di Bianucci basata sul p-value?"
Può darsi, per terminare, che Bianucci fosse arrabbiato; se è così, lo è per le ragioni sbagliate. Cioè che il Cern strombazza cose che non ha ancora scoperto per giustificare la sua esistenza. E il mio dubbio è proprio questo: deve proprio giustificarli, i soldi che tutti i contribuenti europei e americani spendono per sbattere un protone contro un altro? Non sono convinti, i responsabili, che la stessa ricerca scientifica sia giustificata dalla sua stessa esistenza, senza cercare scuse? O sentono il fiato sul collo della crisi e devono dire al colto e all'inclita che in fondo anche loro servono a qualcosa, tipo scoprire com'è fatto l'universo (e quindi anche scilipoti, forse?)? Non so, come dico altrove mi ricorda il caso della Nasa e dei batteri all'arsenico, o di Ida (l'anello mancante che non lo era) o dell'asteroide pieno di batteri marziani. I medici, per dire, non strombazzano al mondo il fatto che hanno curato un raffreddore, perché tutti sanno che senza di loro non si starebbe bene (anche se, a volte...).

16 dicembre 2011

Ricordi

In un attimo di resipiscenza (che non so cosa sia, ma suona molto bene) mi sono ricordato di un vecchissimo post: questo. E di un pensiero che avevo fatto allora: entro un anno, un anno e mezzo, nessuno sentirà più parlare della rivoluzione di MPP e del socio. Ecco, l’anno e mezzo è passato e, a parte occasionali capatine su siti creazionisti, nessuno si ricorda più del libro Gli errori di Darwin.
Come diceva un consigliere del principino grassottello e pedofilo: Sic transit gloria mundi.

11 dicembre 2011

Un affare di famiglia – VI Carnevale della biodiversità

05ResearchBlogging.orglogo-carnevaleOgni tanto, anche se non spessissimo, invidio gli amici fisici. No, non è quello che si chiama physicis envy, cioè il guardare con desiderio la precisione e la pulizia della fisica. Quei tempi sono passati, almeno da quando Ernest Rutherford Lord Kelvin (grazie a Tommybond, nei commenti) disse che solo la fisica era una scienza, il resto era collezione di francobolli (mentre Lord Kelvin, cui avevo assegnato la citazione, disse “The more thoroughly I conduct scientific research, the more I believe that science excludes atheism”). No, l’invidia nasce dal fatto che praticamente ogni giorno ci sono nuove scoperte che minacciano, o promettono, di sconvolgere le basi stesse della fisica moderna. Materia oscura, energia oscura, bosoni di Higgs e compagnia bella (per non parlare dei neutrini supraluminali) non si infilano con precisione nel grande costrutto della meccanica quantistica e della gravità einsteiniana. Insomma, mancano dei pezzi che però non preoccupano i fisici stessi; che, anzi, ci vanno a nozze. L’invidia nasce proprio da questo ribollente universo che giorno dopo giorno minaccia di cambiare. Non solo: loro, i fisici, sono assolutamente serafici e vedono tutto come una possibilità di crescita e ricostruzione della loro scienza. Se mi seguite, capirete anche come questo abbia a che fare con il Carnevale della Biodiversità, ospitato questa mandata da Oggiscienza.
wilson1Ho cominciato dunque a pensare alla complessità e alla lentezza della biologia rispetto alla fisica quando mi sono messo a leggere questo bel tomo a sinistra (del quale c’è anche la – ottima, anche vista la traduttrice – traduzione italiana). A differenza dei fisici, i biologi, e in particolare gli evoluzionisti e quelli che si occupano di comportamento, litigano con concetti che risalgono a Darwin o addirittura ad Aristotele, e non sono ancora riusciti a risolvere il problema, anzi l’INTRIGO: sto parlando dell’altruismo, e soprattutto del perché alcuni insetti (e non solo loro) dimenticano di riprodursi, in apparenza per fare un favore ai parenti, in particolare a coloro che – appunto – si riproducono. Un problema in apparenza semplice, che Darwin aveva risolto a modo suo dicendo, anche se poco convinto, che era probabilmente una questione di gruppi. Nei gruppi che hanno più successo, che può derivare da geni ma anche da situazioni comportamentali apprese, tutti gli individui beneficiano del complesso del gruppo (ma vedi sotto), che ha quindi qualcosa in più degli altri. Anche se come detto Darwin era poco convinto, tutto sembrava abbastanza semplice: in fondo le formiche e le api (e altri, vedremo poi) sono abbastanza semplici da poter essere studiate con facilità. Non avevano bisogno di complesse strutture matematiche per spiegare il loro comportamento; certo non a livello di quelle della fisica moderna. Anche se c’era quella contraddizione tra evoluzione e mancanza di riproduzione nelle operaie che non si riusciva a spiegare. Un po’ come accadde nella fisica per la radiazione del corpo nero e la catastrofe ultravioletta all’inizio dello scorso secolo.
Tutto procedette abbastanza bene fino agli anni Sessanta del secolo scorso, o meglio tutto rimase sopito fino a quel momento. Quando qualcuno iniziò a guardare in profondità la struttura delle società delle api, delle formiche e delle termiti. E non gli tornava il fatto che alcune non si riproducessero. I parenti, a differenza di quanto accade nel titolo di questo Carnevale della biodiversità, non sono serpenti, ma una famiglia unita e felice, tanto che alcune componenti aiutano la madre a tirare su i figli senza produrne loro stesse. L’unica condizione perché questo avvenisse era però che tutti gli appartenenti al nido fossero imparentati; condividessero cioè un certo numero di geni (meglio se molti o quasi tutti). La risoluzione del problema fu trovata proprio qua: con calcoli neppure troppo complessi, i biologi sono arrivati a dire che è proprio il coefficiente di coefficienteparentela (che si calcola come da illustrazione accanto) quello che governa tutto il comportamento degli animali. E non solo quello delle specie eusociali, anche se è proprio tra queste che tutto si chiarisce meglio. Il principio è questo: se ho dei parenti vicini cerco di sbattermi  per loro più di quanto non faccia per quelli più lontani, perché anch’essi contengono parte dei geni che io posseggo. Perché: la biologia mi ha insegnato che per l’evoluzione è importante la riproduzione. Se a me interessa che siano i geni quelli che si riproducono (curiosa espressione, lo concedo, perché è AI GENI che interessa che IO mi riproduca), allora non conta dove sono i geni stessi. Potrebbero essere anche in altri individui che non sono proprio io. Da qui nasce l’ulteriore estensione del concetto: non c’è bisogno che mi riproduca io, possono farlo anche i miei fratelli o sorelle. Che, per definizione, contengono una parte dei miei stessi geni: è la “fitness inclusiva”. Cosicché se io non sono in grado di riprodurmi (come accade per gli helpers at the nest, giovani e/o impossibilitati a riprodursi che danno una mano al nido, per aiutare a tirare su i piccoli, loro fratelli minori) ci penseranno i miei genitori o miei fratelli maggiori più fortunati. Questo significa anche che il gruppo non esiste più: solo la famiglia (o i parenti) sono importanti; è la selezione di parentela, e se volete leggere uno dei lavori fondanti del campo, andate qui. (Noto come, qualche annetto dopo, nel 1987, uno dei peggiori politici dell’ultima parte del secolo scorso ebbe a dire there is no such thing as society). Dunque dal gruppo ai parenti ai geni: l’orizzonte della spiegazione del comportamento si restringe sempre di più.Tutto bene dunque, tutto a posto? Sono i geni che conducono il gioco, è la parentela che conta e per parentela si intende la percentuale di geni condivisi. Parenti angeli, invece che serpenti? Alt, non tutto è così chiaro, nel mondo del comportamento degli animali. Perché tra gli animali rientra anche l’uomo, che ha dalla sua una complessa psicologia; è anche questa, non solo i risultati scientifici, che governa l’andamento delle scoperte. A qualcuno quindi il fatto che tutti dipendesse solo e soltanto dai geni non andava a genio (ops…). E allora ecco che risalta fuori quella storia della selezione di gruppo puro e semplice, proprio quella che in un modo o nell’altro risale a Darwin. Finora non ho fatto nomi (a parte Darwin), perché mi piace molto di più concentrarmi sulle idee che sulle persone. Ma stavolta dobbiamo andare a vedere l’autore (uno degli) del libro di cui sopra e tracciarne il percorso: è Edward O. Wilson, uno dei più importanti biologi del secolo scorso, e anche dei più importanti divulgatori dello stesso. A leggere la sua biografia, ha un innato “feeling for the organism”, e capisce le sue bestie (essenzialmente insetti, in particolare formiche) prima degli altri. Per questo tutta la storia della selezione di parentela e della fitness inclusiva sono importanti in tutti i suoi libri, da Sociobiologia a Biofilia a questo Superorganismo.
Proprio da Wilson si è verificato quello che molti considerano un tradimento. Da campione della visione centrata sul gene, e quindi sulla condivisione dei geni (che altro non è che la parentela) Wilson è diventato sempre più dubbioso; che tutto potesse essere spiegato solo da questo punto di vista gli sembrava sempre più limitato e limitante. Per questo, dopo una serie di suggerimenti in articoli precedenti, se ne esce con un lavoro (1) che contesta profondamente tutta la teoria precedente. E soprattutto annuncia la morte della inclusive fitness, affermando che la selezione naturale è più che sufficiente per spiegare la nascita delle specie eusociali. La famiglia è quindi finita, non è più necessario essere parenti per spiegare la nascita dell’eusocialità, basta, come dicono gli autori, l’ecologia e la selezione naturale? Leggendo meglio il pezzo su Nature si capisce che un po’ di ragione ce l’hanno. Anche perché a questo punto è necessario introdurre un’altra faccenda piuttosto complessa (vedete come la biologia è più intricata della HaploDiploidfisica, anche senza matematica?).  La faccenda è quella dell’aplodiploidia: cioè il fatto che la determinazione del sesso in alcuni taxa è determinata da un meccanismo – che vedete accanto – che fa sì che le sorelle siano imparentate più tra di loro che con gli eventuali figli. Di conseguenza conviene a loro “aiutare” la madre a generare altre operaie loro sorelle – formiche o api – invece che deporre loro stesse uova fecondate. Da questa situazione ne consegue il fatto che le specie con una determinazione del sesso aplodiploide sono più “indotte” dall’evoluzione a diventare sociali. Ma, dice Wilson, non tutte le specie sociali sono aplodiploidi (non lo sono gli eterocefali glabri, per esempio) e non tutte le specie aplodiploidi sono sociali. Allora, perché continuare ad attaccarsi alla teoria della inclusive fitness se non spiega tutto? fitness
L’articolo ha generato una serie quasi infinita di risposte, che cercano di difendere la teoria della fitness inclusiva, sia dimostrando che la stessa ha spiegato un bel po’ di fenomeni (vedi tabella accanto, tratta da qua (2); notate quante firme per un articolo così breve) sia negando la validità dell’approccio di Wilson e compagni, che si basa sulla pura selezione naturale – o quasi. L’articolo citato sopra, che è accompagnato da moltissimi altri, come questo (3), si conclude con una frase molto chiara, che richiama ancora la validità del concetto di fitness inclusiva e selezione di parentela: if the fitness benefits are great enough, then altruism is favoured between relative.
La famiglia quindi vince, e i parenti sono i più importanti componenti della specie? Piano con i trionfalismi. Insieme alla contestazione della fitness inclusive, Wilson ci si è messo di buzzo buono, e ha cercato di far rinascere anche la selezione di gruppo, non solo ma anche nel libro da cui sono partito. Che purtroppo gode di una pessima fama, perché passa per essere quella teoria per cui “il comportamento degli animali è per il bene della specie” (una frase che si trova spesso nei libri molto vecchi, o poco aggiornati, e nei documentari televisivi). Come sanno tutti, non è così, per svariate ragioni (una delle quali è che se un gruppo si comporta così e per esempio smette di riprodursi per non consumare troppe risorse, un altro gruppo lo frega e inizia a far figli per approfittarsi della situazione). Ma ci sono alcune condizioni in cui un affinamento della teoria, e della definizione di gruppo (“popolazioni racchiuse in aree più piccole dei confini del deme”, come dice David Sloan Wilson, quiDavid Sloan Wilson è un altro Wilson, meno famoso ma altrettanto bravo e fantasioso*) può portare a una “convivenza” dei due approcci, in modo che possa esistere sia la selezione all’interno del gruppo – individuale –sia quella tra gruppi. Basta applicare la teoria della fitness inclusiva – e l’equazione di Price, cui ho già accennato qui – anche a gruppi di dimensioni arbitrarie, non solo a coppie (madre-figlia per esempio). Wilson ha cercato però di usare la selezione di gruppo come unico motore, senza che la selezione di parentela sia mai intervenuta nel processo. L’altro autore del Superorganismo, Bert Hölldobler, non è mai stato particolarmente d’accordo su questo (tanto che per mettersi d’accordo su come scrivere il libro ci hanno messo anni), e ritiene che anche la selezione di parentela debba intervenire nel processo. Ecco cosa dice Hölldobler qui (4): However, it is easy to construct a general, purely individual selection model of cooperation mediated by between-group competition. This is not surprising, as it is now well established that trait-group selection models can be mathematically translated into individual selection models (including inclusive fitness models), and vice versa, so the two classes of models cannot be considered alternatives to each other.
La storia non è ovviamente finita, perché la letteratura scientifica sull’argomento è sterminata e minaccia di strabordare. Ma tutto si tiene all’interno dei comodi confini dell’evoluzione per selezione naturale. Perché non si vede all’orizzonte nessun neutrino supraluminale che possa mettere in pericolo le basi stesse della biologia moderna (come i neutrini mettono in pericolo quelle della fisica). Eccitante, quindi, ma pericoloso. Ecco perché sono invidioso della fisica, ma allo stesso tempo mi piace di più la biologia: mentre là discutono dei massimi sistemi e dell’universo per arrivare alle storie umane, qui stiamo ancora a dibattere della famiglia e della parentela. Perché secondo gli evoluzionisti è da queste cose minute che si può fare veramente filosofia.
*Così fantasioso da aver proposto una “città darwiniana” per superare i conflitti. Ne ha parlato anche Mauro Mandrioli qua.
(1) Nowak, M., Tarnita, C., & Wilson, E. (2010). The evolution of eusociality Nature, 466 (7310), 1057-1062 DOI: 10.1038/nature09205

(2) Abbot, P., Abe, J., Alcock, J., Alizon, S., Alpedrinha, J., Andersson, M., Andre, J., van Baalen, M., Balloux, F., Balshine, S., Barton, N., Beukeboom, L., Biernaskie, J., Bilde, T., Borgia, G., Breed, M., Brown, S., Bshary, R., Buckling, A., Burley, N., Burton-Chellew, M., Cant, M., Chapuisat, M., Charnov, E., Clutton-Brock, T., Cockburn, A., Cole, B., Colegrave, N., Cosmides, L., Couzin, I., Coyne, J., Creel, S., Crespi, B., Curry, R., Dall, S., Day, T., Dickinson, J., Dugatkin, L., Mouden, C., Emlen, S., Evans, J., Ferriere, R., Field, J., Foitzik, S., Foster, K., Foster, W., Fox, C., Gadau, J., Gandon, S., Gardner, A., Gardner, M., Getty, T., Goodisman, M., Grafen, A., Grosberg, R., Grozinger, C., Gouyon, P., Gwynne, D., Harvey, P., Hatchwell, B., Heinze, J., Helantera, H., Helms, K., Hill, K., Jiricny, N., Johnstone, R., Kacelnik, A., Kiers, E., Kokko, H., Komdeur, J., Korb, J., Kronauer, D., Kümmerli, R., Lehmann, L., Linksvayer, T., Lion, S., Lyon, B., Marshall, J., McElreath, R., Michalakis, Y., Michod, R., Mock, D., Monnin, T., Montgomerie, R., Moore, A., Mueller, U., Noë, R., Okasha, S., Pamilo, P., Parker, G., Pedersen, J., Pen, I., Pfennig, D., Queller, D., Rankin, D., Reece, S., Reeve, H., Reuter, M., Roberts, G., Robson, S., Roze, D., Rousset, F., Rueppell, O., Sachs, J., Santorelli, L., Schmid-Hempel, P., Schwarz, M., Scott-Phillips, T., Shellmann-Sherman, J., Sherman, P., Shuker, D., Smith, J., Spagna, J., Strassmann, B., Suarez, A., Sundström, L., Taborsky, M., Taylor, P., Thompson, G., Tooby, J., Tsutsui, N., Tsuji, K., Turillazzi, S., Úbeda, F., Vargo, E., Voelkl, B., Wenseleers, T., West, S., West-Eberhard, M., Westneat, D., Wiernasz, D., Wild, G., Wrangham, R., Young, A., Zeh, D., Zeh, J., & Zink, A. (2011). Inclusive fitness theory and eusociality Nature, 471 (7339) DOI: 10.1038/nature09831

(3) WEST, S., GRIFFIN, A., & GARDNER, A. (2007). Social semantics: altruism, cooperation, mutualism, strong reciprocity and group selection Journal of Evolutionary Biology, 20 (2), 415-432 DOI: 10.1111/j.1420-9101.2006.01258.x
(4) Reeve, H., & Holldobler, B. (2007). The emergence of a superorganism through intergroup competition Proceedings of the National Academy of Sciences, 104 (23), 9736-9740 DOI: 10.1073/pnas.0703466104

10 dicembre 2011

Il luccio e il cavalluccio, la stella e l’alborella…

ResearchBlogging.orgNel titolo una parte dei pesci (e di altri taxa) di cui si nutriva la balena della storia “La gola della balena”*. Il luccio è parte delle prede della balena, ma in realtà è lui che nei fiumi fa la parte del predatore, mangiando praticamente tutte le specie che incontra grazie a una strategia di caccia all’agguato che si dimostra estremamente efficace, tanto che è il cattivo di una scena de “La spada nella roccia”. Per questo la specie è diffusa in tutta Europa, in Asia settentrionale e in parte del Nord America, nei fiumi e nei torrenti non troppo veloci. Questa sua specializzazione però ne minaccia la sopravvivenza perché ovviamente nei fiumi “puliti” di molta parte dell’Italia non ha una gran possibilità di tendere agguati agli altri pesci. Tanto più che adesso è stato scoperto che i lucci italiani sono tutt’altra cosa da quelli del resto dell’Europa. Uno studio pubblicato su PlosOne ha infatti esaminato parecchie esemplari di luccio provenienti da molte parti del mondo dove la specie è presente, e ha stabilito che in Europa ci sono almeno due popolazioni diverse. Le analisi si sono basate su aspetti fenotipici (la distribuzione di macchie e strisce sul corpo e il numero di squame sulla linea laterale) e su componenti genetiche. Il risultato è che le due popolazioni di lucci sono una in Europa del nord, Asia e America del nord (Canada), l’altra in Italia e in Grecia (la cui autoctonia è dubbia, però). Se ci sono due popolazioni così diverse, perché non pensare che siano invece due specie – anche se le popolazioni stesse si ibridano. Gli autori hanno così proposto che i nostri lucci appartengano alla specie Esox flaviae, con la popolazione del lago Trasimeno sembra particolarmente pura. Sopra vedete la foto di un luccio meridionale, grazie alla cortesia di Chiara Ceci che sta in Inghilterra a visitare case di altri, e di Livia Lucentini dell’università di Perugia. Insieme alla proposta di dividere in due il luccio che Linneo chiamò Esox lucius, dicendo che l’aveva trovato “in Europa” (grazie!), gli autori suggeriscono di smetterla di introdurre nei fiumi lucci provenienti dal resto dell’Europa (come già è avvenuto nel Po, per esempio) per non correre il rischio di contaminare un’entità solo italiana, e proprio per questo estremamente importante per la nostra biodiversità.

*Come facesse a nutrirsi di lucci e alborelle lo sa solo Kipling.

Lucentini, L., Puletti, M., Ricciolini, C., Gigliarelli, L., Fontaneto, D., Lanfaloni, L., Bilò, F., Natali, M., & Panara, F. (2011). Molecular and Phenotypic Evidence of a New Species of Genus Esox (Esocidae, Esociformes, Actinopterygii): The Southern Pike, Esox flaviae PLoS ONE, 6 (12) DOI: 10.1371/journal.pone.0025218

07 dicembre 2011

Anteprima al Carnevale

ResearchBlogging.orgPrima di buttarmi in un post “da Carnevale della biodiversità” mi sembra il caso di gettare sul blog qualche notizia scientifica che i nostri gloriosi quotidiani non hanno presentato alla folla plaudente l’intervento di Monti. Lo so, molto direbbero che in momenti come questo occuparsi di scienza, ambiente ed evoluzione è tempo perso; che ben altre sono le faccende che dovrebbero impegnare la famiglia italiana (tipo cercare tutti i metodi per accompagnarsi ai milioni che non pagano le tasse). Ma forse considero tutto ciò un’oasi di tranquillità razionale in mezzo a questo agitarsi come uomini circondati da un esercito di spread. E allora, ecco una serie di notiziole senza (troppi) commenti.

tonniLe popolazioni di tonni e loro parenti (maccarelli e altri) è diminuita del 60% negli ultimi 50 anni. Tutto ciò potrebbe mettere a rischio la stabilità degli ecosistemi marini, perché come ormai tutti sanno i predatori stabilizzano le popolazioni delle prede e quelli di vertice sono importanti più degli altri. Di chi è la colpa di questa diminuzione? Dell’overfishing e dei giapponesi che si fanno di sushi. Le specie più colpite sono i tonni più grandi e i maccarelli più comuni. I ricercatori chiedono ovviamente una gestione più sensata delle popolazioni temperate e tropicali dei tonni più colpiti dall’overfishing, senza le quali potremmo direi addio alle specie. Le conseguenze non si sa quali possano essere.
Lo studio (1) è di parecchi ricercatori di tutto il mondo. Qui sopra l’andamento delle popolazioni di pesci per dimensioni ed ecosistemi.

 

 

chimpGli scimpanzé (Pan troglodytes) associano i suoni alti a colori più luminosi, e suoni cupi a quelli più scuri. In breve, questo potrebbe stare e significare che queste preferenze quasi sinestetiche non sono affatto culturali o linguistiche, ma hanno una profonda base genetica e quindi un significato evoluzionistico (qualsiasi esso sia: potrebbero anche essere sottoprodotti della struttura o dell’architettura cerebrale). Interessante è anche la discussione che riguarda lo sviluppo del linguaggio. Che, ovviamente, secondo alcuni nell’uomo dovrebbe essere un processo del tutto staccato dall’oggetto rappresentato, a differenza di quanto accade negli altri animali. Il fatto che ci sia corrispondenza tra un suono e un colore (e anche una forma, almeno nell’uomo), fa pensare che invece possa essere nato attraverso qualche forma di fonosematismo, l’idea che la relazione tra parole e i referenti non sia del tutto arbitraria. E ve la butto lì.
Sopra, una foto tratta dall’articolo (2). Qual è la differenza?

Api (in senso lato) e fiori sono sempre andati a braccetto, e quindi seguire l’uno può significare capire cosa fanno gli altri. In seguito ai cambiamenti di temperatura da qualche decennio a questa parte sembra così Imageoneche le api siano uscite prima dal letargo invernale, di circa 10 giorni negli ultimi 130 anni. Questo perché anche i fiori sono sbocciati prima; secondo gli autori del lavoro (3) questo accade perché le api hanno “inseguito” le variazioni del ciclo vitale dei fiori. Beh, direte voi, 130 anni sono tanti, e se stavi per dire che tutto ciò è dovuto al riscaldamento globale ti stai smentendo. No, perché la maggior parte dei cambiamenti è avvenuta a partire dal 1970, proprio quando sembra che sia partito il più importante aumento di temperatura indotto dall’uomo.
Sopra, una foto che ritrae l’ape Andrena crataegi che raccoglie il polline in primavera.
Photo courtesy of S. Nanz

 

 

 

(1) Juan-Jorda, M., Mosqueira, I., Cooper, A., Freire, J., & Dulvy, N. (2011). Global population trajectories of tunas and their relatives Proceedings of the National Academy of Sciences DOI: 10.1073/pnas.1107743108

(2) Ludwig, V., Adachi, I., & Matsuzawa, T. (2011). Visuoauditory mappings between high luminance and high pitch are shared by chimpanzees (Pan troglodytes) and humans Proceedings of the National Academy of Sciences DOI: 10.1073/pnas.1112605108

(3) Bartomeus, I., Ascher, J., Wagner, D., Danforth, B., Colla, S., Kornbluth, S., & Winfree, R. (2011). Climate-associated phenological advances in bee pollinators and bee-pollinated plants Proceedings of the National Academy of Sciences DOI: 10.1073/pnas.1115559108

01 dicembre 2011

VI Carnevale della biodiversità, via alle candidature!



È arrivato Dicembre, e come tutti sapete sta per arrivare una data importantissima. Natale? Ma no! Qualcosa di molto più interessante e che comporta molti meno regali: la VI edizione del carnevale della Biodiversità si terrà infatti tra pochissimo, il 12 Dicembre
Una caratteristica in comune col Natale però questo carnevale ce l’ha: ha a che fare coi parenti. Il tema, come sempre provocatorio per stimolare l’inventiva di chi scrive e la curiosità di chi legge, sarà infatti:
PARENTI SERPENTI
e il blog ospite sarà il popolarissimo Oggiscienza
Sssssssiamo molto curiosi di vedere cosa ci aspetta in questa sssssesta edizione!
Ecco intanto i link alle passate edizioni:
FAQ:
D. Ho un blog in cui parlo di biologia e vorrei partecipare, come faccio?
R. Semplice, manda una email di adesione a questo indirizzo e il comitato direttivo valuterà la candidatura (per mantenere alti gli standard siamo costretti a fare una minima selezione, della qual cosa ci sentiamo comunque molto in colpa). Chi ha già partecipato verrà invece contattato in privato dal Comitato.
D. Non ho mai partecipato alle precedenti edizioni, posso partecipare a questa?
R. Certamente, tutti i bio-blogger sono benvenuti
D. A chi mando il mio post dopo che l’ho scritto?
R. I contributi al Carnevale vanno inviati a Stefano Dalla Casa, uno degli autori di Oggiscienza, a questo indirizzo 
D. Entro quando posso mandare la mia candidatura per partecipare?
R. Possibilmente entro il 5 Dicembre
D. Entro quando posso mandare il mio post per l’inclusione nella rassegna del Carnevale?
R. Entro e non oltre il 10 Dicembre, per dare tempo a Stefano di leggere il post e recensirlo nella rassegna. Ritardi nell’invio del post potrebbero portare all’esclusione dal Carnevale
D. Ho una domanda sul Carnevale e vorrei discuterne in privato, con chi posso parlarne?
R. Puoi rivolgerti ad uno qualsiasi (o a tutti e tre in CC) del comitato direttivo, Livio LeoniMarco Ferrari o Lisa Signorile

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