31 agosto 2011

C'ha lo schizzo ai freni

Io capisco, eh. Fai un buco per terra in giardino, ne esce petrolio. E tu lo vendi. Ma quando i vicini cominciano a lamentarsi della puzza, delle infiltrazioni, dell'acqua che sa di benzina eccetera, tu cosa fai? Ti accordi con una grande azienda per fare un buco più grosso, poco più in là. E dici ai giornali che è una grande conquista, che l'accordo è un piccolo passo per te e uno grande per l'umanità, che hai fatto un dispetto a un'altra azienda che sta in un quartierino così chic. Non solo, le azioni della tua proprietà hanno aumentato il valore, e tutti le comprano perché in questo modo hanno più soldi in banca. E il petrolio? Continua a uscire nel tuo giardino e dal nuovo buco, a rovinare l'acqua e il nasino delicato dei vicini, oltre che dei vicini del nuovo buco. Capisco il punto di vista un po' limitato. Sei tu, uno un po' egoista e dalla vista corta. Ma i giornali, i giornalisti, che fanno? Quello che vedete nella pagina sopra. Dicono che è un gran bell'accordo, che tu hai fatto un dispetto all'azienda concorrente, che il mercato accoglierà benissimo questa stretta di mano, che la fornitura di petrolio è assicurata eccetera.
C'è un piccolo particolare, anzi due, che hanno a che fare con la mia professione. Primo, la completezza della notizia: si dice che sia un dispetto a Obama perché il cattivone abbronzato (© presdelcons - Italia) ha impedito alla Exxon di bucare direttamente sotto il sedere degli orsi bianchi. Senza considerare che prima di andare a ridurre a latrina uno degli ultimi luoghi vagamente selvaggi del pianeta il sistema democratico Usa ci pensa un po'. E che la fornitura di petrolio proveniente dall'Alaska è una goccia nel mare rispetto a quella necessaria per far funzionare il corpaccione dello zio Sam. E che la Exxon ha foraggiato per anni un sistema di corruzione diretta e indiretta, e di disinformazione sulle conseguenze del petrolio sul clima mondiale. Secondo, le conseguenze globali di questo accordo. No, non quelle sul portafoglio degli azionisti della Exxon o le amanti di Putin, ma sul pianeta. Visto che il petrolio e il carbone usati fino a ora hanno ridotto l'estensione del ghiaccio artico, hanno anche permesso lo sfruttamento di territori fino a qualche anno fa totalmente off limits. Ma il petrolio artico aumenterà ancora la temperatura del pianeta, che scioglierà ancora di più i ghiacci, che metteranno a disposizione più territorio per trovare altro petrolio. Un circolo vizioso se ce n'è uno.
Voi dite, ma Il Sole è un giornale economico. Ecco appunto: la dimostrazione che l'economia è un mondo di favole, dove ogni azione compiuta dall'uomo sul pianeta Terra (mica Marte) ha conseguenze solo e soltanto sulla composizione del portafoglio di azioni e magari sugli accordi politici tra due stati sovrani. Immediatamente dopo essere uscito dalle profondità della Terra, il petrolio (e il carbone, e il metano, e quello che volete) diventano immediatamente beni virtuali, senza impatti sulla tundra, gli orsi, le balene, le popolazioni, l'atmosfera, il clima e il futuro. Si trasformano in azioni, in obbligazioni, in bond e quant'altro, che si infilano nel cyberspazio della NYSE e smettono di esistere sul piano della realtà. Un vate qualche annetto fa diceva: "Siamo qualcosa che non resta, frasi vuote nella testa, il cuore di simboli pieno". Appunto, la realtà fa fatica a infilarsi nei cervelli degli uomini, che preferiscono vivere di simboli (denaro, azioni, economia) senza connessione con il là fuori. Fino a che non ci troveremo a mollo.

30 agosto 2011

Ne sentivamo il bisogno

nautilus

In questi momenti di crisi ed evasione fiscale, di lacrime, sangue, sudore e polvere, ci sono sempre angolini nei quali rifugiarsi per leggere (di solito) sempre le solite rassicuranti sciocchezzuole; per capire che il mondo può cambiare da oggi al domani, ma ci sono sempre loro, quello che pensano che un 747 non potrà mai generarsi in un hangar, che la vita è un fenomeno improbabile, anzi, impossibile, e che c'è sempre bisogno di un miracolo per le cose difficili da capire. Il rassicurante personaggio in questione è un fisico piuttosto noto e di chiara fama, Elio Sindoni, religioso e organizzatore di mostre al Meeting di Cl. Il libro si intitola Siamo soli nell'Universo? (qui in una presentazione di Boncinelli) ed è edito dall'Editrice San Raffaele. Ovviamente c'è poco da dire (per quel che ne so) sulla parte che riguarda l'astronomia: i dati sono certificati e affidabili. Il problema sorge quando da questi si fa il salto alla biologia: qua e là nella premessa, e poi con insistenza nel primo capitolo, passa un messaggio chiarissimo. Che se siamo qua lo dobbiamo solo a due fattori alternativi. Un gran colpo di c**o o un miracolo. Mi rendo conto che la sintesi è un po’ tranchant, ma sono pur sempre un giornalista… Ma vediamo di giustificare le conclusioni. Nel primo capitolo, dicevo, che si intitolo Un mondo per noi?, Sindoni elenca tutta una serie di motivi per cui la vita sulla Terra è un fenomeno molto raro: per esempio la rarità della nascita degli elementi pesanti, la distanza del Sole dal centro della galassia, il suo vagabondare lontano da zone turbolente, la presenza della Luna e di Giove nel Sistema Solare, il fatto che la Terra abbia la tettonica a placche, un campo magnetico e un’atmosfera che ci proteggono eccetera eccetera. Fin qui niente di particolare, a parte la frase “ci troviamo dunque nella finestra temporale giusta e nella zona giusta della galassia in cui vi sono le condizioni necessarie per la formazione della vita” (pag. 17). Ciò fa presumente che NON ci siano altre zone nella galassia atte alla nascita della vita (ma forse non è vero, e io sono sempre malfidente). C’è anche qualche frammento poco chiaro, come quando dice che fino a due miliardi e mezzo di anni fa l’atmosfera era composta da “vapore acqueo, azoto, anidride carbonica” e “non c’era ancora ossigeno libero per permettere la formazione di molecole organiche”. Visto che la vita è nata qualche centinaia di milioni di anni prima (certo più di un miliardo di anni) come abbia fatto a farlo senza molecole organiche è complicato da capire.

 

Spiral-III-ZooE’ il capitolo successivo che spiega meglio cosa pensa Sindoni della nascita della vita sulla Terra. Si intitola E poi comparve la vita e racconta appunto degli stadi che vanno dalle prime cellule agli eucarioti all’uomo. L’attacco fa capire l’approccio: se uno dice “la vita implica un progetto” il suo pensiero è chiaro. Il resto del capitolo si dilunga nel raccontare quanto sia improbabile che Dna e proteine si siano messi assieme per formare le prime “cellule”, e come i primi organismi (chiamati archibatteri, come usava qualche annetto fa quando si pensava fossero batteri, e non Archea) siano nati nei camini idrotermali, che non sarebbero esistiti senza la tettonica a zolle: un indizio di quanto racconta dopo, cioè che l’evoluzione dei procarioti a noi non è stato un processo scontato e lineare. Due errori in una frase: dai procarioti si arriva a tutte le forme di vita, e solo il nostro innato antropocentrismo ci fa vedere il processo come avente una fine, l’uomo. Inoltre che non sia un processo lineare lo sanno tutti, ma che non sia scontato è molto dibattuto. Secondo alcuni biologi, è invece normale che su un pianeta nasca e si evolva la vita, anche se non lo è affatto che si arrivi alla vita intelligente.

Il capitolo centrale, per quel che mi riguarda, è Perché c’è la vita. Qui le alternative presentate sono tre: caso, necessità o miracolo. Per farla breve, secondo Sindoni il caso non è possibile e la necessità è governata dalle leggi della fisica, che sono autocreate o imposte da qualcosa di esterno. E questo, con un salto logico incredibile, “ci conduce all’ipotesi del miracolo” (sic). La prima alternativa – caso/leggi -non la capisco (ma la colpa è senz’altro mia): per quel che so, le molecole viventi possono essere nate per caso e seguendo le leggi della fisica, se per caso intendiamo quello che la scienza cerca di capire. Cioè la nascita di molecole (in questa occasione) in seguito a cause non conosciute o addirittura inconoscibili – il decadimento di un atomo radioattivo è un processo casuale, non deterministico né prevedibile, ma direi che rientra in pieno nelle leggi della fisica. Se per caso si intende la fortuna, ecco però che tutto torna. E si capisce come si possa scrivere una frase drammaticamente falsa come “la probabilità che anche una singola molecola biologica si sia formata casualmente è tanto piccola da essere quasi incalcolabile”.
Il capitolo prosegue con una complessa contorsione mentale: che è questa. 1) “L’ipotesi del miracolo sembra essere in antitesi con quella dell’evoluzione” (pag 45) secondo Darwin, in cui “vi è la negazione di ogni finalismo, non vi è spazio per alcun disegno” (ibidem)***.
2) “La Chiesa cattolica […] ha riconosciuto le validità delle teorie dell’evoluzione” (e questo che c’entra con il resto del discorso? Si sta parlando di scienza, non di dottrina o dogma: o no?)
3) Il tutto è smentito dalla famosa citazione di B XVI, che disse: “Se l’uomo fosse soltanto un prodotto casuale dell’evoluzione in qualche posto al margine dell’universo, allora la sua vita sarebbe priva di senso o addirittura un disturbo della natura”. Ma che l’uomo sia… eccetera è proprio la tesi centrale della teoria dell’evoluzione. Ergo, la Chiesa NON ha mai accettato l’evoluzione darwiniana.
Il tutto termina un po’ surrettiziamente con il calcolo dell’altissima improbabilità di nascita di una sola catena emoglobinica tramite incontri casuali di atomi o altre molecole. Secondo questi calcoli (senza fonte) la probabilità sarebbe 10-80. Insomma, non capisco come possa accadere, mi invento dei numeri spaventosi, e  dico che è stato un miracolo – chiamiamolo argumentum ad ignorantiam?L’affermazione è così ridicola che non posso fare altro che consigliare la lettura del libro di Richard Dawkins “Alla conquista del monte improbabile”. Forse c’è qualcosa da imparare anche per un fisico.

Il libro si conclude con un lungo excursus sull’equazione di Drake, da cui l’autore trae le conclusioni che “è estremamente improbabile che da qualche parte si sia verificata quella sequenza di eventi, tutti estremamente improbabili, che hanno portato sino a noi”. A questo punto sarebbe duopo accettare l’ipotesi del miracolo, perché “nessuna condizione fisica, chimica, biologica, niente insomma di valutabile porterebbe allo nostra esistenza”. Voila 1.
Dopo due capitoli sulla caccia a Et e la sua presenza nel cinema e nella letteratura, si conclude con il nostro vecchio amico, il principio antropico. Con la solita tiritera che se tutti i valori della fisica fossero anche solo leggermente diversi, non ci sarebbe spazio per la vita complessa e tantomeno per quella intelligente. Le ultime parole sono rivelatici di un libro a tesi: “ritengo che la comparsa di un essere intelligente e autocosciente sulla Terra è il punto d’arrivo, attraverso i processi evolutivi, dell’opera e del volere di un architetto e che tutte le vicende dell’uomo, e soprattutto la venuta di un redentore, portano a ritenere che siamo veramente soli nell’universo”. Voila 2.

Che dire, a questo punto? Il libro è surrettiziamente scientifico, perché cita molti dati di astronomia e fisica. Ma quando si addentra nella biochimica e nella biologia, è palesemente creazionista; di un creazionismo alla Conway Morris, gentile e informato. Ma pur sempre creazionismo: tutti gli esempi citati fanno parte del vecchio armamentario dei creazionisti vecchio stile(Hoyle e la creazione di un aereo in un hangar, l’improbabilità delle molecole biologiche, il secondo principio della termodinamica eccetera). Sono vecchi cavalli un po’ spompati che nessuno cita più. Per quanto riguarda il principio antropico, persino quello debole, da parte dei biologi è considerato né più né meno che spazzatura. Insomma, se l’autore avesse detto all’inizio “io credo in un creatore, e quel che dicono i biologi è falso”, l’avrei trovato più onesto. Concludo consigliandogli un altro libro (lo so, mica legge il blog, ma lo faccio per darmi un tono) E’ l’ultimo di Telmo Pievani, La vita inaspettata. Chissà che non inizi a capire dove sbaglia.

 

***Ricordiamo che Darwin ha parlato di evoluzione dei viventi, non della nascita della vita, ma questo è qui un fatto marginale. Se non che Darwin è tirato in ballo per dire che BXVI l’ha smentito

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26 agosto 2011

Buon profeta (specie 2.0)

Sulfolobus infected with the DNA virus STSV1. ...

Image via Wikipedia

Si dice così, “Sono stato buon profeta” quando uno indovina facilmente come potrebbero andare le cose (tipo chi vincerà il gruppo H di Champion’s league). Quando ho parlato di numero di specie sulla Terra ero sicuro che le critiche sarebbero piovute: e in effetti così è stato. Ovviamente insieme alle lodi per l’innovativo approccio al conto. Ho voluto aspettare però di intervenire ancora perché aspettavo che ne parlasse il mio filosofo della scienza preferito, John Wilkins. L’ha fatto oggi (ecco qua) e così posso completare la revisione. Molti, anche quelli che hanno criticato il lavoro, hanno detto che il metodo per contare le specie è particolare e curiosamente efficiente. Qui per esempio il blog di Jerry Coyne dice che: there appears to be a linear relationship on a log scale between taxonomic rank and number of asymptotic taxa. Insomma, potrebbe dare dei risultati. In questo articolo di Carl Zimmer, l’ottimo giornalista lo giudica interessante come metodo, anche se forse i numeri non sono proprio perfetti.

Anche il mio amico Egidio, che gestisce questa specie di enciclopedia (e non so come faccia, visto che è sempre in giro a far foto) mi dice su Fb che “Non mi tornano i conti delle specie negli oceani, né delle conosciute, né tantomeno delle predicted" […] Invertebrati e cordati compresi gli organismi animali marini superano le 303.000 specie conosciute, quindi quasi il doppio del dato riportato in tabella, se non ho letto male. Forse qualcosa da rivedere c'è”. Dalla bibliografia si vede da dove hanno estratto i dati, quindi almeno quello dovrebbe essere controllabile. Le critiche, assolutamente prevedibili quanto corrette. Jonathan Eisen dice che:

Their approach leads to an estimate of 455 ± 160 Archaea on Earth and 1 in the ocean. Yes, one in the ocean. Amazing. Completely silly too. Bacteria are a little better.

I batteri e gli archea sono infatti sottorappresentati in maniera drammatica, e Eisen stesso consiglia di leggere alcuni articoli, e qui vi metto quello che si può leggere senza pagare. Ecco una citazione da uno degli articoli, per stimolare l’appetito: We are also able to speculate about diversity at a larger scale, thus the entire bacterial diversity of the sea may be unlikely to exceed 2 × 10^6, while a ton of soil could contain 4 × 10^6 different taxa. Le stime sono le più variabili, ma certo non sono i diecimila presenti in tabella.

Le critiche più feroci, anche se più sottili, provengono però dal Wilkins di cui sopra che, ricordate, è un filosofo. Poiché ha scritto un libro (ponderoso e difficile) su cosa sia una specie, è su questo argomento che colpisce. Dice infatti Wilkins:

Taxonomists suffer from a congenital disease: it’s very common, although not so widespread you can’t find taxonomists who avoid it. This disease is the fallacy of reification. Broadly stated it is this: if there’s a name for something, there’s a thing the name names.

Se c’è un nome, esiste anche la cosa col nome. Inoltre dice che il trucco usato per arrivare al numero di specie di gruppo sconosciuti, l’estrapolazione da gruppi noti, semplicemente non può funzionare; proprio perché non siamo certi che il rapporto taxa superiori/numero di specie funzioni anche in quei gruppi di cui non conosciamo bene la composizione; anche perché spesso i taxa stessi sono arbitrati e non comparabili. Persino i phyla, che secondo i tassonomi dovrebbero rappresentare piani corporei generali, non siamo proprio certi che sia così. I batteri poi, che non hanno un metodo del tutto noto di fare sesso (in fondo, su questo si basa la definizione filogenetica di specie) sono totalmente fuori da questo schema di classificazione. E perché soprattutto, come leggiamo qui, queste bestie si scambiano pezzi di Dna o Rna anche tra specie diverse. E come fai a classificare una specie se il suo genoma è “All over the place” (cit.)?

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22 agosto 2011

Post moolto lungo. È sul numero di specie sulla Terra (1,1)

ResearchBlogging.orgÈ uscito sulla rivista Plos biology un articolo di cui sono certo parleranno in molti, persino nei quotidiani online (anzi, soprattutto... Qui vedete perché***)


ATTENZIONE
, su segnalazione del blogger Ed Young (non qui, su Google+) faccio notare, anche se mi sembrava ovvio, che la stima delle specie di procarioti è assolutamente irreale (per varie ragioni - magari ci torno dopo che ne ha parlato anche Wilkins), e quindi gli 8,7 milioni sono solo gli eucarioti.

Allora, l'articolo, scritto da biologi in giro per il mondo e da un esperto di Microsoft, vuole arrivare con maggior verosimiglianza possibile al numero di specie viventi sul pianeta. Chi scrive questo blog si è occupato dell'argomento (amatorialmente, mica sono un professionista) da anni, e le cifre che ha letto sono infinite. Si va da circa 3 milioni (qualche annetto fa, a dire la verità) a oltre 15-30 fino a un ordine di grandezza superiore, circa 100 milioni, usando i metodi più strani e immaginifici (dalle estrapolazioni di Terry Erwin a pattern macroecologici a calcoli delle velocità di scoperta delle specie). Il fatto che ognuno di queste stime desse cifre differenti ha innescato numerose battaglie e discussioni che non hanno condotto nella maggior parte dei casi a niente. Adesso gli autori di questo studio ci provano con un approccio che a prima vista sembra logico, anche se sono certo che prima o poi qualcuno ci troverà un difetto grande così. Allora, gli autori si sono resi conto che la scoperta e la descrizione dei taxa superiori è molto più vicina al limite di quanto non accada per le specie - questo vuol dire che di phylum molto probabilmente non se ne scopriranno più, o almassimo uno o due, di classi un filino di più, di ordini ancora di più e così via fino ai generi.
Le specie sono un'altra storia, sembra che non ci sia limite alla loro scoperta. Dopo questa constatazione, hanno posto un limite (probabile) al numero di taxa superiori, l'asintoto calcolato dal numero di entità precedenti e dalla velocità di scoperta. Hanno poi calcolato il "rapporto" tra queste curve e quelle delle specie nei gruppi animali di cui si sa con ragionevole certezza quante siano le specie (per esempio gli uccelli o i mammiferi), hanno scoperto che il fit tra i dati è buono (cioè che il metodo approssima molto bene la realtà per i gruppi noti) è buono e hanno estrapolato questo approccio ad altri gruppi per determinare quante specie contengano. Il risultato è la tabella che vedete qua sotto (presa direttamente dall'articolo e rielaborata):

Table 2. Currently catalogued and predicted number of specie on Earth and in the ocean

Species

Earth

Ocean


Catalogued

Predicted

±SE

Catalogued

Predicted

±SE

Animalia

953.434

7.770.000

958.000

171.082

2.150.000

145.000

Chromista

13.033

27.500

30.500

4.859

7.400

9.640

Fungi

43.271

611.000

297.000

1.097

5.320

11.100

Plantae

215.644

298.000

8.200

8.600

16.600

9.130

Protozoa

8.118

36.400

6.690

8.118

36.400

6.690

Total

1.233.500

8.740.000

1.300.000

193.756

2.210.000

182.000


Archaea

502

455

160

1

1

0

Bacteria

10.358

9.680

3.470

652

1.320

436

Total

10.860

10.100

3.630

653

1.320

436

Grand Total

1.244.360

8.750.000

1.300.000

194.409

2.210.000

182.000

Predictions for prokaryotes represent a lower bound because they do not consider undescribed higher taxa. For protozoa, the ocean database was substantially more complete than the database for the entire Earth so we only used the former to estimate the total number of species in this taxon. All predictions were rounded to three significant digits.


L'articolo è pieno di segnali di **attenzione** nel senso che i calcoli sono spesso e volentieri estrapolazioni basate su assunti: ragionevoli, ma sempre assunti. Per esempio il fatto che il concetto di specie è, in prima approssimazione, diverso per gli esperti di procarioti e per quelli di eucarioti (vedi didascalia sopra). I primi infatti si scambiano allegramente il materiale genetico e quindi la loro evoluzione è, paradossalmente, più lenta di quella degli eucarioti (questo ricorda curiosamente da lontano l'obiezione di Fleeming Jenkin a Darwin). Inoltre lo sforzo di descrizione è diverso secondo i taxa, e a volte i taxa stessi cambiano di numero e sarebbe il caso di rifare i conti. Fino all'obiezione più forte, cioè la soggettività del sistema linneano, gerarchico e strutturato in pochi gruppi ad alta diversità e molti a bassa diversità. Senza escludere la possibilità che questo NON sia vero, i ricercatori hanno fatto ricorso ad alcune simulazioni, in cui hanno modificato alcuni parametri (il tutto si può andare a vedere nell'articolo originale, che essendo su Plos è gratuito). Secondo loro, e l'assunzione è logica, la classificazione filogenetica riflette un pattern di radiazione evolutiva molto ampia di pochi gruppi (cladi) e poca cladogenesi nella maggior parte degli altri. Ok, sappiamo quindi che le specie sono circa 8,7 milioni, più o meno 1,3 milioni (il valore superiore sarebbe di circa 10 milioni, spesso usato negli ultimi tempi per definire l'intorno del numero di specie più probabile). E adesso, la domanda che porrebbe l'ex ministro dell'istruzione ed ex sindaco di Milano (in entrambi i luoghi ha dimostrato la sua totale inanità): «A che serve tutto questo? Perché spendere i soldi per sapere quanti sono gli scarafaggi?». A questo rispondono sia gli autori che il famoso ecologo di cui sopra, Robert May (baron May of Oxford, nientemeno): i primi dicono essenzialmente che, al di là della curiosità intellettuale di conoscere un aspetto del mondo, l'importante è sapere quante sono le specie con cui condividiamo il pianeta per conoscere anche quello che stiamo perdendo e cosa potrebbe accadere quando avverrà. Inoltre il dato ci fa capire che quello che abbiamo descritto, circa 1,3 milioni di specie, non è che una frazione minuscola di quanto esiste sulla faccia della Terra: mancano da scoprire e descrivere l'86% delle specie terrestri e il 91% di quelle marine. Secondo loro descrivere il numero restante di specie, dati i costi e il tasso di descrizione di oggi, avrebbe bisogno di almeno 1200 anni e 364 miliardi di dollari (ovviamente la maggior parte delle specie saranno estinte ancora prima di essere descritte). May è ancora più chiaro: il suo pezzo si chiama "Perché ci preoccupiamo di quante specie ci sono e della loro perdita?". Parte affermando: «One notable Victorian physicist (I will be merciful and not name him) opined that such a quest is little more than stamp collecting» (scommetto che gran parte dei nostri ministri la pensa allo stesso modo, ma qui non si fa polemica) e che lo sforzo è tutt'altro che collezionismo. Sapere quante e quali sono le specie è indispensabile per conoscere i processi evolutivi ed ecologici che ci hanno portato a essere quel che siamo. La biodiversità è ben altro che bellezza e meraviglia (beauty and wonder): è anche la base per il funzionamento di tutti gli ambienti e dei cosiddetti servizi degli ecosistemi, che fanno funzionare il pianeta (e non solo l'economia). Fa anche l'esempio di una varietà di riso selvatico che ha reso quello domestico del 30% più efficiente. Anche se pensiamo solo a nutrire tutti gli esseri umani, conoscere quante specie ci sono è assolutamente indispensabile.


Mora, C., Tittensor, D., Adl, S., Simpson, A., & Worm, B. (2011). How Many Species Are There on Earth and in the Ocean? PLoS Biology, 9 (8) DOI: 10.1371/journal.pbio.1001127

*** Questo perché contiene cifre precise, frutto di lunghe analisi, di quante siano le specie di animali e piante e altre frattaglie esistenti sul pianeta. Prima notazione, che ha a che fare con la comunicazione in sé, non con l'oggetto dell'articolo: se in un comunicato stampa - l'articolo è corredato di numerosi comunicati a contorno, di un commento di un famoso ecologo, di parecchie foto (ne vedete un paio in questo post) e altro - ci sono numeri precisi che possono stuzzicare la curiosità del lettore e del caporedattore (PRIMA del caporedattore, poi...) allora è quasi certo che andrà nella colonnina a destra del sito del quotidiano, quello con le curiosità, accanto all'ultimo topless e al gol di tacco al volo di un calciatore armeno, dalla sua area, facendo una rabona e il caffè.

21 agosto 2011

Anatre barcollanti 2

Questo è un semplice aggiornamento al post precedente, in cui rimando a un post piuttosto antico (per la rete) in cui la storia della "sostanza" di cui parlavo allora è accennata all'interno di un discorso più ampio. Nel post sono anche alcune imprecisioni, ma non cambia il discorso.

L'immagine è di Wikipedia

20 agosto 2011

Anatre barcollanti

Male and female Muscovy Ducks (Cairina moschat...

Image via Wikipedia

In tutta questa storia della querelle tra la multinazionale XXX, che vende prodotti omeopatici e il blog di Samuele Riva, (querelle ben riassunta sul sito di Query dal giornalista scientifico Fabio Turone, presidente di Swim) quello che manca è un aspetto collaterale che solo alcuni hanno toccato – e che non c’entra niente con la discussione in sè, per essere chiari. Cioè, quando la XXX vende un prodotto antiinfluenza , cosa vende? Alcuni sono riusciti a tracciare la storia del “batterio” da cui nasce tutto, come il matematico olandese Jan Willem Nienhuys in questo saggio. In breve, la scoperta risale al 1917, quando il medico francese Joseph Roy scoprì nel sangue di alcuni pazienti strutture sferiche di dimensioni differente che “vibravano”; diede loro i nome oscillococchi (i cocchi sono una delle forme in cui si presentano i batteri – come gli streptococchi, gli enterococchi e gli stafilococchi). Ora, nel 1917 l’origine batterica delle malattie era abbastanza stabilita (Pasteur era morto nel 1895, Koch nel 1910) e quindi era facile ritenere che (quelli che si pensavano come) corpi estranei fossero i colpevoli degli stati febbrili o di altre condizioni. Non era ancora chiaro però che ad ogni malattia corrispondesse un solo batterio (i virus erano appena stati scoperti) e quindi Roy, forse preso dall’entusiasmo, vide i suoi cocchi un po’ ovunque: nei malati di sifilide, di gonorrea, di tubercolosi , e di mille altre malattie, dall’eczema al reumatismo agli orecchioni. Ovviamente le sue scoperte furono ben accolte dagli “antipastoriani”, che si rifiutavano di pensare che la causa di ogni malattia sia unica. E Roy divenne anche un darling degli omeopati, e si decise di applicare i loro principi anche ai suoi cocchi, per creare un rimedio per tutte le malattie che lui riteneva fossero causate da essi, cancro compreso. Secondo il dogma del fondatore dell’omeopatia, Hahnemann, è necessario partire dall’oscillococco stesso. Ma visto che la bestia si trova praticamente ovunque (e nessuno ne ha ancora stabilito la sua natura batterica, attenzione), Roy scelse come fonte del prodotto da diluire il cuore e il fegato dell’anatra muta (Cairina moschata), l’animale che vedete all’inizio del post. Nell’articolo di wikipedia c’è una lunga digressione anche sul nome della specie – interessante solo per i tassonomi, credo, ma curiosa. Anche se nella descrizione della preparazione del rimedio si vede un errore di classificazione, che non chiarisce certo le cose: l’Oscillo è definito come “Anas Barbariae, Hepatis et Cordis Extractum”, estratto di cuore e fegato di anatra di Barberia. Ma, visto che di latino si parla e quindi presumo di classificazione, la specie Anas barberiae (dovrebbe essere corsivo, col nome della specie in minuscolo) non esiste perché Linneo la descrisse prima come Anas moschata e poi Cairina moschata. Cosa c’è dunque nel preparato? Lo vedremo.
L’anatra muta vive in centro e sud America, è piuttosto grossa ed è stata addomesticata prima dell’arrivo di Colombo. Portata in Europa nel Sedicesimo secolo, è ora presente un po’ ovunque, tanto che in alcune regioni è cacciata perché nociva. Perché sia stata scelta questa specie, Roy (che è morto nel 1978) non l’ha mai spiegato: forse perché lui riteneva che i cocchi di quest’anatra fossero somiglianti ai batteri tubercolari di altre specie di uccelli, che non sono pericolosi per l’uomo (vedi anche sotto per quanto riguarda l’influenza del pensiero magico sul tutto). O forse perché conosceva un cuoco che faceva ottimi petti d’anatra… Insomma, la povera Cairina si è trovata in mezzo e non ha potuto farci niente. È interessante anche scoprire come viene preparato il rimedio, e perché si sceglie il cuore e il fegato (15 grammi del prima e da 35 a 37 grammi del secondo). Ecco le parole di Roy: in un pallone da un litro si mettono “dans des conditions rigoureuses d’asepsie un mélange de suc pancréatique et de sérum glucosé”. Perché il cuore? Forse perché fa circolare il sangue dove sono presenti gli oscillococchi. E il fegato? ancora Roy:

… les anciens voyaient dans le foie un siège de souffrance plus important que le coeur ; sentiment profondément juste ; c’est au niveau du foie que se fait la modification pathologique du sang, c’est là que la qualité d’énergie de notre muscle sanguin se change d’une manière durable, tantôt légère, tantôt grave

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18 agosto 2011

Sempre più in alto

Mean surface temperature change for the period...

Image via Wikipedia

ResearchBlogging.orgHo sempre letto con difficoltà ogni report che parlasse di global warming basandosi sui modelli: sono intricate costruzioni matematiche che devono cercare di “seguire” il meglio possibile la realtà (qualsiasi cosa essa sia) per descriverla. Ma appunto perché sono matematiche e quindi vivono solo sui computer devono prima o poi scontrarsi con quel poco di realtà che non sono riusciti a descrivere – esempio è il comportamento delle nubi e dell’aerosol. Questo non significa che non mi fidi (conosco alcuni modellisti e sono persone affidabilissime, che danno la birra a tutti i negazionisti del mondo), ma solo che mi piacciono altri tipi di prove del riscaldamento globale. Per esempio quelle che riguardano animali e piante, in generale quindi modifiche agli ecosistemi. Su Science è uscito un articolo che va proprio in questo senso. Dice, e i sospetti presenti da anni diventano pesanti prove, che animali e pianti si spostano verso l’alto, sia in senso della latitudine(nell’emisfero nord verso nord, il contrario nell’altro emisfero) sia in alto. Il lavoro, scritto da biologi ed ecologi di tutto il mondo (Inghilterra, Stati Uniti e Taiwan), ha preso in esame un gran numero di combinazioni tra specie e situazioni – cioè specie * altezza e specie * latitudine. I risultati sono inequivocabili (come dimostra la figura qua sotto*).imagePrima di tutto perché dimostrano senza ombra di dubbio che le specie si spostano verso le alti latitudini e le quote più alte a una velocità media di 16,9 km per decennio, e di 11 metri per decennio per quanto riguarda l’altezza. Lo studio dice qualcosa di nuovo per varie ragioni: prima di tutto l’analisi ha preso in esame non le singole specie, ma interi gruppi tassonomici (farfalle, mammiferi, alghe, cavalletti e molti uccelli – alcuni gruppi sono stati studiati anche in Italia, sulle Retiche), e ha quindi potuto fare una media su tutte le specie. Il risultato più importante però è quello che dimostra come la “velocità” di spostamento è molto superiore a quella di studi anteriori, che era di 6,1 km in latitudine e 6,1 metri in altezza. Inoltre questo studio dimostra un altro aspetto più sottile: cioè che l’entità del cambiamento è proporzionale al riscaldamento. Le zone che si riscaldano di più sono quelle in cui le specie si spostano maggiormente. Se non è una relazione di causa effetto poco ci manca. Altri aspetti importanti riguardano proprio i gruppi tassonomici: per esempio gli uccelli rispondono meno in termini di elevazione e più in termini di latitudini. Ovviamente ci sono piccole variazioni in termini di modifiche, con alcune specie che invece di salire scendono. Insomma, come tutti i sistemi biologici, le variazioni non sono univoche. Ecco cosa dicono infine gli autori:

Thus, despite an overall significant shift toward higher latitudes and elevations, which is greatest where the climate has warmed the most, and despite around three-quarters of species shifting poleward and to higher elevations, we found that species have exhibited a high diversity of range shifts in recent decades.

Chen, I., Hill, J., Ohlemuller, R., Roy, D., & Thomas, C. (2011). Rapid Range Shifts of Species Associated with High Levels of Climate Warming Science, 333 (6045), 1024-1026 DOI: 10.1126/science.1206432

*Fig. 2. Observed latitudinal shifts of the northern range boundaries of species within four exemplar taxonomic groups, studied over 25 years in Britain. (A) Spiders (85 species), (B) ground beetles (59 species), (C) butterflies (29 species), and (D) grasshoppers and allies (22 species). Positive latitudinal shifts indicate movement toward the north (pole); negative values indicate shifts toward the south (Equator). The solid line shows zero shift, the short-dashed line indicates the median observed shift, and the long-dashed line indicates the predicted range shift.

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09 agosto 2011

Che poi, a me, de Waal…

110808152220-largeResearchBlogging.org… è anche simpatico. Capisco il suo approccio, lo condivido e sono dalla sua parte quando cerca di fare capire che non è vero che esista un enorme abisso tra le capacità dell’uomo e quelle di altre specie, in particolare le altre scimmie antropomorfe. Le volte che l’ho intervistato è stato gentile ed esaustivo, con il suo inglese da olandese, ma perfetto e ricchissimo. Quando “litigava” con Richard Wrangham, un primatologo che affermava che gli scimpanzé sono parecchio aggressivi perché sono “bastardi dentro” (ecco il libro della sua tesi), ero d’accordo con lui.
Ma, c’è un ma. Certi studi e certi libri (sto leggendo L’età dell’empatia, per esempio) mi sembrano un po’ troppo a tesi per essere obiettivi. E finché è un libro, niente da dire; quello è l’approccio, ed è giusto che sia così. Ma che accada nei lavori i lavori scientifici non mi va giù. Per esempio in questo lavoro cerca di dimostrare, e ci riesce per quel che mi riguarda, che le scimpanzé (erano tutte femmine) non sono poi così “altruiste per forza” come le si voleva far passare. De Waal (anzi, lui e il primo autore, Horner) hanno ragione a dire che spesso nei lavori precedenti il tentativo di dimostrare l’altruismo è spesso passato per complessi e intricati protocolli sperimentali che gli animali facevano fatica a capire. Certo, sono intelligenti, ma dover tirare un cordino perché un tuo compare a qualche metro di distanza possa avere in premio un pezzetto di cibo non è proprio intuitivo. Da qui le conclusioni che gli scimpanzé era altruisti solo se le circostanze li spingevano.
Quello di de Waal è un protocollo semplice e comprensibile (si vede l’immagine sopra*). Un animale deve scegliere se prendere un gettone da “egoista” o da “altruista”: e nella maggioranza dei casi sceglieva quello da altruista. Non aveva costrizioni e doveva solo scegliere se prendere il gettone con il cibo solo per lei (erano tutte femmine) o anche per la compare. Che però, ecco il mio dubbio, si conoscevano, perché facevano parte della colonia allo Yerkes primate center. Le loro interazioni non erano del tutto neutre, perché in un gruppo di scimpanzé ci sono innumerevoli interazioni. Peraltro è stato lo stesso de Waal ha inventare il termine “intelligenza machiavellica” per le interazioni tra i gruppi di scimmie. E allora, come può proprio lui essere che il gettone di altruismo sia scelto dall’animale quando davanti (si vedono, ricordate) ha un’amica, una rivale, una concorrente, una gerarchicamente superiore? Infatti, sepolto a pagina 4 dell’articolo c’è una piccola nota. Eccola:

Nevertheless, we cannot rule out the possibility that chimpanzees in our study were influenced by reciprocal exchanges outside the experimental setting, such as food sharing, increased grooming, or agonistic support.

Il fatto che anche a de Waal siano venuti in mente questi dubbi mi consola, anche se non cambia la mia opinione sul fatto che non è stato “dimostrato” niente. Come proclamano molti siti (in questo di Ed Young la spiegazione è particolarmente lunga e interessante), stranieri e anche italiani. Che a mio parere prendono un po’ troppo acriticamente le notizie che si leggono sui giornali scientifici. Ma il parere è solo mio…
Anche se c’è anche l’effetto opposto. Cioè de Waal ha cercato di contrastare un certo saltazionismo, cioè una concezione antievoluzionistica per cui l’uomo e solo l’uomo è in possesso di certe caratteristiche che lo distinguono dal “regno animale” (qualsiasi cosa ciò significhi) e in particolare dai nostri parenti più prossimi, gli scimpanzé. Ecco dove sono d’accordo con de Waal quando parla dei saltazionisti uomo-animale:

“They have had their try with tool use, theory of mind, culture and the like, and now have jumped on altruism and cooperation as the place where major differences will be found. I am sure they exist, but the whole evolutionary framework of altruism research (kin selection, reciprocity) is based on animals for a reason, which is that we are not really that different.

Un lavoro come questo, ancorché imperfetto, dovrebbe servire a contrastare questo approccio, altrettanto (se non di più) a tesi di quanto non sia l’idea di de Waal (e di Darwin, per questo) che tra noi e altre specie non ci sia poi quel gran salto. Un’idea che ha fatto più danni della grandine. E chiudiamo infatti con una citazione del vecchietto terribile: He who understands baboon would do more towards metaphysics than Locke.

Horner, V., Carter, J., Suchak, M., & de Waal, F. (2011). Spontaneous prosocial choice by chimpanzees Proceedings of the National Academy of Sciences DOI: 10.1073/pnas.1111088108

*In each trial, the chooser, which was always tested with her partner in sight, selected between differently colored tokens from a bin. (Da Sciencedaily)

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