27 luglio 2011

Vi lascio con i pipistrelli

Poiché capita che riesca ad andare in ferie, vi lascio con un pezzo che riguarda uno dei gruppi animali che più mi piacciono, i pipistrelli (Chirotteri). Che hanno alcune caratteristiche estremamente curiose, per me almeno. Prima di tutto non obbediscono alla legge che afferma come gli animali piccoli vivono poco: questi raggiungono anche i trent'anni, pur essendo anche più piccoli di alcuni topi (che vivono incomparabilmente meno). Poi tra di esse ci sono specie molto particolari, come i vampiri che (fatte salve alcune considerazioni) sono tra gli animali più altruisti che si conoscano. Quello di cui parla questo numero di Science però riguarda il senso più straordinario dei pipistrelli, cioè quello definito sonar, perché permette loro (non a tutti, solo ai cosiddetti microchirotteri e ad alcuni megachirotteri) di percepire l'ambiente solo grazie al suono emesso dagli animali stessi, riascoltato e soprattutto elaborato da un cervellino in apparenza minuscolo. Cosa che gli consente di vivere anche nelle grotte, perché la "luce" per vedere la producono loro. Tra i cosiddetti misteri dei pipistrelli c'è anche quello di come fanno a distinguere tra tutti i suoni che colpiscono le orecchie quelli che servono a loro: quando un suono rimbalza sull'ambiente intorno, lo fa anche contro le foglie, i rami degli alberi, la superficie dell'acqua, oltre che l'insetto che dovrebbe diventare preda dell'animaletto volante. Ebbene, come fa un pipistrello a distinguere l'eco di un minuscolo coleotterino da quello di una foglia, ben più grande e magari in primo piano? Se i raggi luminosi "di rimbalzo" sono un problema relativo, infatti, quelli sonori hanno ben altra dimensione. Per scoprire cosa accada nella mente dei pipistrelli (What is like to be a bat? diceva l'antiriduzionista Thomas Nagel) alcuni ricercatori hanno catturato qualche Eptesicus fuscus - che i nostri colleghi giornalisti tradurrebbero grosso pipistrello marrone, ma è solo un serotino americano - e li hanno messi in una stanza strapiena di roba da evitare, esattamente come si vede qui* sotto.

I pipistrelli secondo i ricercatori "vedono" sì le loro prede, ma anche un sacco di clutter (si potrebbe tradurre disordine eccessivo) formato appunto da tutti gli altri elementi del paesaggio. Quando un pipistrello vede vagamente una preda, la mira con un flusso di frequenza più elevata per vedere meglio (le frequenze verso 80 kHz hanno una larghezza di "visione" di circa 30° a differenza di quelle più basse, come 25 kHz, che sono ampie + o - 70°). Il fatto fondamentale è che gli oggetti al di fuori del raggio centrale, quello in cui presumibilmente c'è anche la preda, sono soggetti a un filtro passa basso, cioè sono indebolite nelle frequenze alte, proprio quelle che dovrebbe rimandare la preda. Così', le frequenze alte sono più deboli di quelle basse se provengono da oggetti localizzati lontano dall'asse centrale. Gli echi che arrivano da un bersaglio vicino hanno uno spettro piatto (le alte e le basse frequenze sono simili) mentre quelle che provengono dai lati o da lontano hanno le frequenze basse maggiori di quelle alte. Gli esperimenti cui sono stati sottoposti questi animali nella camera di cui sopra sono molto più complessi, e implicano segnali registrati e rimandati con un ritardo particolare per controllare che i nostri chirotteri vedano veramente come si presume che facciano.

Non ho il tempo o lo spazio per addentrarmi in questi particolari, e vi lascio con un altro articolo uscito sempre su Science. Che dice come il senso acustico dei pipistrelli sia sfruttato da una pianta per attirare le bestiole, che in questo caso fungono da impollinatori. La pianta si chiama Marcgravia evenia, è rara ed endemica di Cuba, e ha fiori dalla struttura molto molto particolare, a forma di disco concavo simile a quella delle antenne dei radiotelescopi (nell'immagine qui sotto ** si vede bene), che hanno lo scopo secondo questi ricercatori tedeschi di emettere un forte eco acustico. Un po' come fanno alcuni fiori che emettono fortemente nell'ultravioletto per farsi "riconoscere" dagli insetti impollinatori. Queste piante hanno foglie che emettono echi più forti e con un range più ampio di altre specie. È come se ci fosse uno specchio che fa rimbalzare la luce più di quanto non facciano altre strutture nella foresta. Queste foglie sono quindi in grado di spiccare, e non farsi sommergere da altri echi che (come nel caso dell'esperimento sopra) offuscherebbero la "vista" del pipistrello. È ovvio che devono anche dare ai pipistrelli stessi un po' di ricompensa per essere viste; e questa ovviamente è il nettare di cui si nutrono i pipistrelli - le specie sono Glossophaga soricina e altre. Per scoprire il tutto, i ricercatori tedeschi hanno costruito una stanza in cui i pipistrelli dovevano andarsi a cercare delle repliche dei fiori, alcuni con le foglie "piatte", altri con le foglie a forma di disco concavo, come quelle della pianta studiata. Qui vedete un filmato con tutto l'apparato sperimentale e la spiegazione del ricercatore:

A risentirci in agosto (inoltrato).


P. S. Ho cercato di inserire i doi (i riferimenti delle riviste scientifiche per entrambi gli articoli) ma Research blogging non ha nessuna voglia di funzionare. Li metto quando torno.



* This diagram shows how the researchers did experiments that combine the bat flying in a dense obstacle environment while carrying the radiomicrophone to pick up the broadcasts. The radiomicrophone ("Telemike") work was done in collaboration with Hiroshi Riquimaroux and Shizuko Hiryu, at Doshisha University, in Kyoto, Japan.
[Image courtesy of James Simmons]

**Photo montage of an inflorescence of Marcgravia evenia and an approaching Cuban nectarfeeding bat Monophyllus remani. Note the dish-shaped leaf above the inflorescence that is reflecting the bat's echolocation call. Bottom left: 3D representation of the directional power spectra of a dish-shaped leaf.
[Image courtesy of Ralph Simon]

22 luglio 2011

Non mangiate i pescispada. Ma neppure le sardine...

http://farm4.static.flickr.com/3173/2937729353_c6ac435876.jpgResearchBlogging.orgAllora, che facciamo, diventiamo tutti erbivori? Al di là dell'ironia, è il primo pensiero che viene leggendo un articolo su Science Express, dal titolo Impact of fishing low-trophic level species on marine ecosystem. L'articolo mette in guardia (fino a un certo punto) da una politica che fino a qualche tempo fa sembrava vincente; cioè quella di pescare a bassi livelli trofici in mare. Questo perché come mi ha detto un esperto della politica della pesca «Sulla terraferma mangiamo mucche e maiali, nel mare lupi e orsi». Un frammento di introduzione: le specie che prediligiamo e che facciamo di tutto per mettere sulla nostra tavola, anche per abitudini alimentari non so quanto totalmente culturali, sono infatti tonni, pesci spada, cernie e bestie così. Che hanno tutti la caratteristica di essere carnivori. Anche nel caso degli allevamenti spigole, orate, anguille e trote (per non parlare dei salmoni) sono tutti carnivori. I primi e i secondi hanno bisogno di mangiare altra carne di pesce per sopravvivere, con conseguente perdita di efficienza e spreco energetico immenso. Poiché le popolazioni umane però si stanno, grazie allo sviluppo, spostando da una dieta prevalentemente erbivora a una carnivora, dobbiamo fornir loro in qualche modo della carne da mettere sul piatto.

Chi sono per non avere gli stessi privilegi degli occidentali? La
politica della pesca però, poiché è totalmente legata alla politica del consenso (non si possono eliminare gli incentivi per la pesca, pena la perdita di migliaia di posti di lavoro - e di voti) non ha la forza o il coraggio di spingere per la cattura di erbivori e non di carnivori. Ci pensano quindi gli ecologi (gli esperti di pesca sono quasi sempre inascoltati, se non al servizio dei politici - bastava vedere la faccenda delle quote del tonno rosso) a dire che la logica detterebbe un altro tipo di approccio. Cerchiamo di pescare a livello ecologico più basso: cioè verso quelli che i vecchi libri di ecologia chiamavano consumatori primari, i più vicini alla fonte di energia (il sole) e quindi quelli che meno di altri producono spreco energetico ed ecologico. Questo dal punto di vista puramente energetico sembrava tornare: ma l'ecologia è una brutta bestia e se tocchi un piccolo particolare da una parte ne dovrai subire le conseguenze da altre parti, magari totalmente inaspettate - è la legge delle conseguenze inattese, che mi fa pensare quanto sia imbecille studiare la geoingegneria. Una dimostrazione è quello che ho postato qualche tempo fa, nel post in cui si parlava delle conseguenze di distruggere i predatori - eccolo qua. Allora, diciamo che tutti ci consigliano di mangiare l'aringa, l'acciuga e il maccarello (e lo spinarello, il pesce ragno e il suo compagno, e persino l'anguilla che s'avvolge ad armilla - cit.). Non che non le peschiamo, attenzione, ma la maggioranza la usiamo per la produzione di pesci d'acquacoltura e per il bestiame "terrestre, piuttosto che essere consumati direttamente. Ammettiamo che a un certo punto obbediamo alle indicazioni dall'alto, e ci mettiamo a mangiare direttamente le aringhe.

Purtroppo lo studio che citavo prima dice che anche in questo caso le conseguenze non sono indolori. Questo perché queste specie (che spesso di presentano in aggregazioni di milioni e milioni di individui, come nel caso del
sardine run in Sud Africa,cui si riferisce la stupenda foto sopra, col pesce vela che insidia le sardine) sono il collegamento diretto tra i produttori primari (fitoplancton) e i consumatori primari, appunto i pesci carnivori, i mammiferi marini o gli uccelli come le sule o i pellicani. Anche perché in alcuni casi ci sono sistemi "a vitino di vespa" in cui una gran parte della produzione di plancton è trasportata a livelli trofici superiori da poche specie di pesci: diminuiti quelli, si interrompe anche la rete alimentare. Le zone studiate sono state cinque in tutto il mondo (praticamente una per ogni continente) e il livello di sfruttamento è stato simulato in alcuni modelli ecologici. I risultati sono stati variabili, ovviamente. Gli impatti vanno dai nulli a negativi; oltre naturalmente a impattare le specie stesse, altri colpiti sono i mammiferi e gli uccelli marini. Secondo l'ambiente, le specie importati potevano cambiare: pescare acciughe aveva un impatto elevato e pescare sardine uno basso nell'ecosistema del nord della Corrente di Humboldt, mentre nell'ecosistema del sud della corrente di Benguela era la pesca della sardine ad avere un impatto maggiore. Una delle variabili più importante era la connettanza (cioè la proporzione dei possibili legame tra le specie e quelli che si realizzano). La frase che spiega molte cose, non solo di questo articolo, è questa: c'è tensione tra il raggiungere l'obiettivo di proteggere e mantenere la biodiversità, e la sicurezza mondiale in fatto di cibo. E in conclusione gli autori dicono che se proprio dobbiamo pescare, forse sarebbe meglio farlo diversificando le prede e soprattutto mangiandosi direttamente le sardine, senza darle a spigole od orate.

Smith, A., Brown, C., Bulman, C., Fulton, E., Johnson, P., Kaplan, I., Lozano-Montes, H., Mackinson, S., Marzloff, M., Shannon, L., Shin, Y., & Tam, J. (2011). Impacts of Fishing Low-Trophic Level Species on Marine Ecosystems Science DOI: 10.1126/science.1209395

21 luglio 2011

Specie, evoluzione ed elettricità. Per il Carnevale della Chimica VII

Questo post fa parte del Carnevale della chimica n° VII, che ha per soggetto l'elettricità. L'ho forse presa un po' alla lontana, visto che non sono un chimico, ma mettere insieme la generazioni di segnali elettrici e l'evoluzione era uno stimolo troppo forte. È anche un modo per non dimenticare che tra un po' ci sarà anche un'altra puntata del carnevale della biodiversità - una specie di intrusione, o contaminazione, tra i Carnevali. Ed eccoci qua.

ResearchBlogging.orgCome sanno tutti coloro che hanno visto i film dell'orrore in cui una malcapitata vittima è uccisa dal phon nella vasca da bagno (perché tenere un phon acceso vicino alla vasca da bagno?), elettricità e acqua non vanno molto d'accordo. Eppure ci sono schiere di pesci che utilizzano le scariche elettriche per i loro scopi.
Si pensava che il primo uso fosse quello di difesa: una bella scarica e il nemico (o la preda) è servita. Ma come spesso accade in natura, la prima impressione conta molto poco. È probabile infatti che queste specie, che vivono sia in mare sia in acqua dolce (l'ultimo conteggio arriva a quasi 350 specie) abbiano sviluppato il sistema soprattutto per comunicare; partendo da cellule che i campi elettrici li percepiscono, forse. Nelle acque torbide dove vivono queste specie, la vista non funziona bene e le molecole che colpiscono l'olfatto tendono a disperdersi troppo nell'acqua. Dal "normale" utilizzo della conduzione elettrica (presente anche nei nostri muscoli) alla generazione di deboli campi elettrici percepibili anche "fuori" dal corpo il passo potrebbe essere stato breve. E da lì era solo questione di tempo perché aumentasse la potenza della scarica, fino a far diventare un elettroforo o una Torpedo una specie decisamente pericolosa (a volte anche per l'uomo). Ma se le scariche di qualche centinaia di volt impressionano, è il primo passo, quello della comunicazione e della percezione dell'ambiente, che interessa di più il biologo evoluzionista. Se due individui si parlano grazie a deboli scariche, perché non pensare che in un modo o nell'altro ci sia una specie di divisione in dialetti anche nelle "lingue elettriche"? E quali possono essere le conseguenze di questa divisione in dialetti?

La domanda se la sono posta anche alcuni studiosi americani, che hanno preso in esame una famiglia di pesci africani, i Mormiridi (sono le specie qua sopra, suddivise nelle due sottofamiglie di Mormyrinae e Petrocephalinae), che hanno caratteristiche interessanti per lo studio. Prima di tutto sono tante specie (più di 200), poi comunicano tutti usando segnali elettrici brevi e specie-specifici (cioè caratteristiche di ogni specie). Infine gli animali usano un'area ben precisa del cervello per gestire il segnale. C'è una cosa curiosa, però, in questi pesci. Come vedete anche nel disegno accanto, a una prima analisi la loro forma è quasi identica e quelle che variano sono le dimensioni; ma, come ancora si vede dalla traccia vicino a ogni specie, le variazioni della traccia stessa sono parecchio più rilevanti delle variazioni nella forma. E questo ha fatto pensare che l'evoluzione del segnale possa aver spinto all'evoluzione delle specie (come se tribù vicine di uomini si fossero separate non in base a gusti o difficoltà di comunicazione, ma solo in base al linguaggio). In più, e qui come sempre c'entra il sesso, i segnali sono fondamentali nel riconoscimento dei partner - solo se la risposta è "consona" alla domanda, i due si accoppiano. Il segnale stesso, per pure ragioni evolutive, dev'essere quindi molto preciso. Ma come si raggiunge questa precisione? Con alcuni "organi di senso elettrico", in particolare un tipo che chiama knollenorgan (che forse vuol dire "organo a tubero", dal tedesco, nell'immagine da Science*** qui accanto vedete la loro distribuzione. Ne riparleremo sotto). Qui trovate tutto quello che volete sapere sui suddetti knollenorgan. Che sono come dice il sito citato estremamente sensibili alle forme d'onda degli organi che producono l'elettricità - negli altri pesci della stessa specie - e sono sensibili solo per così dire all'attacco del campo elettrico esterno ma soprattutto la loro miglior frequenza di discriminazione è quella centrata sulla frequenza di picco dello spettro della specie.

Ma diventare sensibili ed estremamente discriminanti non è che il primo passo; quello successivo è l'elaborazione del segnale, che avviene ovviamente nel cervello, e in particolare in una zona chiamata nucleo exterolaterale. Che, in un clade di mormiridi in particolare (è quello composto da tutte le specie di una sottofamiglia, meno una - vedi immagine sotto da Science***, che è particolarmente grande e complessa), è diviso in due parti (ELa ed Elp e nell'immagine si capisce anche dove questa divisione è sorta); esaminando il cervello di 15 specie di mormiridi si è scoperto che la divisione in due parte del nucleo exterolaterale è presente solo nelle specie in cui gli organi sono distribuiti su tutto il corpo, e non solo nella testa; e tutte sono parte della sottofamiglia delle Mormyrinae - appunto il clade A. Poiché la discriminazione del segnale elettrico dipende dalla distanza tra gli organi di senso, più distanti sono i knollenorgan più il segnale è discriminato finemente; ed è quello che accade proprio in quel clade. Accanto a questo ci dev'essere però anche la possibilità di emettere segnali che siano percepiti in modo diverso dalle differenti specie; e infatti esaminando i dati delle due sottofamiglie si scopre anche che la maggiore variazione di segnali e la divergenza più rapida si è verificata proprio nel clade A. E infatti qui ci sono 175 specie, molte di più che nella sottofamiglia dei Petrocephalinae (circa 30).

L'idea quindi è che la differenziazione nel nucleo di cui sopra in due parti abbia condotto a una maggiore discriminazione del segnale e quindi anche a una maggior sensibilità ai segnali elettrici differenti. Che si è a sua volta risolta in "dialetti" diversi che hanno alla fin fine distinto le specie, secondo un processo chiamato speciazione, la differenziazione in specie; secondo uno degli autori il tutto è avvenuto 50-60 milioni di anni fa. La conclusione è che sia stata l'evoluzione del cervello verso la distinzione fine del segnale elettrico che ha portato alla diversificazione e quindi alla nascita di molte specie diverse. Ma alcuni dicono invece che sia stata la diffusione su tutto il corpo dei knollenorgan che ha dato la spinta a una miglior discriminazione del segnale. Come spesso succede, non si è sicuri quale sia stata la prima spinta all'evoluzione; e forse sono state contemporanee.
Cosa può fare migliorare un organo di percezione per un senso di cui abbiamo solo una vaghissima idea!

* Immagine di Matthew Arnegard, da qui

** An enlarged and subdivided exterolateral nucleus (ELa/ELp) is universally associated with broadly distributed knollenorgan electroreceptors. Knollenorgan locations are indicated by red dots. (A) B. brachyistius has a broad distribution of knollenorgans, as found in all clade A species. (B) P. microphthalmus, the sole petrocephaline species with an ELa/ELp, also has a broad knollenorgan distribution. (C) P. soudanensis has three knollenorgan clusters. (D) M. macrops has an intermediate pattern, with a single cluster and a low density of knollenorgans throughout the body.

*** Inferred tree of phylogenetic relationships among mormyrid species and morphs. The phylogeny was estimated by Bayesian analysis of cytb sequences (values at nodes are posterior probabilities). A sequence from the closest outgroup to the Mormyridae (Gymnarchus niloticus) was used to root the tree. Green branches represent a small exterolateral nucleus (EL) and magenta branches represent an enlarged EL divided into anterior and posterior subdivisions (ELa/ELp); we reconstructed ancestral states using parsimony (see text). Gray outline represents electric organs with electrocyte stalks, and black outline represents electric organs with developmentally labile stalks, based on a previous study (2).

Carlson, B., Hasan, S., Hollmann, M., Miller, D., Harmon, L., & Arnegard, M. (2011). Brain Evolution Triggers Increased Diversification of Electric Fishes Science, 332 (6029), 583-586 DOI: 10.1126/science.1201524

14 luglio 2011

Senza il lupo, le prede ballano

Diciamocelo, ognuno di coloro che si sono occupati anche solo lontanamente di ecologia (dal punto di vista di elaborazione teorica, non di protesta per la degradazione dell'ambiente) non poteva non sapere che le conclusioni del lavoro di cui parlo qua erano ovvie. E in effetti pochi articoli sono chiari fin dalle prime righe. Uscito su Science, ha un titolo palese (Trophic downgrading of Planet Earth) e che dimostra le proprietà sintetiche ed eleganti del linguaggio scientifico quand'è usato bene. Prima di tutto il fatto che nel titolo si usi "Pianeta Terra" è emblematico dell'importanza del lavoro stesso, poi in un paio di parole dimostra come il peggioramentodella situazione sia dovuto a un aspetto fondamentale dell'ecologia, quello del passaggio di energia sotto forma di cibo attraverso i livelli ecologici. Ma vediamo le righe che spiegano il tutto:
 
Until recently, large apex consumers were ubiquitous across the globe and had been for millions of years. The loss of these animals may be humankind’s most pervasive influence on nature.
 
Uccidere un lupo, uno squalo e un orso non è solo un peccato dal punto di vista etico ed estetico, come insistono a dire i cacciatori europei, per i quali un approccio utilitaristico giustificherebbe le uccisioni. È anche un grave danno fatto all'intero tessuto del pianeta. E questo perché la mancanza di un livello trofico, la distruzione di un nodo nelle reti alimentari ha profonde ripercussioni su tutto quello che c'è a livelli più bassi. (A questo punto non posso fare a meno di richiamare uno dei più bei libri di ecologia che abbia; uscito negli Oscar Mondadori pre-furto da parte del presidente del consiglio, si intitola "Perché i grandi animali feroci sono rari: una prospettiva ecologica" e spiega tutto in poche agilissime e splendide pagine - non vi metto la scheda di Anobii o altro perché scrivono tutti ecologista invece di ecologica e la cosa mi dà fastidio). Insomma, per tornare all'articolo, la tesi degli autori, una bella compagnia che comprende James Estes e Michael Soulé, tra gli altri, è che le conseguenze pratiche della sparizione dei predatori di vertice o in generale di specie "pivot" di un ecosistema sono difficili da determinare in pratica, ma non complesse in teoria. E la teoria dice appunto che un sistema può assumere stati diversi che però non fanno parte di un continuum, ma sono "stati stabili alternativi" discreti. L'ecosistema può saltare dall'uno all'altro in un tempo relativamente breve, spinto da cambiamenti esterni quando questi sono abbastanza ampi e costanti nel tempo. Ovviamente ogni sistema tende a resistere alle modifiche finché non raggiunge quello che si definisce tipping point, il momento in cui le complesse interazioni si spezzano e il sistema si riposiziona nel suo nuovo stato. Che spesso, proprio perché manca un componente importante (predatore in particolare, ma non solo) è anche più semplice dell'altro. Se ricordo bene, la semplicità può calcolata come numero di interazioni tra le specie ed è direttamente proporzionale alla biodiversità. Non è detto che un ecosistema più semplice sia anche più instabile, ma in ogni caso dovrebbe essere meno produttivo e forse meno resistente alle invasioni (qui un outline del dibattito, e qui un bell'articolo sull'argomento - pdf). Insomma, un ecosistema privo di predatori di vertice non può far altro che diventare più povero di specie e con poche specie dominanti; i predatori selezionano le specie più abbondanti e quindi il loro effetto è aumentare il numero di specie di prede.
 
This photo is published with my permission at ...Ma fosse solo questo (pochi leoni, tanti gnu, pochi alberi) in fondo tutto ciò sarebbe limitato. L'articolo invece esamina molti altri esempi di ecosistemi modificati e delle conseguenze della perdita di predatori di vertice. Per esempio il classico caso dei ricci di mare e delle alghe (bel titolo per un libro, eh?): nelle foreste di kelp del Pacifico settentrionale il collasso della popolazione di lontre marine (Enhydra lutris - dovute in questi anni anche anche al cambiamento di dieta da parte delle orche, che hanno dovuto mangiare qual che avevano dopo che l'uomo ha sottratto loro le balene di cui si nutrivano. Nel secolo scorso fu causato dalla caccia per la pelliccia), il collasso dicevo delle lontre marine ha portato a un aumento della popolazione di ricci di mare (Strongylocentrotus spp.), che hanno a loro volta mangiato le alghe brune (kelp) che in quell'angolo di Pacifico costituiscono vere e proprie foreste estremamente ricche di specie. Micropterus salmoidesQui una bella discussione sul tutto (notate che l'Estes dei lavori sulle lontre è lo stesso dell'articolo originale). Altri esempi sono quelli di un lago in Michigan, dove sono stati rimossi i boccaloni (ops, persici trota, Micropterus salmoides – qui vicino) e nel quale la catena trofica ha fatto sì che il lago diventasse più chiaro perché i predatori mangiano i piccoli pesci che mangiano lo zooplancton che mangia il fitoplancton. Il quale se diminuisce trasforma il lago da sink a source di CO2. Come qui:
Nell'articolo ci sono molti altri esempi di questo tipo, e alcuni spiegano com'è possibile che la scomparsa di predatori o in genere di specie importanti possa avere grosse conseguenze non solo localmente, ma anche e soprattutto a livello globale o almeno di bioma. Per esempio l'introduzione del rinderpest in Africa orientale ha decimato la popolazione di gnu e bufali e di conseguenza ha provocato un aumento della copertura arborea, con conseguente maggior numero di incendi. Quando la malattia è stata debellata, gli erbivori sono aumentati ed è diminuita la copertura arborea, con conseguente diminuzione anche degli incendi. Un altro esempio lo si legge nella didascalia della foto sotto. Per non parlare dell'aumento degli incendi in Australia dopo l'arrivo dell'uomo (qui si tratta dell'arrivo di un superpredatore non del contrario).
 
Altri comparti degli ecosistemi riguardano il suolo, i nutrienti (l'arrivo delle volpi polari in alcune isole artiche ha diminuito l'apporto dei nutrienti perché sono crollati gli uccelli marini che portavano sull'isola le feci dei pesci catturati) e la biodiversità. Gli articoli che denunciano come la scomparsa di un predatore diminuisca la biodiversità sono ormai innumerevoli, anche se non tutti sono convinti (filosoficamente) che un ambiente ricco di specie sia "meglio" di uno povero - vedi qui, per esempio. Quello che invocano gli autori è un cambio di paradigma, cioè dalla considerazione delle specie viventi (e di quelle rare e "grosse" come i predatori in particolare) come sovrastrutture ai cicli biogeochimici, che vanno avanti da soli anche senza di loro, a importanti componenti dell'ambiente senza i quali, e senza il loro controllo dall'alto (top-down) non possono esistere ecosistemi ricchi e stabili. L'articolo è ricco di riferimenti bibliografici, di rimandi e di passi problematici. Se riuscite a metterci le mani sopra, da tenere in gran conto.
 
 
Qui un filmato sul ritorno dei lupi a Yellowston e sopra una foto. La dida è: Young aspen trees are now recovering in Yellowstone National Park after the return of wolves in 1995. The old trees seen here date back 70 years to the last time wolves were in Yellowstone. The return of wolves reduced the browsing by elk on young trees. [Photo by William Ripple, courtesy of Oregon State University]

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05 luglio 2011

Battaglia continua

Proseguo la mia personalissima lotta contro la divulgazione di basso livello, specie se tocca le scienze naturali, dimostrandovi che non è solo la Repubblica o i giornali on line che pubblicano vaccate. Nell'ultimo numero delle Scienze - luglio 2011, pag 20 - c'è un articolo sullo stesso argomento che ho toccato qualche tempo fa, quello dei Membracidi e delle loro ali-trasformate-in-elmetti. La rubrichetta, di Boncinelli, è di facile lettura e si digerisce in breve. The devil, come dicono gli anglosassoni, is in the details. A parte il fatto che la famiglia è definita Membracidae (in corsivo, e secondo me non si fa per gli animali), ma la didascalia recita "Umbonia membracidae, insetto con elmetto, vicino a una spina". Poiché è in corsivo, si presume che il nome sia quello della specie. Ma poiché non me lo ricordavo (e non mi risulta corretto), ho fatto una ricerchina, andando sia sul sito dell'agenzia fotografica sia su alcuni che parlavano del genere. In effetto Corbis - l'agenzia - parla di Umbonia membracidae; ma non è certo affidabile. La ricerca sul resto del genere non mi ha portato a nessuna Umbonia membracidae. È quindi ovvio che trattasi di una didascalia presa di peso dal sito dell'agenzia, e riportata così com'era sul giornale (per essere chiari, Boncinelli non c'entra affatto, la redazione sì), mettendo il nome del genere e quello della famiglia. E allora, direte voi? E allora, dico io, una rivista che si picca di essere il top della divulgazione in Italia non può fare di questi errori. Oppure può farli se, come ritengo e ho detto, considera le scienze naturali "diverse" dalla fisica e la chimica, non scienze dure e quindi indegne di attenzione ai particolari. Se poi è una questione formale (solo in apparenza) com'è il nome latino, perché buttare i primi nomi che ti capitano senza un minimo di controllo? Finezze, stupidaggini, dettagli inutili? Può darsi, ma come fidarsi di una rivista che usa questo standard anche quando si leggono altri articoli? Oppure, se ci si fida, perché non chiedersi perché alcuni temi sono curati, e altri no?

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