21 giugno 2011

Alieni buoni e alieni cattivi

ReulinoPosidoniaResearchBlogging.orgSiamo alla quarta edizione (puntata-evento?) del Carnevale della biodiversità, che in questa occasione è ospitata da uno dei più bei blog della blogosfera scientifica italiana, Erba volant. Lì potrete andare a leggere, entro domattina, i contributi carnascialeschi, che secondo il commentatore si stanno rivelando di livello elevatissimo. Per questo vi invito a leggere prima questo, così poi non fate confronti…

CDB-02---BigModSarà la creazione di un’immagine di ricerca (quella per cui appena compri un’automobile sembra che le strade siano piene di gente che ha il tuo stesso modello), ma dopo l’annuncio del nuovo Carnevale gli articoli che parlano di biodiversità mi sembrano moltissimi. Ne ho scelti solo alcuni, perché mi porgono il destro per fare anche un po’ di filosofia. Quella presocratica, voglio dire, per cui anche il resto della natura valeva un pensiero o una riflessione. Il primo parte da qua; è la tesi di dottorato di uno svedese (con un cognome greco) che ha studiato, in cinque paper distinti, alcuni aspetti delle invasioni di specie in un’area limitata del Mediterraneo, quello orientale. Potrebbe sembrare una regione di poca importanza, ma il mare attorno alle isole greche è una specie di laboratorio dell’invasione. Questo perché il Mediterraneo, che è uno dei mari più ricchi di specie alloctone (vedi sotto), è invaso a partire dallo Stretto di Suez, e quindi dal sud-est: pian pianino poi le specie si trasferiscono verso ovest. Lo studio di Stefan Kalogirou è composto di un articolo sul popolamento nelle praterie di Posidonia oceanica (sopra, una foto tratta da qua – il sito di un amico fotografo subacqueo), uno sulla competizione tra tre specie di barracuda e un paio sulla dieta di due specie alloctone e sul loro impatto sugli ecosistemi locali. Ognuno di essi cerca di spiegare la situazione applicando un principio, una legge, un'ipotesi o un'intuizione che fa parte dl grande corpus dell'ecologia. Per esempio nel caso delle praterie di posidonia e dei circostanti ambienti sabbiosi, il paper arriva a stabilire che in effetti sì, è vero che gli ambienti più ricchi di specie, quindi più biodiversi, sono più difficili da penetrare da parte delle specie aliene. In totale, su 88 specie incontrate, 11 erano di origine Indo-pacifica o del Mar Rosso. Dopo aver suddiviso le specie ittiche in quattro "gilde" distinte (migranti immaturi, residenti delle praterie, migranti stagionali e visitatori occasionali), Kalogirou ha scoperto che la percentuale di specie estranee nelle praterie di posidonia è inferiore a quella dei fondi sabbiosi vicini (12,7% contro 20,4%). Delle tre specie di barracuda studiate, due (Sphyraena sphyraena e S. viridensis) sono indigene, e una (S. chrysotaenia) è originaria dell'Indopacifico. Sembra che in un modo o nell'altro queste specie obbediscano al principio di esclusione competitiva, per cui specie simili come nicchia (trofica e altro) non possono convivere nello stesso ambiente. Le prime due infatti si sovrappongono alla terza - sono piscivori - solo in giovane età, ma quando diventano adulte le diete si differenziano; inoltre l'alieno d'inverno non sta benissimo, e questo può far capire che anche la temperatura è un fattore importante nell'aiutare o ostacolare l'invasione. Due specie aliene sono state valutate per quanto riguarda il loro impatto nell'area: sono Fistularia commersonii e il pesce palla argenteo (Lagocephalus sceleratus). Il primo è un pesce trombetta, il secondo un tetraodonte (quindi tossico). Entrambi hanno un qualche effetto sulle popolazioni locali, perché il trombetta mangia importanti specie locali, come triglie o salpe, il secondo - che sta invadendo il Mediterraneo a velocità del lampo - si mangia invertebrati come molluschi gasteropodi (Nassarius) o addirittura cefalopodi (seppie e polpi). Il suo impatto sull'economia locale potrebbe essere rilevante, anche perché la sua tossicità preoccupa gli abitanti, che non possono certo pensare di farne uso. Tutta la tesi è molto interessante da leggere, anche perché parte con una buona introduzione alla natura e alla storia del Mediterraneo, corredata da una buona introduzione alla biologia delle invasioni e a quanto, come e chi sta invadendo il mare. Il lavoro si conclude con la solita richiesta di nuovi studi per calcolare il processo di entrate e l'impatto di specie aliene nel Mediterraneo, senza dimenticare che se la temperatura si alzerà come temuto, il processo di meridionalizzazione o tropicalizzazione non potrà che aiutare le specie che vengono dai mari più caldi.

blogUn articolo come questo forma la base delle considerazioni che ho prima definito filosofiche. Prima di arrivarci però è utile leggere un altro articolo, che estende alla teoria le considerazioni che si possono leggere nella tesi di Stefan. Si intitola Terrestrial Ecosystem Responses to Species Gains and Losses e cerca di rispondere alla domanda: come risponde un ecosistema all'arrivo di nuove specie, e alla perdita di quelle già esistenti? Mettere insieme le due prospettive non è facile, anche perché l'ecologia delle invasioni sembra che riesca ad afferrare sempre meno le ragioni per cui una specie diviene invasiva, anche se in generale pare che le nuove specie che sono in grado di costruire una testa di ponte in un nuovo territorio di solito siano più ecologicamente efficienti (hanno una maggior concentrazione di azoto e fosforo e una velocità di assimilazione più elevata, tra le altre cose). Ma che accade all'ecosistema una volta che la specie è stabilita sul territorio (sopra un diagramma, tratto dall’articolo, sulle possibile conseguenze)? Potrebbe avere un effetto del tutto negativo, come accadde con i castori americani in Sud America (hanno fatto fuori interi boschi di faggi meridionali) o i daini in Nuova Zelanda. Se poi la specie nuova arrivata ha un impatto su quelle presenti e se queste hanno un ruolo ecologico importante, è indubbio che gli ecosistemi saranno modificati - per esempio alcuni ratti nelle isole del Pacifico hanno fatto fuori molti uccelli marini, e questi non portano più i nutrienti dal mare alla terra, depauperando gli ecosistemi terrestri. E quando invece, a causa di un'invasione o di altre cause, una specie si perde? Teoricamente gli ecosistemi si impoveriscono e quindi diventano più deboli, ma questo, secondo gli autori, non tiene presente la natura non-random delle perdite. Non è che in un ecosistema invaso o modificato si perde un uccello, un mammifero, un rettile, un insetto eccetera, insomma, con regolarità. Le specie che si perdono sono quelle che NON hanno le caratteristiche tipiche delle specie invasive, pare. Per le piante è complesso, per gli animali è più facile capire chi si estinguerà: grossi mammiferi e uccelli, in primis carnivori, poi erbivori: elefanti, uccelli delle isole, animali lenti e dal ritmo di riproduzione rallentato. Animali senza difese, insomma, verso un predatore straordinariamente astuto che si riproduce come un coniglio. Oltre alla definizione delle proprietà che rendono una specie vulnerabile e invasiva, però, è fondamentale anche sapere l'intero contesto in cui si svolge il processo. E quindi trarre le dovute conclusioni anche sulla questione più importante. Se possiamo definire abbastanza bene quando una specie “arriva”, non è facile classificarla come invasiva (e quindi nociva).

E qui arriviamo all’articolo finale, quello che parla di filosofia. È stato pubblicato da Nature, e già dal titolo fa capire quale possa essere il messaggio, e quale l’idea dell’autore: Don’t judge species on their origins (qui si può leggere l’articolo nella sua interezza, tra l’altro). In breve, qual è la proposta degli autori, Mark Davis e altri 18 ecologi? Che è inutile, in un momento in cui i problemi sono ben altri, preoccuparsi della dicotomia tra specie native e specie aliene o invasive (qui un diagramma con le strade marine dell’invasione*). Che serve preoccuparsi di una specie in più o in meno in un ambiente se quella che è arrivata da poco non fa poi un gran male? Certo, gli esempi di specie aliene che hanno portato all’estinzione quelle native o che hanno causato danni economici ce ne sono: per esempio la Dreissena polimorpha costa decine di milioni di dollari ai contribuenti statunitensi. Certo, la malaria ha estinto nelle Hawaii decine di specie oppure la Boiga irregularis ha fatto lo stesso su Guam. Ma, secondo gli autori, se è vero che i problemi ci sono soprattutto sulle isole o nei laghi (che ecologicamente sono la stessa cosa), in altri ambienti i nuovi arrivati hanno solo aumentato il numero di specie presenti. Dopo un elenco di tentativi infruttuosi o costosi (o tutti e due) di eradicazione di specie invasive, la conclusione cui giungono gli autori è che è inutile fare una lotta agli alieni senza basarsi su dati precisi e sul fatto che questi alieni siano veramente nocivi. A volte, e qui gli esempi sono molti, gli alieni stessi vengono in aiuto per il ristabilirsi di ecosistemi degradati, per nutrire e fungere da “base” per forme di vita prive della specie di cui si nutrivano; insomma la loro presenza è tutt’altro che negativa. Archibald_Thorburn05aIl fagiano (qui accanto, da Wikipedia) per esempio, non fa male a nessuno, anzi, è un bersaglio perfetto per i cacciatori (contenti loro…). La base di ragionamento degli autori è che gli sforzi di eradicazione devono essere basati su danni veri (e non presunti) di specie introdotte. E soprattutto sul fatto che queste stesse specie siano utili o meno all’uomo, all’ecologia e all’economia. Tutto bene dunque? Lasciamo che Alien invada i nostri ecosistemi, poi magari controlliamo che il vermone di Giger sia o meno nocivo? No, non è proprio così, dicono gli autori. Se Alien ci capita tra i piedi, controlliamo che faccia veramente male e spunti dall’addome di un qualsiasi membro del Nostromo prima di cominciare a combatterlo. E la filosofia? Dal punto di vista dell’ecologia, cancellare (in certe condizioni) il concetto di specie aliena è una vera rivoluzione, perché noi italiani non vedremmo più la robinia coma un fastidioso ospite dei boschi padani, o lo zucchino del Po (Sicyos angulatus) come una specie di invasore delle prode fluviali. Questo significa anche che il concetto di “ecosistema intatto” non esiste più, perché se un ecosistema può essere costruito da qualsiasi specie (a patto che non scacci le altre e si inserisca bene nelle dinamiche ecologiche – qualunque cosa esse siano) allora non sappiamo cosa significa un ecosistema integro.

800px-Ruditapes_philippinarumIl tutto, devo dirlo, è convincente solo dal punto di vista pratico: qui in Italia non possiamo certo combattere l’indaco, l’ailanto o la vongola delle Filippine (a sinistra, da Wikipedia, certo. Ma l’unico criterio che mi fa pensare di non essere d’accordo con l’articolo (e invece tornare al lavoro del greco dell’inizio) è che la biodiversità globale – del pianeta, cioè – grazie alle invasioni è diminuita (vedi anche sotto per quanto riguarda l’omogenizzazione). Molti ecosistemi contengono più specie di prima, ma altrettanti ne hanno perse, e anche quelli nella prima situazione hanno sì un maggior numero di specie, ma un minor numero di individui per specie, e quindi meno biodiversità genetica. E inoltre, proprio grazie alle specie invasive, le popolazioni di molte specie autoctone sono sull’orlo dell’estinzione. Certo, le specie ci sono tutte, ma mi sembra una considerazione essenzialista, direbbe Mayr. Ci sono le monadi, le idee di specie; non ci sono le stesse ricchezze genetiche delle specie stesse. Questa concezione assimila le specie e le giudica solo dal punto di vista funzionale, non da quello della individualità e della singolarità dovuta alla biodiversità. Si potrebbe arrivare all’assurdo per cui per fare un esempio un paio di biomi simil-mediterranei, dopo il Grande-Mescolamento causato dall’uomo, hanno singolarmente un numero di specie più elevato di quelle originali, con però una perdita netta di biodiversità se sono sommati. Facciamo qualche esempio: l’Unione Europea si è data molto da fare per combattere le specie aliene invasive. E questa è una delle conclusioni del rapporto Assessment to support continued development of the EU Strategy to combat invasive alien species (novembre 2010):

At the European level, over the period 1970-2007 the number of IAS grew by 76% (Butchart et al. 2010) with no indication of any reduction in this dramatic rate of increase. Some recent extinctions have been caused by the introduction of alien species e.g. Gasterosteus crenobiontus, extinct since the 1960s. Some of Europe’s most threatened species – such as the European mink Mustela lutreola or the Ruddy duck Oxjura leucocephala – are affected by IAS (invasive alien species). Of the 174 European species listed as critically endangered by the IUCN Red List, 65 are in danger because of introduced species. (grassetto mio).


Non solo, ma secondo il sito Global Invasive Species Threat Assessment nel solo Mar Mediterraneo ci sono 306 specie, e di queste 186 sono “harmful”. A livello globale, il lavoro di riferimento è Global indicators of biological invasion: species numbers, biodiversity impact and policy responses (abstract) uscito all’inizio del 2010 su Diversity and Distribution. E i dati per tutti gli ecosistemi sono questi:

A total of 542 species were documented as invasive aliens, including 316 plants, 101 marine organisms, 44 freshwater fish, 43 mammal, 23 bird and 15 amphibian species. [...] on average, there are 50 non-indigenous species per country which have a negative impact on biodiversity. The number of invasive alien species ranged from nine in Equatorial Guinea to 222 in New Zealand.

Non mi pare sia un problema da poco. Si capisce come la proposta di agire solo quando le specie aliene diventano invasive sia concreta ed economicamente forte, ma biologicamente debole. Per questo molti hanno “respinto” la proposta dicendo che già si sta facendo, con quei pochi soldi che si hanno, soltanto il minimo per l’eradicazione. L’articolo infatti sembra una specie di resa all’invasione, mentre la difesa dello status quo proviene da molti ecologi che temono (come ho detto sopra) l’omogeneizzazione degli ecosistemi, e quindi l’arrivo di quello che l’ecologo Gordon Orians ha definito l’Omogecene, cioè la rottura delle barriere che hanno definito i biomi terrestri come sono ora a una velocità che distrugge le differenze regionali (qui un commento di un blog che partecipa al Carnevale). Per questo molti (come questo commento a questo post del blog Gene expression, o questo blog) non sono affatto d’accordo con le premesse e le conclusioni dell’articolo.
Il tutto si inserisce però in quello che alcuni ecologi hanno chiamato
Conciliation biology, definito come the eco-evolutionary management of permanently invaded biotic systems, oppure:


Conciliation biology is that part of invasion biology that focuses not on prevention or eradication of invasive species, but instead predicts and manages outcomes of longer-term native–nonnative interactions at the levels of individual, population, species, community, and ecosystem.


Le strategie di questo approccio:


incorporate benefits of nonnatives to address many practical needs including slowing rates of resistance evolution, promoting evolution of indigenous biological control, cultivating replacement services and novel functions, and managing native–nonnative coevolution.


L’articolo è piuttosto ampio e ricchissimo di citazioni. Ciononostante, il tutto mi sembra filosoficamente complesso da accettare. Ma qui torniamo all’inizio, alla filosofia delle invasioni. E con questo alla fine del post.


*Major pathways and origins of invasive species infestations in the marine environment. (February 2008). In UNEP/GRID-Arendal Maps and Graphics Library. Retrieved 10:50, June 11, 2011

Wardle, D., Bardgett, R., Callaway, R., & Van der Putten, W. (2011). Terrestrial Ecosystem Responses to Species Gains and Losses Science, 332 (6035), 1273-1277 DOI: 10.1126/science.1197479

Davis, M., Chew, M., Hobbs, R., Lugo, A., Ewel, J., Vermeij, G., Brown, J., Rosenzweig, M., Gardener, M., Carroll, S., Thompson, K., Pickett, S., Stromberg, J., Tredici, P., Suding, K., Ehrenfeld, J., Philip Grime, J., Mascaro, J., & Briggs, J. (2011). Don't judge species on their origins Nature, 474 (7350), 153-154 DOI: 10.1038/474153a

McGeoch, M., Butchart, S., Spear, D., Marais, E., Kleynhans, E., Symes, A., Chanson, J., & Hoffmann, M. (2010). Global indicators of biological invasion: species numbers, biodiversity impact and policy responses Diversity and Distributions, 16 (1), 95-108 DOI: 10.1111/j.1472-4642.2009.00633.x

Carroll, S. (2011). Conciliation biology: the eco-evolutionary management of permanently invaded biotic systems Evolutionary Applications, 4 (2), 184-199 DOI: 10.1111/j.1752-4571.2010.00180.x

14 giugno 2011

Excusatio petita

Spinto da un post del professor Maurizio Casiraghi (eccolo qui, nel suo blog Continuo proceso de cambio), mi sono fermato a pensare al perché la situazione è come la racconta lui. Che io sia d'accordo con quanto dice Casiraghi è ovvio, visto che quello che scrive lo dico da tempo. Ma perché accada questo è più complesso da spiegare. Leggendo una frase però del post mi si è presentata una spiegazione che, come tutte, può essere eccessivamente semplicistica ma, magari con l'aiuto di altri colleghi, potrebbe arrivare anche solo un pelo vicino alla verità. Dunque, perché (anzi, porquè, alla Mourinho) le scienze naturali non sono trattate con la stessa dignità delle altre "materie"? Non solo intendendo con questa parola altre discipline scientifiche (fisica, chimica e medicina, per esempio, anche se in quest'ultimo caso subentrano ben altri fattori) ma anche l'economia, lo sport e la cronaca locale. Ognuna delle quali ha una specificità, cui si dedicano professionisti ad hoc. Che quando si tratta di animali e piante (viventi, in breve) invece si cerchino solo poveri stagisti o ultimi arrivati, dipende secondo me da una sola considerazione: le scienze naturali non sono scienze. Non hanno la stessa dignità di fisica e chimica, la stessa importanza anche economica delle medicina, lo stesso valore empatico della cronaca locale. Non hanno, nella testa del caporedattore/vicedirettore/caposervizio eccetera, un quadro di riferimento teorico all'interno delle quali inserirle, e con le quali spiegarle. Per lo sport può essere il suo valore sociale o economico, per la fisica e la chimica la teorie di base (chessò, meccanica quantistica e teoria del legame), per l'economia... il portafoglio. Animali e piante sono fatterelli, trivia, dicono gli inglesi, bazzecole che interessano solo in quanto il comportamento di un animale è curioso per il senso comune della specie umana. In breve, ripeto, non hanno l'importanza e la difficoltà delle VERE scienze. Facciamo un esempio; molti sanno che che i vampiri (i pipistrelli, non quelli di Twilight) appartenenti ai generi Desmodus, Diphylla e Diaemus, spesso nutrono i componenti della colonia affamati (anche non imparentati) se tornano con la pancia piena di sangue (in questo articolo della gloriosissima Natural History c'è praticamente tutto). Per il lettore comune una piccola curiosità: i vampiri sono assimilati a esseri spregevoli perché parassiti, succhiasangue e infidi, e invece si comportano in maniera opposta al senso comune (o a quello che noi consideriamo senso comune). È tutto lì. Per i biologi invece questo comportamento è degno di riflessioni anche profonde, perché mette in discussioni alcune colonne della moderna biologia, come l'egoismo insito in ogni individuo, l'altruismo solo se reciproco, la condivisione con individui non imparentati eccetera. per parlarne sarebbe necessario approfondire le teorie di Hamilton, Trivers, Williams e altri studiosi (Darwin compreso). Ma il responsabile di questa pagina e di questa notizia si accontenterà della notiziola stessa. mentre se gli presentate la ricerca del bosone di Higgs come una curiosità di alcuni fisici, senza spiegare come questo si inserisca nel modello standard, quale sua la sua "funzione" e in quale ambito teorico della fisica moderna sia inserito, vi chiederà (correttamente) un approfondimento. In conclusione, le scienze naturali sono rimaste per gran parte dei responsabili della nostra comunicazione un'attività di stamp collecting, come disse Rutherford. Una ricerca di nuove specie, e di nuove curiosità, senza quadro teorico di riferimento. Del perché l'evoluzione per selezione naturale (che È il quadro teorico di riferimento delle scienze della vita) non sia inserita nella cultura media, merita un altro post. Che prima o poi arriverà (non credo da me, non sono in grado)

Query a mille

Che la blogosfera scientifica italiana nell'ultimo anno si sia particolarmente arricchita è un dato di fatto. Sono nati o risorti molti siti di valore, anche se altri sono quietamente scomparsi. Un anno e un giorno fa, per esempio, nasceva Query online, a sua volta emanazione internettica della rivista Query, nata da una costola del Cicap (e chi non sa chi è?) per dare ai lettori la possibilità di discutere di quelli che, in un attimo di follia snobistica, i titolari di Query chiamano mysteri. Ricordo parecchie discussioni interessanti, e per quanto riguarda la biologia ricordo molti interventi sul creazionismo (come la cronaca della serata turca a Milano) o sui misteri - ops, mysteri - della natura, tipo la pioggia di uccelli. In brevissimo, grazie soprattutto a una formula azzeccata e a interventi anche esterni parecchio divertenti, Query è diventato un vero punto di riferimento delle discussioni in Italia sulle situazioni borderline o su bufale et similia (andatevi a vedere la posizione dello stesso su Wikio). Per mia pigrizia o mancanza di argomenti, di solito non riesco a discutere troppo a lungo con creazionisti, negazionisti o altri ...isti. Da quando è nato Query, non posso che ringraziarli per la loro funzione di parafulmine contro i suddetti. E continuo a seguirli giorno dopo giorno, nell'attesa che si blocchino davanti all'ennesimo "inventore del moto perpetuo" e lo mandino non troppo gentilmente dove merita. Ma a Query on line tutti, specie la responsabile Beatrice Mautino, sono dei signori. Auguri, quindi, dal basso della blogosfera.

10 giugno 2011

In attesa del Carnevale

Come da titolo, in attesa del Carnevale parlo di un altro tipo di alieni, non quelli invasori ma quelli invasati. Ci sono due notizie che mi hanno colpito sull'argomento. La prima parla di un minuscolo nematode (lungo circa mezzo millimetro) che vive a qualche chilometro di profondità della Terra, in una miniera d'oro in Sud Africa, e si nutre di film batterici che si formano tra le rocce. Si chiama Halicephalobus mephisto, e non è chi non veda come il nome specifico sia derivato da un diavolo che, probabilmente, vive sottoterra. Qui c'è un approfondimento molto ben fatto.
Un'altra specie che per me è decisamente aliena è una medusa (Tripedalia cystophora, una cubomedusa) che a differenza di quello che pensiamo su queste specie ha un comportamento complesso e orientato. Non si fa trasportare passivamente dalle correnti, cioè, ma cerca attivamente le prede. E non lo fa semplicemente nuotando e cercando di andare a sbattere contro i piccoli crostacei di cui si nutre. No, questa medusa ci vede, nel senso che usa gli occhi per dirigersi verso il suo ambiente "normale" (le mangrovie); e i suoi occhi sono di tipi diversi. Alcuni, i più complessi, sono molto simili a quelli di vertebrati e molluschi: hanno retina, cristallino e cornea. Ma non è finita qua, e l'alienità si dimostra anche in altri modi. Per esempio col fatto che usa gli occhi per guardare immagini fuori dall'acqua, e vedere le mangrovie verso cui si dirige quando una corrente (o gli sperimentatori) la portano lontano dal suo ambiente. Ma è aliena in un modo molto più sottile: nonostante la gran quantità di occhi, il sistema nervoso della medusa, pur essendo meglio di quello di altri Cnidari, non è certo il massimo per coordinare tutti gli input visivi. Il gruppo di ricercatori svedesi ha quindi pensato che il comportamento di queste bestie fosse "governato" non tanto dall'elaborazione di uno o più segnali provenienti dagli occhi, ma solo dalle immagini che provengono dai singoli occhi: quelli che guardano verso il basso inducono l'animale a fare qualcosa, e quelli che sono rivolti verso l'alto gli fanno fare qualcos'altro. Molto più semplice che avere un sistema nervoso centrale che governa ed elabora l'immagine proveniente da occhi "multipurpose". Un approccio totalmente diverso, magari meno flessibile del nostro, ma che potrebbe essere applicato a un bel romanzo di fantascienza che io non so scrivere. Io, sinceramente, trovo questa scoperta e questa specie decisamente più aliene di altri animali che magari hanno una forma curiosa e peculiare, ma poi in fondo "ragionano" come noi. E adesso una botta di meduse di Haeckel:

06 giugno 2011

Sempre più in basso!!

Dmanisi

Image via Wikipedia

È vero che l’attività dello scienziato è quasi sempre volta a smentire le ipotesi o le scoperte precedente, ma mi pare che molto spesso ogni campagna di ricerca sia volta SOLO a sconfessare quello che si pensava fino a qualche minuto prima della scoperta stessa. Non che questo sia male, ma mi sembra una corsa all’indietro degna di miglior causa. Il primo pensiero che salta alla mente quando si legge la ricerca “in oggetto”. Il titolo dice tutto “A Damnisi, in Georgia, la prima occupazione dell’uomo risale a 1,85-1,78 milioni di anni fa”. E quindi, direte voi? Beh, è notevole. Dmanisi è uno dei siti più importanti che raccontano la dispersione del genere Homo fuori dall’Africa. Fino a qualche tempo fa si pensava che i fossili scoperti in loco appartenessero a una specie che gli scopritori avevano battezzato Homo georgicus, e che era a metà strada tra H. habilis e H. erectus o ergaster (per una discussione sulla tassonomia e filogenesi del genere Homo, questo o questo dovrebbero essere sufficienti – il secondo è un piccolo articolo di Richard Klein, uno dei guru della faccenda).

Quello che dice l’articolo è che un uomo con un cervello abbastanza piccolo si è spostato dall’Africa verso nord, e ha trovato un luogo dove stare sulle alture del Caucaso meridionale. Il tutto è avvenuto molto prima di quanto si pensasse; non 1,77 milioni di anni fa, ma 1,85. Il problema di tutto ciò è il fatto che l’uomo di Dmanisi (chiunque esso fosse) ha cominciato ad occupare il sito PRIMA che apparisse in Africa l’Homo erectus, una specie che è sempre stata considerata fondamentale nella storia del nostro genere e nella dispersione fuori dalla culla africana. E quindi potrebbe essere che erectus sia nato in Europa e si sia spostato DOPO in Africa. E questo ci porta alla conclusione che erectus e habilis siano stati contemporanei in Africa, e che dall’Africa stessa fosse arrivata un’altra specie da cui poi è nata in Eurasia un altra forma. Il tutto però non fa che confermare un’intuizione che molti studiosi hanno avuto; cioè che la dispersione fuori dall’Africa (o verso l’Africa) non fosse dovuta a un cervello grosso e brillante, che ha permesso agli uomini (di qualsiasi specie essi fossero) di “conquistare” il mondo. Ma che tutte le specie obbediscono in un modo o nell’altro a dinamiche ecologiche non dissimili da quelle che governano la vita degli altri animali e piante. Insomma, non ci siamo spostati dall’Africa perché eravamo più intelligenti, ma perché altre cause (predazione, aumento della popolazione, clima o fattori del genere) ci hanno gentilmente spinto fuori casa. Che l’uomo non abbia mai avuto nessun tipo di “salto ontologico”, quindi?

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04 giugno 2011

Ancora su religione e negazionismo

Il tutto è un po' tortuoso, lo riconosco, ma credo che le antenne siano sempre alzate quando si tratta di capire da dove vengono i soldi dei negazionisti. Di coloro cioè che si "oppongono" alla realtà scientifica del riscaldamento climatico. Una delle organizzazioni più note, anche per la sguaiatezza delle sue argomentazioni, è l'istituto bruno leoni, un istituto di ricerca che propone come soluzione a tutti i mali (psoriasi compresa) il libero mercato. Lasciando il tutto nelle mani dei privati, l'istituto pensa che il mondo vada meglio, e che ogni intervento statale sia scorretto. Ovviamente i primi interventi statali che devono essere aboliti sono quelli che riguardano le correzioni da fare sul mercato dell'energia, perché il mercato stesso sta mandando il mondo in via Olgettina. Ma poiché le ragioni per adottare tasse o altri meccanismi per fermare "la produzione di energia come si fa ora" si basano sulla scienza, l'istituto bruno leoni respinge la scienza. Voila. Ecco la nascita di uno dei negazionismi più diffusi, quello basato sul mercato come panacea per tutti i mali. Ma perché questo discorso? Perché, come spesso mi capita di pensare, chi nega la fisica del riscaldamento globale spesso è collegato, in un modo o nell'altro, a chi nega la biologia dell'evoluzione. Ed ecco la prova. Nel 2004 lo stesso istituto ha vinto infatti un grant del Templeton Freedom Award, che: "are given to outstanding, promising think tanks. Preference is shown for innovative institutes, operating in difficult parts of the world or working in innovative areas that expand the scope of, and market for, think tank research on freedom". Ma la Templeton Foundation è la stessa che assegna somme spropositate di denaro a "living person who has made an exceptional contribution to affirming life's spiritual dimension, whether through insight, discovery, or practical works". Quindi è un premio al "concordismo" tra scienza e religione e in particolare a coloro che dimostrano che evoluzione e religione possono andare a braccetto; anzi, che l'una senza l'altra non ha senso. Nel 2010 infatti il premio è andato a Francisco J. Ayala e un grant è andato a che a Simon Conway-Morris per il progetto Map of life (ne parlai qui). Entrambi sono ottimi biologi, ma cercano di infilare la religione anche dove non ci va, facendo a pezzi il concetto di Noma. Ripeto, è un po' tortuoso, ma non credo di essere l'unico a pensarla così. Che cioè negazionismo climatico e anti-evoluzionismo (nonostante i proclami, quelli del Templeton sono anti-evoluzionisti) vanno a braccetto.

01 giugno 2011

Chi rimane a casa?

Tooth of Australopithecus africanus STS 1881 :...

Image via Wikipedia

ResearchBlogging.orgTeoricamente si dovrebbe chiamare "natal philopatry", cioè la tendenza di un sesso o l'altro a rimanere nei pressi di "casa" della tribù o del gruppo dove sei nato. Le scimmie antropomorfe hanno due modelli di filopatria: rimangono i maschi o le femmine o si spostano entrambi. Si comportano nel primo caso scimpanzé, bonobo e altre specie, mentre nei gorilla entrambi i sessi vanno a cercare fortuna altrove.  Nell'uomo, a parte "mogli e buoi dei paesi tuoi" non ci sono chiarissime indicazioni di chi tende a rimanere nei pressi del luogo di nascita, anche se sembra che siano proprio che siano le femmine a "disperdere". È quindi interessante uno studio che cerca di determinare come si comportavano i nostri antenati, molto antenati. Per fare ciò un gruppo di ricercatori di varie università ha applicato un trucco che si è sentito usare anche in alcuni serial televisivi “scientifici” (tipo C.S.I.); cioè lo studio del rapporto tra due isotopi dello stronzio (87Sr/86Sr) dei denti per scoprire quale sia stato il substrato geologico della persona che quei denti portava quand’era viva; o meglio, durante lo sviluppo, non da adulta. Le specie esaminate erano Australopithecus africanus e Paranthropus robustus, e il risultato è che i possessori dei denti piccoli tendevano a muoversi di più di quelli che avevano denti grandi (come quello della foto sopra, di A. africanus). E con ciò, direte voi? Poiché a quei tempi il dimorfismo sessuale era molto più pronunciato di oggi, con i maschi che pesavano circa 40 kg molto più grossi delle femmine che arrivavano ai 30, si pensa che i dentoni appartenessero ai maschi e i dentini alle femmine. Quindi al conclusione era che erano le femmine a essere meno affezionate alla casa, e la filopatria era riservata ai maschi. Al di là della descrizione in sé, lo studio è interessante per alcune ragioni collaterali: prima di tutto, visto che i parantropi avevano una struttura corporea simile a quella dei gorilla, si pensava anche la loro struttura sociale fosse uguale, ma questo non è vero. Che significa? Che inferire comportamenti a partire da somiglianza strutturali è spesso un errore. Ci vogliono più e più prove per avere la conferma di un’ipotesi, per brillante che sia. Non solo, ma gli autori fanno un’interessante osservazione sui maschi “stay-at-home”. Dicono cioè che questi potrebbero aver preferito stare nei dintorni della zona dove sono nati non perché gli piaceva il cibo della mamma, ma solo perché preferivano la vegetazione o la struttura del territorio attorno a casa. Non tutto quindi è come sembra. Interessanti anche alcune osservazioni di Margaret J. Schoeninger, antropologa a La Jolla, San Diego. Dice che sia gli australopitecine sia i gorilla hanno lo stesso home range (circa 25 km2), ma i primi vivono in una giungla senza predatori – anche perché affrontare un gorilla maschio non è consigliabile neppure per un grosso leopardo – i secondi nella savana aperta, in cui leoni e leopardi sono piuttosto frequenti e pericolosi. Gli animali più simili sarebbero però i gelada (Theropithecus gelada), babbuini dalla vita interessantissima, o meglio alcuni loro antenati. I gelada evitano la predazione perché vivono in gruppi di circa 60 individui (inoltre, avete mai visto i denti di un babbuino maschio adulto?). Ma allora, come facevano i nostri cugini scomparsi da milioni di anni a difendersi, come i gelada? Insomma, una ricerca che come spesso accade apre più interrogativi di quanti ne chiuda.

Copeland, S., Sponheimer, M., de Ruiter, D., Lee-Thorp, J., Codron, D., le Roux, P., Grimes, V., & Richards, M. (2011). Strontium isotope evidence for landscape use by early hominins Nature, 474 (7349), 76-78 DOI: 10.1038/nature10149
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