31 marzo 2011

Paura della morte e disegno intelligente

Val Seriana, Italy

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ResearchBlogging.orgSapete perché molti americani (e De Mattei) credono che l’evoluzione sia sbagliata, e che il disegno intelligente sia una spiegazione logica della complessità dell’universo? Perché hanno paura della morte. È una conclusione cui sono giunti alcuni psicologi canadesi (Jessica Tracy, Joshua Hart e Jason Martens) che dicono che, messe di fronte a paure esistenziali (come quella della morte - un effetto definito mortality salience) e alla necessità di trovare un senso alla vita, le persone tendono a respingere la teoria dell’evoluzione e ad accogliere meglio gli scritti del creazionista Behe e respingere quelli di Richard Dawkins (vedi diagramma sotto che rappresenta Effects of mortality salience (MS) on liking of Behe and belief in intelligent design theory (IDT), and liking of Dawkins and belief in evolutionary theory (ET)). Questo è avvenuto quando alcuni partecipanti all’esperimento hanno dovuto scrivere come “vedevano” la propria morte; altri partecipanti, che hanno dovuto trattare altri argomenti (tipo il dolore che si soffre dal dentista) non hanno avuto la stessa reazione.

Il tutto si basa su un assunto ormai noto negli studi psicologici; cioè il fatto che la consapevolezza della proprio morte porta la specie umana a costruire visioni del mondo che possano: promote a sense of immortality—buffering existential anxiety—by construing the universe as an orderly, comprehensible, predictable, and meaningful place where death can be literally or symbolically transcended. [...]. IDT may be one such equanimity-providing worldview, albeit a slightly unusual one.

L'intelligent design è stato accolto da molti americani con un modicum di preparazione scientifica perché una visione del mondo basata solo sulla Bibbia sembrava difficile da inserire anche nella moderna società "scientista" (come dice padre Gionti, della Specola vaticana, in questo video). C'è un dato particolare nella ricerca; quando (ancora, dopo avere descritto la propria morte o il dolore del dentista) un gruppo ha letto uno scritto di Carl Sagan che affermava come anche l’evoluzione potesse dare un senso all’universo, le persone si sono dette più “convinte” da quest’ultimo scritto e meno da quello di Behe. Hanno cioè tentato di instillare nei soggetti un "senso di scopo" derivato però dal naturalismo, non dalla religione.

Molto semplicemente, Tracy ha concluso che:

"These findings suggest that individuals can come to see evolution as a meaningful solution to existential concerns, but may need to be explicitly taught that taking a naturalistic approach to understanding life can be highly meaningful."

Insomma, bisogna dire chiaramente che in un modo o nell’altro il senso della vita esiste, sia che te lo fornisca la regione sia che te lo dia l’evoluzione. Un gruppo di controllo, formato solo da studenti di scienze naturali, dopo aver pensato alla morte, si è detto invece più convinto della teoria dell’evoluzione e degli scritti di Dawkins. Come dice ancora Tracy, questi ultimi hanno capito, attraverso gli studi, che anche nella teoria dell’evoluzione ci può essere una spiegazione nel senso dell’esistenza. Devo dire che come molti studi psicologici questo non mi sembra che dimostri una vera e propria causa, ma piuttosto una connessione tra i due punti di vista: ma devo anche dire che se fosse vero andrebbe proprio verso la mia ipotesi che è l’apparente o reale mancanza di senso, un portato dell’evoluzione per selezione naturale, che spaventa molte persone che la respingono o si affidano a pseudoteorie di nessun valore, ma in apparenza non troppo religiose e abbastanza consolanti. Che dire, spero sia vero…


Tracy, J., Hart, J., & Martens, J. (2011). Death and Science: The Existential Underpinnings of Belief in Intelligent Design and Discomfort with Evolution PLoS ONE, 6 (3) DOI: 10.1371/journal.pone.0017349
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27 marzo 2011

Vaccini e vaccinati

Mean surface temperature change for the period...

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ResearchBlogging.orgRubo palesemente da uno dei più importanti blog che trattano di riscaldamento globale, cioè Realclimate. All’interno di un post non troppo scientifico, fanno notare alcune cose. Prima, che anche i geologi d’America (legati come si sa all’industria del petrolio) si sono arresi e ora riconoscono la realtà del riscaldamento globale (il link è un pdf). Anche se l’origine umana è solo verso il fondo, dopo una lunga serie di – corretti – richiami alla storia della Terra. Ma la cosa più importante postata da Realclimate è un breve pdf scritto da due ecologi, Trevor e Saier, che dovrebbe essere imparato a memoria in tutte le scuole del regno. Si intitola A Vaccine Against Ignorance?, ed ecco i punti salienti:

One of the greatest challenges facing humanity is ignorance—the lack of reliable information about and knowledge of the natural world we live in. […] 

These human-designed systems include our financial and economic systems—whether they be capitalistic, socialistic, or communistic, for example. Some societies may be more prone to one of these options than others. Thus, the capitalistic systems of economy follow the one principal rule: the rule of profit making. All else must bow down to this rule. For this reason, a capitalistic system cannot be expected to provide for its citizens without strictly imposed regulations on the capitalistic system itself; the owners of industry yield to their specific selfish interests—usually short term—without thoughts about the greater good of humankind or long-term planetary sustainability. […] 

The existence of human-caused Global Warming is an established fact with no evidence to contradict the basis for its occurrence. […]

Now, some people and special interests continue to  propagate misleading information about climate change. They are using all of their newly gained knowledge (on how to fool the public) to enhance their greedy benefits.

Is there a vaccine against ignorance? If so, that vaccine must be education. Education, perhaps, in human rights and needs, sociology, psychology, jurisprudence, and logic. Would it work? We suspect that will depend on the individual: Some will continue to pursue their own selfish interests at the expense of others; only the more secure may be able to see beyond the horizon of greed.

Non è applicabile solo al riscaldamento globale, ma a tutte le istanze in cui la conoscenza umana si scontra con avidità, ma anche antiche concezioni stratificate, superstizioni, interessi personali ed egoistici, inconoscibili piani.
Tutto il discorso è (solo leggermente) più complesso, ma io farei una traduzione dell’intero documento (che fra l’altro è pubblicato dalla rivista Water Air Soil Pollution, in Open access) da far leggere a una serie di persone anche qua in Italia. Anche se ho il sospetto che la maggior parte di esse non dico lo approverebbe, ma neppure lo capirebbe. Avete consigli a chi farlo leggere? (De Mattei non vale, ha già vinto).

Trevors, J., & Saier, M. (2011). A Vaccine Against Ignorance? Water, Air, & Soil Pollution DOI: 10.1007/s11270-011-0773-1

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Ancora su De Mattei, sperando che si dimetta

Gli echi delle affermazioni del vicepres del Cnr si stanno facendo sentire, un po' ovunque. E il Cnr - nella persona del suo presidente Maiani - risponde da par suo, dicendo che loro non c'erano, se c'erano dormivano, e siccome c'è la libertà di espressione ognuno può dire quel che vuole. Tanto quello che ha detto De Mattei non l'ha fatto nella sua figura di vicepres. Bene: due affermazioni chiare.
1) Ognuno può dire quel che vuole. Anche che l'Olocausto è stata una punizione divina per i peccati del popolo ebraico? E che i bambini (innocenti) ci sono andati di mezzo perché erano là in quel momento? Che differenza c'è con un terremoto e uno tsunami, a parte il fatto che l'Olocausto è stato provocato dagli uomini e il secondo dalla natura? Il terremoto è un segno della volontà divina e lo sterminio no? Perché De Mattei non prova a dirlo, vediamo come reagisce Maiani? (che, a questo proposito, è la seconda volta che se ne lava le mani dopo il convegno antidarwinista - segno che De Mattei è uno dei più protetti "funzionari" statali, nonostante i palesi danni che provoca nella comunità scientifica)

2) Quando parla così De Mattei non è il vicepresidente del Cnr. Peccato che le varie radiemarie lo invitano PROPRIO perché è il vicepresidente del Cnr. Se fosse un baciapile qualunque, nessuno se lo filerebbe e non avrebbe una trasmissione tutta sua che si chiama Radici Cristiane. La quinta colonna dell'irrazionalismo religioso all'interno di un ente che dovrebbe far ricerca è un boccone troppo grosso per farselo sfuggire.

E infine, siamo sicuri che la schizofrenia di De Mattei si spinga fino a gestire parte della ricerca italiana con correttezza e scientificità solo quando entra nel suo ufficio di vicepres? Siamo sicuri che, dopo che ha vomitato assurdità alla radio, se deve decidere il finanziamento di una ricerca storica sulle stragi cristiane in Sud America lo faccia a cuor leggero, solo per amore della verità? Permettetemi di dubitare. Se fosse così, sarebbe un caso clinico, secondo me.

26 marzo 2011

Sempre prima

waters3HR ResearchBlogging.orgFino a qualche tempo fa si pensava che i primi uomini a entrare in Nord America fossero rappresentanti della cosiddetta “cultura Clovis”. Erano arrivati, in varie ondate, a partire da circa 13.000 anni fa, attraversando lo stretto di Bering ed entrando in un continente freddino anzichenò. Da lì si erano spinti verso sud, popolando prima il Nord America poi il Centro e il Sud, e arrivando infine in Patagonia. Nonostante reperti sparsi qua e là non rientrassero in questo modello, lo scenario sembrava abbastanza stabilito. Ma i reperti sparsi si sono dimostrati più ostinati di quanto si pensasse, e ora un ritrovamento decisamente spettacolare pubblicato su Science smentisce tutta l’ipotesi definita “Clovis first” (cioè gli uomini della cultura Clovis sono arrivati prima degli altri). Sono stati infatti trovati moltissimi strumenti litici (qui sopra*) che rThis Clovis point is from a period of habitati...isalgono a circa 15.500 anni fa – i più antichi, perché ce ne sono fino a 13.200 anni fa. Poiché non solo del tutto diversi dalle punte e altri strumenti della cultura Clovis (qui accanto, da Wikipedia), i ricercatori hanno pensato che i Clovis stessi fossero derivati da questi pre-Clovis, con alcune modifiche e miglioramenti nella struttura delle punte di freccia o altro. Qui c’è anche un’intervista al paleontologo Michael Waters della Texas A&M University.

 Questo articolo non fa che collegarsi ad altri in cui si dimostra che l’espansione della nostra specie (e non solo) al di fuori della culla africana è stata molto più veloce di quanto non si pensasse. Per esempio, nello stesso numero di Science si parla di strumenti litici ritrovati in India. Solo che risalgono a circa un milione e passa di anni fa, quando di Homo sapiens non c’era ovviamente traccia; sono stati creati infatti molto probabilmente da Homo erectus, che d’altronde era l’unica specie uscita dall’Africa al tempo. In India erano stati trovati altri reperti ascritti a Homo heidelbergensis (forse), ma questi ritrovamenti fanno piazza pulita di queste ipotesi. IndiaAllora, lo scenario in questo caso è che H. erectus sia uscito dall’Africa circa 1,5 milioni di anni fa e si sia diretto verso i tropici, mentre H. heidelbergensis sia uscito molto dopo e sia andato verso l’Europa e l’Asia occidentale. Qui accanto c’è lo schema temporale, tratto da un commento di Robin Dennell sempre su Science, di quanto può essere successo, basato solo sugli strumenti (Attirampakkan è il sito in India dove sono stati trovati gli artefatti).

Il primo articolo mette in discussione anche un’altra ipotesi, quella dell’estinzione dei grossi mammiferi nord americani in seguito all’attivo dei primi uomini, circa 13.000 anni fa. è la cosiddetta Pleistocene overkill hypothesis, per la quale molte specie di megafauna nordamericana si estinsero in seguito all’arrivo dei primi uomini, appunto i Clovis. Si potrebbe risolvere la questione dicendo che i preclovis si sono “evoluti” nei Clovis e hanno acquisito tecnologia che hanno permesso loro di far fuori quasi tutti i mammut, i lupi e i bisonti del Nord America, ma non so se è sufficiente. Anche qui, vedremo.

Pringle, H. (2011). Texas Site Confirms Pre-Clovis Settlement of the Americas Science, 331 (6024), 1512-1512 DOI: 10.1126/science.331.6024.1512 Dennell, R. (2011).

An Earlier Acheulian Arrival in South Asia Science, 331 (6024), 1532-1533 DOI: 10.1126/science.1203806

* Alcuni degli artefatti dell’orizzonte di 15.500 anni fa. Da Science. Image courtesy of Michael R. Waters

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21 marzo 2011

Due cosette - aggiornato***

La prima è l'ormai famosa "externatio Dematteorum", nove minuti di pura follia religiosa conditi da un implicito "se lo sono meritato". La seconda alcune voci di Wikipedia. Per la prima mi rifaccio a un post di un paio di giorni fa, che titolava "Un attimo, ragioniamo" (giuro, non accadrà più che mi citi, ma qui mi serve proprio). Quando Giovanni Boaga, su Fb, disse "Certo il convegno antievoluzionista organizzato da De Mattei qualche tempo fa è senz'altro un atto di maggiore impatto" ho ribattuto subito che questo mi sembrava peggio, per la follia che ne traspariva. Ma appunto, alt un attimo; quello che ha detto De Mattei sono interpretazioni non di singoli passi biblici, ma di quello che lui pensa sia il comportamento di un Dio che, nell'Antico testamento, ha - probabilmente - a volte usato un linguaggio di quel tipo nel giustificare il male del mondo. D'altronde, la discussione sulla teodicea è una delle più antiche (anche se il termine l'ha inventato Leibniz) e le giustificazioni dei religiosi a proposito della presenza del male nel mondo suonano molto come rumore unghiette sui vetri. Le frasi di De Mattei, pur nel loro apparente cinismo, ed è dire poco, si capiscono proprio all'interno di una tradizione che spiega tutto e il contrario di tutto. Molti, e chi sono io per smentirli?, dicono che nella Bibbia si possono trovare giustificazioni per i peggiori comportamenti umani, dallo schiavismo allo stupro (chiedetevi perché Dio ha fatto fuoco e fiamme per Sodoma e Gomorra). De Mattei ha spiegato la catastrofe secondo la sua visione del mondo, che usa i paraocchi e la macchina di Emmet "doc" Brown in maniera un po' particolare. Perché ci sono disastri e terremoti, perché ci sono morti innocenti accanto a colpevoli scampati , perché il suo dio può uccidere e salvare nello stesso tempo, senza smentirsi. Qualcuno è in grado di controbattere quello che dice il vicepres del Cnr? Dire che ha torto, dati alla mano? La domanda non è retorica, lo chiedo proprio perché non lo so.

L'altra cosetta riguarda Wikipedia. Basta andare a controllare le voci che riguardano Alexander von Humboldt, Lamarck e Darwin per scoprire che tutti e tre si sono laureati (Darwin si è solo diplomato) in periodi diversi, in scienze biologiche, in varie università. Ora, tutti sappiamo che il clima culturale in Italia per quel che riguarda le scienze, e in particolare quelle naturali e biologiche, è piuttosto sciatto, per usare un eufemismo, e ricco di pressappochismo. Ma addirittura correggere tre voci di importanti naturalisti per farli laureare in scienze biologiche mi sembra veramente da buffoni. E mi chiedo perché. Alcuni sposano la tesi (complottistica anzichenò) che lo si sia fatto per diminuire l'importanza delle scienze naturali rispetto a quelle biologiche***. Può darsi, ma le correzioni mi sembrano troppo grossolane per accreditare ai "correttori" quel minimo di neuroni necessari per architettare un qualche tipo di complotto - in poche parole, sono troppo stupidi. Allora potrebbe essere la volontà di far capire anche ai lettori dei giorni nostri che i tipi in questione erano interessati alle scienza della vita; ma allora perché non parlare di laurea in scienze naturali, che sono molto più attinenti di quelle biologiche (di oggi - qualche annetto fa anche i biologi studiavano ecologia)? Non c'è altra spiegazione che accusare dei minus habentes che pensano di fare i "fighi" e spiegare a tutti cosa facevano i tre in questione (meno male che Wallace non aveva i soldi per studiare) cercando di trasportarli ai giorni nostri; forse uno di loro, o uno solo se tutte le correzioni si devono a una sola mano, ha un cuggino che fa biologia e se ne è ricordato prima di correggere Wikipedia. E questo fa anche capire una cosa importante. A nessuno verrebbe in mente di correggere le voci di, che so, Einstein o Feynman; sono fisici, la fisica è complicata, lasciamo che su questo punto se la sbrighino fra di loro. Ma la biologia, o le scienze naturali, oh no. Sono roba da bambini: pesciolini, farfalline, lumachine, erbette e fior (cit.). Tutti possono parlarne, tutti ne sanno qualcosa. E allora ecco le modifiche alle voci dei padri fondatori, le sciatterie in molte voci di piante e animali (nella voce Irundinidi si parla di una leggenda più che delle specie), gli errori a non finire. Chi ne sa qualcosa se ne tiene lontano, perché vorrebbe dire entrare in una spirale senza fine di correzioni e controcorrezioni, discussioni e flame. Meglio lasciar stare, secondo me, e considerare Wikipedia una fonte sospetta, da controllare ogni volta. Specie per quel che riguarda le scienze naturali.

*** Una serie di ricerche di un amico lo ha portato, in maniera piuttosto convincente direi, a ipotizzare modifiche tutte di una stessa mano - o di mani simili. Sono persone (o persona) che in apparenza disprezzano le Scienze naturali come facoltà a sé e cerca di modificare tutto afferendo le materie sotto biologia. Che le scienze naturali non esistano all'estero può anche essere vero, ma che i tre signori di cui sopra siano laureati in biologia mi sembra decisamente azzardato. Insomma, anche Wikipedia (italiana) si dimostra facilmente vandalizzabile, il controllo delle fonti niente affatto facile e l'attenzione alla materia per niente elevata. Qed.

L'ultima uscita dell'ineffabile

L'ineffabile vicepres del Cnr, Roberto De Mattei, se n'è uscito con altre dichiarazioni che definire offensive è poco. Ecco alcune frasi tratte da un suo intervento a Radio Maria (!):

1 "Ci basta la sicurezza che le catastrofi possano essere e sono esigenza della giustizia divina".

2 "Dio si serve delle grandi catastrofi per raggiungere un fine alto della sua giustizia".

3 "Dio non può fare che il terremoto colpisca il colpevole e salvi l'innocente. E' chiaro che talvolta salva l'innocente con un miracolo, ma non è obbligato".

4 "Misura i giorni dell'uomo sulla terra e stabilisce l'ora della morte".

5 "Il colpevole, quindi, si trova nella stessa condizione dell'innocente. [la sua morte] è l'esecuzione di un decreto di colui che è padrone della vita e della morte. Perché meravigliarsi quando vediamo fanciulli innocenti morire sotto le macerie?"

e gran finale...

6 "Il terremoto è un battesimo di sofferenza che ha purificato la loro anima perché Dio le ha voluto risparmiare un triste avvenire".

Il che mi fa ricorda tutte le occasioni in cui ho parlato del signore in questione. Non per citarmi, ancora, ma per ricordare al colto e all'inclita chi è il tipino che vicepresiede il maggior ente nazionale di ricerca di bungabungaland.

Qui credo sia la prima comparsa dell'ineffabile sul Corriere.
Qui si parla di un articolo su Science.
Qui ci sono alcuni articoli di Radici cristiane.
Qui la presentazione di un convegno antievoluzionista.
Qui De Mattei parla, senza capire un acca, del libro di F&PP

Dobbiamo ancora concedere una minima credenza a questo individuo?
Certo, risponde la Gelmini, la concedete a me, perché non a lui?

20 marzo 2011

Il logo della biodiversità

Il Carnevale della Biodiversità sta diventando per noi del gruppo coordinatore un evento sempre più importante e vorremmo che i contributi che vengono via via scritti per queste occasioni siano facili da ricordare e soprattutto da individuare.

Abbiamo così pensato a un logo, un piccolo simbolo che associ i post al Carnevale in modo grafico e facilmente riconoscibile, e che sia quindi un carattere distintivo del Carnevale della Biodiversità.

Abbiamo quindi chiesto una mano alla bravissima Rachel Barnacle, grafico professionista, che ha creato per noi questo simbolo:



A Rachel vanno i nostri ringraziamenti ufficiali e i complimenti per il lavoro eseguito: noi lo troviamo bello, lineare ed efficace e speriamo che piaccia anche a voi.

19 marzo 2011

Prepariamoci al carnevale

woods1HRResearchBlogging.orgIl polverone radioattivo (metaforico e, purtroppo per i giapponesi, reale) non si è ancora deposto, e seguire le polemiche è molto complicato, considerando il fatto che non ho mai espresso il mio parere sul nucleare in sé, ma solo sull’approccio di comunicazione o addirittura sull’aspetto psicologico e sociologico dell’accettazione o meno delle fonti di energia. Segnalo solo due voci contrarie (qui e qui: il primo risale a un paio d’anni fa, ma credo che il ragionamento valga anche ora, il secondo è chiarissimo) e una favorevole, questa (pagato dai nuclearisti, non è che sia particolarmente obiettivo). Non ho trovato, sicuramente per carenza mia, un articolo che possa mettersi alla pari dei contrari quanto a chiarezza ed esposizione, oltre che USO, delle fonti. Ci vediamo fra qualche giorno.

Per adesso, come da illustrazione all’inizio pezzo*, preferisco dire due parole sui batteri e l’evoluzione. Voi dite, la solita storia dei batteri che evolvono la resistenza agli antibiotici per dimostrare che Darwin aveva ragione. No questa volta il tutto è un po’ più complesso, e l’articolo apparso su Science dice che è meglio andare lenti che veloci, cioè che Zenone non aveva tutti i torti. Fuor di metafora, l’esperimento ha seguito quattro cloni di batteri che facevano parte di un esperimento a lungo termine e ne ha comparato la fitness. Che si è dimostrata, come spesso accade, controintuitiva. È cioè accaduto che due coppie di cloni che avrebbero alla fine dell’esperimento “preso possesso” (take over) della popolazione avevano all’inizio una fitness inferiore a quella degli altri due che invece dominarono le prime fasi delle colture. Le due coppie di popolazioni clonali (che gli sperimentatori hanno chiamato EL e EW, L sta per loser e W per winner) differivano infatti di circa un 6% a favore sciencedegli L. Come si spiegano i ricercatori la dominazione finale dei più deboli? Con un concetto non nuovissimo ma neppure del tutto chiaro, cioè quello di evolvabilità. Che, secondo sempre gli autori, è:

Evolutionary potential, or evolvability, can be operationally defined as the expected degree to which a lineage beginning from a particular genotype will increase in fitness after evolving for a certain time in a particular environment

e tutto ciò:

reflects a complex probabilistic integration of accessible paths in the fitness landscape influenced bymutation rates, population structure, and epistatic interactions between mutations.

Diciamo la verità, non è del tutto comprensibile, come dimostra anche questo dotto saggio (pdf). Ma che nelle nebbie della definizione ci sia più di un pizzico di verità è indubbio. E la verità dice che anche se la struttura genica e genetica è importante, sono altrettanto se non di più fondamentali le interazioni fra gli elementi stessi. O che il tasso di mutazione elevato corrisponde a una maggiore potenziale evolutivo. O ancora che ci possono essere casi di epistasi negative, di interazioni che rallentano l’azione di alcuni geni in favore di altri (è il caso di questi batteri), solo quando questi geni si ritrovano insieme.

È ovvio che quello che vale per i batteri vale anche per gli altri esseri viventi, e che quindi il concetto di potenziale evolutivo potrebbe essere applicato anche ai Metazoi, e quindi anche alla nostra specie; anche se il tutto è complicato dallo scambio genico dovuto al sesso. E che lo studio dei singoli geni, adesso che sono facilmente mappabili, non è più sufficiente per capire cosa accade nei lunghi tempi dell’evoluzione; è necessario sapere come interagiscono. È però indebito fare un’illazione in base a questo esperimento: che cioè l’evoluzione “veda” avanti, e metta a disposizione di alcuni ceppi (in questo caso)  o di popolazioni mittiche (nel caso di Metazoi) mutazioni che si combinano alla perfezione con mutazioni precedenti per aumentare la fitness di “alcuni” ceppi. Come tutti sanno, le mutazioni sono casuali, e anche i fenomeni di epistasi si generano solo perché alcune mutazioni si sono presentate (casualmente) in ceppi dotati di altre mutazioni che ben si attagliano alle prime. Nessuna predestinazione, quindi, nessuna convergenza alla Conway-Morris. Solo e sempre evoluzione per selezione naturale. Magari di secondo ordine, come dice il titolo (evoluzione dell’evolvabilità) ma sempre quella è.

Woods, R., Barrick, J., Cooper, T., Shrestha, U., Kauth, M., & Lenski, R. (2011). Second-Order Selection for Evolvability in a Large Escherichia coli Population Science, 331 (6023), 1433-1436 DOI: 10.1126/science.1198914

* Petri dishes containing colonies of two strains of E. coli bacteria that can be tracked by their different colors. By watching the change over time in the relative abundance of the two types, credit: Brian Baer

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18 marzo 2011

Un attimo, ragioniamo

Fukushima-1 nuclear power plantPotrebbe essere, ma probabilmente non sarà, un cambiamento epocale delle nostre prospettive energetiche. Quello che sta accadendo adesso in Giappone è, al di là del disastro in sé e delle conseguenze per la popolazione (che secondo alcuni se l’è meritato perché è troppo greedy – avida), è servito più a scoperchiare la psicologia della specie uomo che a chiarire cosa fare nel futuro. È ovvio che le analisi che si sentono in giro (e anche la mia, ovviamente) sono più nel campo della folk psychology che della corretta sociologia, ma in fondo questo è un blog, come ripeto spesso. E le osservazioni che faccio non hanno una logica da articolo di giornale, da editoriale, un po’ come quelli di Boncinelli o di Veronesi (entrambi fieri sostenitori dell’atomo), o di Odifreddi, altrettanto fiero oppositore.

Il punto più importante, che avrà bisogno di ben altro sviluppo, è quello dell’emotività. “Non lasciamoci prendere dall’emotività”, “Non lasciamo che l’emotività fermi il progresso” cantano gli “atomisti” – Democrito non c’entra – (salvo ricredersi due minuti dopo, quando i sondaggi dicono che con il nucleare perdi le elezioni). È una strana equazione quella che compara l’opposizione a tecnologie “nuove” a emotività, arretratezza di pensiero e poca comprensione, e l’appoggio alle tecnologie avanzate e scienza “dura” alla razionalità e quindi al retto pensiero e alla corretta interpretazione del mondo. Nel link sopra, Veronesi dice “Sul nucleare si sceglie con la testa e non con la pancia”. Chi si oppone a qualsiasi tecnologia nuova o relativamente complessa è un emotivo, uno non al passo coi tempi, un arretrato se non un luddista; è uno che ci vuole riportare nelle caverne al lume di candela. Insomma, un troglodita che davanti al fuoco si ritira pensando a un dio o a un miracolo (come coloro che accolsero Prometeo con la faccia storta, fondamentalmente). Questo vale, per esempio, per il nucleare, ma anche per gli Ogm o altre tecnologie. Non sto dicendo che nucleare e Ogm siano sicuramente “il male” (non lo sono, specie i secondi), ma dico che accusare gli oppositori di giudizio corto e in fondo di stupidità mi sembra tagliare il discorso per mancanza di argomenti. Se io mi presentassi con argomentazioni inoppugnabili (che esistono), per dimostrare come il nucleare non sia economico, e che il rischio non vale la candela (arieccola…), cosa farebbero gli atomisti? Si ribellerebbero e comincerebbero a urlare all’emotività, o affronterebbero il tutto con un’analisi scientifica? Chi è l’emotivo adesso? Anche perché, specie per il nucleare, la situazione è esattamente opposta. Lo sfruttamento dell’atomo è una tecnologia che risale almeno agli anni ‘50 del secolo scorso, quindi non proprio di primissimo pelo; le tecnologie che vi si oppongono, anche filosoficamente, sono molto ma molto più nuove. Il fotovoltaico (che deve la sua nascita a dire la verità a Einstein) è ancora una tecnologia in pieno sviluppo, che potrebbe avere da un giorno all’altro una vera esplosione. La generazione di idrogeno con la cosiddetta “fotosintesi artificiale” vede una scoperta un giorno sì e l’altro pure. Il solare a condensazione non ha ancora dato. smartgridLe tecnologie da  rete ”intelligente” sono molto promettenti, specie nel campo della programmazione dei consumi e del risparmio. Se facciamo al contrario l’esempio del nucleare a fusione (qualcuno sa quanti sono i miliardi di euro spesi per un pugno di atomi che non vogliono stare insieme?) è anch’essa una tecnologia (relativamente) nuova, promettente, dicono alcuni, ma che a differenza del fotovoltaico, dell’eolico e di altre fonti decisamente rinnovabili gode di un’ottima stampa e sopravvive solo con iniezioni continue di denaro – pubblico, per altro. (Per tornare al discorso dell’emotività, l’equazione razionalità=nuova tecnologia vale, guarda caso, solo per le tecnologie in cui è possibile iniettare milioni e milioni di euro o dollari e assegnarli a poche persone – poche in confronto alle centinaia di laboratori che stanno studiando il fotovoltaico o il solare a condensazione. Il flusso monetario nel primo caso è molto più controllabile e si possono fare molti più favori agli amici, ma questa è un’altra storia). Se voglio essere altrettanto tranchant, potrei dire che chi si butta a pesce su ogni nuova tecnologia, basta che sia grande e complessa, è molto più emotivo di coloro che vogliono fermarsi e vedere quali possano esserne le conseguenze, e che tendono a favorire tecnologie più “facili”, morbide e di minore impatto. Altra considerazione “emotiva”: i governativi hanno detto che si prosegue poi, quando si sono accorti della scelta impopolare, hanno detto che ci si ferma (salvo rimangiarsi tutto in commissione). Ma se il nucleare è buono e giusto, lo è sempre, anche quando succedono gli incidenti, anche quando sono gravissimi. Una tecnologia la si giudica quando funziona, non quando si rompe (ma vedi sotto per “scoprire” cosa si è rotto). Direste che la vostra automobile è una ciofeca solo perché siete andati a sbattere? È quello che fanno romani e la presty.

Poi c’è un secondo punto, altrettanto aprioristico. Tutti sostenitori dell’atomo danno per scontato che non ci sia altra via per produrre energia elettrica sufficiente. E quindi hanno messo da parte, senza neppur esaminarle, tecnologie molto più avanzate, ma che prese singolarmente producono molta meno energia/centrale. Qui ci vedo, ancora, un atteggiamento da bambini; presi dalla meraviglia per il nuovo giocattolo più grosso di quello di prima, ne vogliono ancora di più, sempre più grossi e complessi (e sempre più costosi). L’equazione qua dice che la complessità è il bene, e la semplicità il male, o almeno non è da considerare, perché tanto “non ce la fa”. Come ho scritto anche un paio di post fa, alcuni studi stanno prendendo invece in considerazione la possibilità di generare tutta l’energia da fonti rinnovabili (vento, fotovoltaico, condensazione, maree, correnti eccetera). Non sto dicendo che abbiano ragione, perché assieme a queste ci vorrebbe anche una robusta dose di risparmio e una rete un po’ meno stupida di quella di adesso, ma che i calcoli fatti sono almeno degni di essere letti. Boncinelli e Veronesi secondo me non sanno neppure che questi studi esistano; non parliamo della Presty, che non sa neppure di essere viva. Vogliamo avere un approccio razionale (ecco che torna) a queste proposte, e prenderle in considerazione prima di scartarle?

Terzo punto, che non è affatto collegato agli altri. Dopo le esplosioni nelle centrali di Fukushima, tutti i governativi si sono precipitati a dire che da noi non può succedere, che terremoti e tsunami sono roba da oceano Pacifico, che l’Italia è sì sismica, ma non quanto il Giappone eccetera. A parte il fatto che questo ultima fatto non è vero, vi siete mai fermati a considerare cosa è successo veramente? Cosa si è guastato? La centrale in sé, infatti, ha funzionato alla perfezione – se si è fermata quando ha sentito un terremoto molto forte: non so a quanto erano tarati i sensori, ma poiché le centrali erano progettate per resistere a 7 Richter (ma vedi qui per una spiegazione migliore) probabilmente i sensori erano tarati poco più in là. Esattamente quanto alcuni terremoti che hanno colpito l’Italia nei secoli. Ebbene, se la centrale ha funzionato, quello che si è guastato è il sistema di raffreddamento, costituita da pompe elettriche o diesel. Nuove tecnologie? Non mi pare. Sono strumenti vecchi che possono essere fermati da blackout, alluvioni, frane o mancanza di collegamenti. Se da noi gli tsunami non ci sono, delle altre evenienze geologiche ne abbiamo ad abundantiam. Ci fidiamo?

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Carnevale della Biodiversità: III Edizione

Dopo il grande e modestamente inatteso successo della seconda edizione del Carnevale della Biodiversità la macchina si rimette in moto per avviarci tutti verso la terza edizione che ci auguriamo sarà ancora più interessante e più ricca di post, grazie al contributo di voi tutti.

L'ospite di turno del carnevale questa volta sarà il padre dell'idea di questa iniziativa, Livio Leoni sul suo blog Mahengechromis, quindi ci toccherà lavorare sodo vista l'occasione.

La data di pubblicazione sarà il

12 Aprile

e l'argomento su cui graviteranno i post di questa edizione è particolarmente curioso e siamo sicuri che solleticherà la vostra curiosità e fantasia:

"Le dimensioni contano”

Visto che I blogger che ci chiedono di aderire sono sempre più numerosi, questa volta non vi anticipiamo l'elenco dei partecipanti in modo da lasciare una porta aperta ai ritardatari: se vi va di partecipare scriveteci!

13 marzo 2011

Dance macabre

Color photograph of the Three Mile Island nucl...

Image via Wikipedia

Visto i miei fantasmi giovanili, potrà sembrare strano quello che scrivo. Cioè che non credo che l’esplosione alla centrale nucleare giapponese di Fukushima I e i danni ad altre centrali abbia o debba costituire, in sé, una campana a morte per il nucleare. Certo, sarà necessario ripensare a come impostare la fornitura di energia, per una serie di ragioni, ma l’incidente in sé non mi sembra poi gravissimo (anche se la situazione si evolve di ora in ora e magari quando esce questo post ci sono già alcune vittime). Non è Chernobyl, e probabilmente non è neppure Three Mile Island (qui sopra). Ma su questo vedremo in futuro. I ragionamenti sono altri; il costo del nucleare negli ultimi anni è andato aumentando soprattutto per rimediare ai problemi della sicurezza. Ogni incidente che capitava, e ne sono successi parecchi, per senza un numero enorme di vittime (Chernobyl a parte, ma lì è un caso particolare), l’industria era tenuta a sovrapporre ai progetti originari altre strutture che mettessero in sicurezza i progetti futuri. E le strutture accessorie costano, e fanno lievitare ulteriormente il costo finale della centrale. Per non parlare delle assicurazioni; già nel 1957, una legge degli Stati Uniti limitava il prezzo che il “proprietario” della centrale doveva pagare nel caso di incidente. Ecco la descrizione di Wikipedia:

The main purpose of the Act is to partially indemnify the nuclear industry against liability claims arising from nuclear incidents while still ensuring compensation coverage for the general public.

A ogni incidente, il prezzo da pagare alle assicurazioni aumenta, e anche Obama, quando ha “incentivato” la costruzione delle centrali nucleari, non è intervenuto sul costo in sé, ma sui fondi della legge Price-Anderson. Ciò significa che il costo che sale è quello accessorio, non quello della centrale in sé. Ma c’è un altro fatto, secondo me altrettanto importante, che dovrebbe far pensare  i sostenitori “logici” del nucleare (quelli ottusi, i chicchitesti o addirittura i cicchitti, non hanno speranza). Cioè il fatto che, bene o male, qualcosa può succedere a una centrale; anche se sono episodi rarissimi – come questo – non hanno probabilità 0. E quando succedono, tagliano fuori una percentuale non nulla della fornitura di energia; in Giappone, infatti, il 30% dell’elettricità è di origine nucleare e il 10% di questo proviene dai reattori di Fukushima. 3% non sembra ‘sto gran che, ma non è un numero basso, visto che a Fukushima  anche altri reattori si sono fermati a causa dello tsunami e del terremoto (quello che ha subito l’indicente è solo da 460 Mw, ma il ragionamento non cambia). E infatti il primo ministro del Giappone ha già detto che ci saranno black out per molto tempo. Una delle critiche più forti al nucleare (che risale ai fantasmi giovanili dell’inizio del pezzo) è che, strutturata in questo modo, la rete di produzione e distribuzione dell’energia elettrica è molto vulnerabile. Se si ferma un impianto o due, l’elettricità ha problemi a ridistribuirsi in maniera fluida, anche se la produzione sarebbe forse sufficiente. In breve, impianti di questo tipo sono sicuri ma vulnerabili (non esce niente in caso di incidente, ma non producono più). L’obiezione dei chicchitesti (al di là del fatto che “in Italia queste cose non succedono”, e non capisco come faccia a restare serio dopo un’affermazione come questa, considerando che i lavori li danno in mano alla mafia) è che è l’unico modo di produrre energia nella “quantità” necessaria per fare andare avanti la civiltà come la conosciamo. Purtroppo i chicchitesti e i cicchitti non sono capaci di leggere. Altrimenti suggerirei loro un paio di documenti che li potrebbe far pensare: entrambi sono pdf raggiungibili da chiunque abbia un computer connesso a Internet (chiccotesta forse, cicchitto no). Il primo è The Energy Report del Wwf (non fate quei sorrisini, chicchitesti, leggetelo prima) che:

breaks new ground in the energy debate: a possible system in which ALL of the world’s energy supply is provided by renewable and sustainable sources by mid-century.

Non vi va bene perché è di un’associazione ambientalista? Allora leggete questo:
A Plan to Power 100 Percent of the Planet with Renewables. È uno studio di Jacobson e Delucchi e
qui (pdf) c’è anche lo studio originale, uscito su Energy Policy alla fine dello scorso anno. Ci sono i dati, i conti (poche formule), le prospettive. E una frase che rappresenta il sunto di tutto il dibattito sull’energia di adesso:

Shortages of a few specialty materials, along with lack of political will, loom as the greatest obstacles.

Dite che non volete farlo, non che non si può.

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11 marzo 2011

With a little help from my friends

ResearchBlogging.org

Purtroppo Sgt. Pepper non c’entra; il soggetto è la cooperazione animale, un tema complesso e difficile da districare. Perché già l’espressione sembra un ossimoro: come fanno gli animali a cooperare, non è forse vero che solo gli uomini sono in grado di…, ci vuole un’intelligenza superiore eccetera eccetera. Eppure quello che è uscito qualche giorno fa sui Proceedings of the National Academy of Sciences, dimostra che anche gli elefanti (quelli asiatici, Elephas maximus) sono perfettamente in grado di coordinare le zioni secondo un obiettivo da raggiungere. Il tutto è racchiuso in questo video, tratto da Wired e pubblicato peraltro un po’ ovunque:

Il tutto è abbastanza semplice. Gli elefanti devono tirare la corda contemporaneamente perché altrimenti si sfila dalla tavola e loro non riescono ad arrivare al cibo. Ovvio che prima dell'esperimento il loro mahout li ha addestrati, ma in apparenza ci hanno messo abbastanza poco a afferrare il concetto, e sono in grado di applicarli a situazioni nuove. Per esempio se uno arriva prima non tenta neanche di tirare la corda, perché sa che senza l'altro va a finire che non mangia: il tavolo infatti non si sposta. Non solo, ma se una delle corde non è raggiungibile anche l'altro elefante non tenta neppure di afferrare quella che può raggiungere, perché sarebbe inutile. Sembra infine che una femmina particolarmente furba abbia capito che basta mettere un piede sulla corda e farla tirare al compare che il risultato è uguale (hanno dovuto escluderla dai successivi esperimenti).

L'elefante indiano rientra quindi nel novero delle specie che sono in grado di cooperare e in parte programmare il proprio comportamento – aspettare infatti non fa parte del repertorio comportamentale di molte specie. Alcune obiezioni sono naturali; potrebbero essere elefanti abituati all'uomo, e lo sono, perché sono domestici: ma hanno dovuto imparare a trascinare la corda, e questo dimostra che non erano abituati a quel tipo di compito. Su Fb mi hanno fatto notare che non si può dire (come ha detto l'autore del lavoro Joshua Plotnik) che gli elefanti siano più intelligenti delle scimmie – immagino antropomorfe – perché potrebbe essere una questione di scimmie stupide ed elefanti brillanti; può darsi, ma gli esperimenti con gli scimpanzé sono stati parecchi, e gli elefanti dell'esperimento erano 12, non 2. Però l'obiezione mi ha fatto pensare che prima o poi dovrò affrontare il problema della personalità negli animali: nel senso che non tutti sono uguali, e alcuni sono più intelligenti di altri (come negli uomini, credo). C'è poi un altro punto importante: questo tipo di intelligenza, chiamiamola cooperativa, sembra a un primo esame non seguire affatto un habitus mentale che ci siamo fatti, quello della "tassonomia dell'intelligenza". Cioè il fatto che gli animali superiori sono più intelligenti degli inferiori. Ho messo in corsivo gli aggettivi perché tutti sanno benissimo che non ci sono ragioni per usarli, ma che molti li utilizzano ancora come shortcut per animali intelligenti e altri meno. E quelli intelligenti lo sarebbero solo se sono vicini all'uomo; cioè scimmie antropomorfe, altre scimmie, cani, gatti e animali domestici. Le cose non stanno così però, perché come dice Plotnik non sempre la "scala dell'intelligenza" e qui della cooperazione segue (quella che noi pensiamo sia la scala lineare) della tassonomia. E infatti i casi di altri animali che sono in grado di cooperare sono un po' sparsi tra le specie: cooperano infatti i corvi (Corvus frugilegus) come qui sotto,scimmie cappuccine e una specie inattesa, la iena macchiata (Crocuta crocuta). Queste ultime sembra siano (ancora!) più veloci degli scimpanzé ad apprendere come tirare una corda per raggiungere il cibo (come si vede qui sotto). Per questa specie avrei qualche dubbio, anche se la consultazione dell'articolo di Christine Drea sulla complessità sociale potrebbe risolvere i problemi (appena arriva correggo il post). I dubbi discendono dal fatto che, secondo quello che si può vedere in ogni documentario, l'atto di tirare e strappare insieme è piuttosto connaturato al comportamento delle iene (una volta si diceva che faceva parte del loro etogramma). Gli esperimenti risalgono a qualche anno fa (2009) e l’autrice, a detta di un articolo consultato, ha avuto difficoltà a pubblicare il lavoro (che però poi è uscito su Animal behaviour, non sul bollettino della parrocchia) perché dimostrava un fatto che non rientrava nella visione del mondo dei referee di allora. Potrebbe essere una leggenda urbana, non ho ancora avuto tempo di controllare, ma se non è vera è ben trovata.

Per concludere, può darsi benissimo che le intelligenze siano tante, ma è altrettanto vero che sono distribuite secondo necessità, non secondo tassonomia. Gli animali più in grado di cooperare sono quelli che hanno sviluppato la cooperazione perché ne avevano “bisogno”. Per esempio sono cacciatori, come le iene, oppure come i corvi vivono in società complesse e in cui la sopravvivenza di ognuno dipende anche da quella degli altri. Gli elefanti, infine, come dice Plotnik:

often act as allomothers toward each other’s calves, assist distressed or immobilized family members by pulling or pushing them out of prostrate or otherwise dangerous positions, and form close, multi-individual coalitions to protect calves against predation. In addition, elephants are natural problem solvers and use their trunks to carefully and methodically manipulate objects.

Tutti comportamenti altamente sociali in cui la presenza degli altri e la cooperazione sono requisiti indispensabili. Magari gli elefanti o altre specie sociali hanno ben poca intelligenza motoria (non lo so, invento) perché quel particolare tratto non è del tutto utile. Concludo allora con le parole di Josh Plotkin: Through convergent evolution, elephants may have reached a cooperative skill level on a par with that of chimpanzees.
L’ennesima dimostrazione che l’evoluzione è un processo a mosaico, e che alcuni tratti sono più complessi in alcune specie, più semplici in altre. E che non tutta la struttura” della specie procede sicura verso l’avvenire…

Plotnik, J., Lair, R., Suphachoksahakun, W., & de Waal, F. (2011). Elephants know when they need a helping trunk in a cooperative task Proceedings of the National Academy of Sciences DOI: 10.1073/pnas.1101765108
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05 marzo 2011

A capofitto verso le estinzioni

Passenger Pigeon, Ectopistes migratorius, male...

Image via Wikipedia

ResearchBlogging.orgSu Nature è uscito un bell’articolo che articolo dimostra molte cose, sia dal punto di vista della gravità della situazione sia da quello della comunicazione. Il suo titolo è significativo:
Has the Earth’s sixth mass extinction already arrived? Va sotto il nome di review, cioè di revisione di altri articoli, con contributi di solito limitati a discussione e rielaborazione di quello che già accade; qui la rielaborazione è piuttosto ampia e profonda. Gli autori hanno voluto vedere se la tanta strombazzata Sesta estinzione (il link è a un articolo del 2005 di Niles Eldredge) fosse vera o fosse solo un allarme dei soli ambientalisti. I conti NON sono presto fatti. L’articolo è infatti estremamente interessante, ma credo che sia quanto di più lontano ci sia da una notizia giornalistica. Ecco perché: dopo un’analisi delle precedenti cinque estinzioni, sia dal punto di vista della gravità sia da quello delle cause, gli autori arrivano a un consenso per quella che potrebbe essere la definizione di Grande estinzione: la scomparsa di almeno il 75% delle specie in un periodo geologicamente breve, di solito 2 milioni di anni o meno. Partendo da questo si calcola il valore di estinzioni per milioni di specie-anno (E/MSY) e si estrapola questo per il prossimo milione di anni. Non tutto è così facile, ovviamente, perché ci sono buchi nel record fossile, i concetti di specie non sono gli stessi (in concetto di specie biologica e paleospecie non sono la stessa cosa, e a volte succede che la paleospecie sia assimilata al genere) e spesso non è possibile datare le estinzioni con precisione necessaria. Se si restringono gli intervalli di tempo, così, ci sono tassi di estinzioni estremamente elevati, o molto bassi. Insomma, mettere insieme i valori si è dimostrato piuttosto problematico ma pur con tutti questi punti le conclusioni sono abbastanza forti: le estinzioni di molti cladi vanno su e giù, ma non sono del tutto comparabili con quelli delle “vere” cinque estinzioni; per ora. Il pensiero è consolante, se non ci fosse un’analisi un po’ più approfondita che riguarda i tassi (non Meles meles, gli altri) e dice:

Current extinction rates for mammals, amphibians, birds, and reptiles , if calculated over the last 500 years (a conservatively slow rate) are faster than (birds, mammals, amphibians, which have 100% of species assessed) or as fast as (reptiles, uncertain because only 19% of species are assessed) all rates that would have produced the Big Five extinctions over hundreds of thousands or millions of years.

Questo perché l’articolo prende in esame non solo le specie che sono realmente estinte, ma anche quelle che nella classificazione dell’Iucn sono definite Critically
endangered
e Threatened (critico e minacciato – a sua volta questa categoria ne comprende altre). In breve, se le estinzioni procedono con il tasso di oggi e si estinguono anche le specie che oggi sono ancora vive ma considerata minacciate, il tasso di estinzioni si avvicina moltissimo a quello degli altri cinque grandi episodi (nell’immagine sotto, si vede come il tasso di estinzione adesso sia decisamente inferiore a quello delle Cinque estinzioni precedenti). In breve: However, rates that consider ‘threatened’ species as inevitably extinct are almost as fast as the 500-year Big Five rates. Therefore, at least as judged using these vertebrate taxa, losing threatened species would signal a mass extinction nearly on par with the Big Five. È un modo come un altro per dire che impatto dell’uomo sul pianeta non si riduce solo a contare le specie estinte, ma anche e per me soprattutto, a calcolare quanto spazio e risorse la nostra specie abbia mangiato alle altre e di quanto abbia ridotto la loro popolazione. naturextinction

Gli autori danno anche un tempo perché il “nostro” tasso di estinzione si avvicini a quello degli altri episodi se scomparissero le specie definite critiche; per gli anfibi sarebbe 890 anni, 2265 per gli uccelli e 1519 per i mammiferi. Tempi decisamente poco geologici, e rapidissimi. Che sarebbero ancora più rapidi se scomparissero anche le specie minacciate. Da questo punto di vista il quadro non è certo positivo, insomma. Perché allora una notizia del genere non è apparsa su tutti i giornali, anche e persino su quelli italiani? Perché, in poche parole, l’articolo è difficile da capire. Vi hanno contribuito, come dice anche questo post su Panda’s thumb, un numero incredibile di esperti, e per questo il linguaggio è ben lontano dalla paleontologia pura e semplice, all’antica. Ci sono complesse elucubrazioni di statistica, di tassi e di comparazioni, intercalate da considerazioni di biologia evoluzionistica, ecologia e ovviamente paleontologia. Se lo si guarda dal punto di vista scientifico, l’articolo è un capolavoro, perché contiene parecchi spunti di discussioni, revisioni di punti critici e sarà senz’altro citato da molti; anche la letteratura citata è ricchissima e molto utile, così come la chiarezza sulle Grandi estinzioni e i parametri usati per classificarle. Il problema è che le perle sono racchiuse in frasi come questa:

To maintain that million-year average, there could be no more than 6.3% of 500-year bins per million years (126 out of a possible 2,000) with an extinction rate as high as that observed over the past 500 years (80 extinct of 5,570 species living in 500 years). Million-year extinction rates calculated by others, using different techniques, are slower: 0.4 extinctions per lineage per million years (a lineage in this context is roughly equivalent to a species)35. To maintain that slower million-year average, there could be no more than 1.4% (28 intervals) of the 500-year intervals per million years having an extinction rate as high as the current 500-year rate.

Anche gli esperti secondo me devono ragionarci un po’ e io certo non posso dire di averla capita in pieno, se non nel contesto. È un errore? Fino a qualche anno secondo me non lo era: c’era una catena di interpretazione che portava, quando lo faceva, dall’articolo alla notizia attraverso un processo relativamente lento ma sicuro. Adesso il corto circuito indotto dalla presenza di blog e tweet (e altro) dovrebbe spingere gli autori a essere più chiari, specie nelle riviste che non spingono sulla specializzazione spinta (e Nature è una di queste). Insomma, pur apprezzando moltissimo gli autori e comprendendo perché queste cose accadono (concisione, precisione, linguaggio scientifico, publish or perish eccetera), credo che gli scienziati e le riviste d’ora in poi debbano anche guardare alla comunicazione un po’ più “bassa”, e non solo all’estrema concisione, senza perdere in precisione. Specie negli articoli che possono e debbono avere un grosso impatto sulla pubblica opinione. In fondo il messaggio è “non siamo dentro la Sesta estinzione, ma se non smettiamo di mangiarci la Terra, lo saremo in breve”.

 

Barnosky, A., Matzke, N., Tomiya, S., Wogan, G., Swartz, B., Quental, T., Marshall, C., McGuire, J., Lindsey, E., Maguire, K., Mersey, B., & Ferrer, E. (2011). Has the Earth’s sixth mass extinction already arrived? Nature, 471 (7336), 51-57 DOI: 10.1038/nature09678

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Parerga e paralipomena

No, Schopenhauer non c’entra. A quanto ho capito, il titolo vuol solo dire “digressioni e cose omesse”. Catturato dal turbine della discussione sulla comunicazione e giornalismo, mi sono scordato che quello che mi piace di più è curiosare nei giornali scientifici e fare quel po’ di divulgazione che serve, a me più che a gli altri. E allora, curiosando, ho scoperto alcune notiziole che potrebbero essere interessanti.

La prima riguarda le conseguenze del riscaldamento globale, e mi è stata “ispirata” da questa discussione sul Chimico impertinente. In essa, il fisico Freeman Dyson dubitava, fra le altre cose, della validità dei modelli climatici per spiegare quanto accade sulla Terra. Ma, mi sono detto anche se non da ora, i modelli sono solo una parte delle “prove” del riscaldamento globale; ci sono ben altri dati a favore della teoria. Per esempio l’innalzamento del livello del mare, l’acidificazione degli oceani, lo spostamento delle stagioni di migrazione e schiusa e altro. 110303111624-large_thumb4Questo articolo cade a fagiolo; alcuni ricercatori americani e olandesi hanno scoperto che il numero di pori delle piante è andato diminuendo da anni a questa parte. Hanno confrontato foglie prese da erbari con altre di adesso, e hanno scoperto che il numero e in parte anche la dimensione dei pori sono diminuiti del 34 per cento in media (vedi foto accanto, Credit: Emmy Lammertsma). Questo perché i pori hanno la doppia funzione di far entrare l’aria e quindi la CO2 e di far uscire l’acqua per traspirazione, che ha parecchie funzioni, tra cui il raffreddamento e il “trascinamento” dell’acqua dalle radici. Se la CO2 aumenta, non c’è bisogno di pori di grosse dimensioni, ma ne bastano di meno, e più piccoli. Questa modifica cambia la traspirazione, per cui:

"The carbon cycle is important, but so is the water cycle," Dilcher said. "If transpiration decreases, there may be more moisture in the ground at first, but if there's less rainfall that may mean there's less moisture in ground eventually. This is part of the hyrdrogeologic cycle. Land plants are a crucially important part of it."

Se le cose procedono così per quanto riguarda l’anidride carbonica, significa anche che l’intero ciclo dell’acqua sarà modificata. Pensate solo alle conseguenze per la foresta tropicale, che si mantiene praticamente da sola per quanto riguarda le piagge. Un altro studio, di un ecologo americano, ha scoperto che una piccola rete trofica (pianta, cavalletta, ragno) che teoricamente dovrebbe essere modificata dall’aumento di temperatura, lo è solo in parte perché il ragno – che se fa troppo caldo non caccia più – quando è sottoposto a cambiamenti più lenti si adatta e esce a caccia delle cavallette anche in condizioni che per lui sarebbero normalmente proibitive. Ciò non significa che tutto rimarrà come prima nonostante i riscaldamento globale, ma che alcune specie saranno in grado di adattarsi meglio di altre, dalle preferenze più ristrette (stenoecie).

Sempre parlando di animali, si è scoperto che, contrariamente a quanto si pensava fino a qualche tempo fa, i lupi sono capaci di seguire lo sguardo. Lo so, per voi è normale, ma da molti questo comportamento è visto come un sintomo di intelligenza “superiore”, perché “is considered a key step towards an understanding of others mental states like attention and intention”. Altri animali, quando voi volgete la testa da un’altra parte, seguono il movimento del capo e non guardano lontano. Gli animali (che erano lupi selvatici allevati dall’uomo) erano in grado si seguire lo sguardo anche se erano dietro una barriera, spostandosi per capire cosa c’era di così interessante da vedere. Quello che differenzia i lupi da altri animali è che smettono di seguire lo sguardo se non c’è niente di interessante da vedere.

C’è infine un interessante articolo che delinea la regola del 10% per quanto riguarda le specie aliene. In breve, come dice Stan Harpole, dell’Iowa State University: "Of, say, 100 plants that arrive in a new area, only about 10 percent of those will survive without being in a greenhouse or some other controlled area. Of those 10 that can survive, only about 10 percent of those really cause problems”. Il fatto è che quelle che danno preoccupazioni sono veramente un problema: il kudzu negli Stati Uniti, per esempio, ha invaso milioni di ettari. Un po’ come accade da noi per lo zucchino del Po (Sicyos angulatus) che invade le aree golenali in tutt’Italia. Questo non significa che non ci sia il problema, ma che muoviamo in giro per il mondo talmente tante specie che anche se solo una bassa percentuale dà problemi ecologici ce n’è abbastanza per preoccuparsi.

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03 marzo 2011

Quando l'amore è cieco

Su segnalazione del guru Liberti, sono andato a visitare il sito Map of life. Nell'ordine, le mie reazioni sono state:

1) Il solito sito in cui si cerca di sistematizzare le conoscenze tassonomiche (questo dopo aver visto solo il nome)

2) Il solito sito in cui un'università presenta le sue ricerche su un argomento particolare
3) Il solito sito di un professore di zoologia impallinato con un aspetto particolare dell'evoluzione.

L'aspetto particolare di cui si occupa il sito è la convergenza evolutiva. Molto interessante, mi sono detto, ma perché proprio la convergenza e poi dall'università di Cambridge? A questo punto il mio "istinto" di giornalista (in realtà trattasi di paranoia) mi ha suggerito di approfondire il tutto. Anche perché mi ricordavo che la convergenza è un aspetto dell'evoluzione che interessa particolarmente uno dei più famosi paleontologi contemporanei, cioè Simon Conway-Morris. Che, guarda caso, lavora proprio a Cambridge. Oltre che essere famoso per il suo acume, però, Conway-Morris (d'ora in poi CM) è famoso anche per essere un cattolico apostolico romano. E per volere a tutti costi integrare la sua visione del mondo religiosa nell'evoluzione; poiché però è molto bravo, non cade nelle solite trappole dei creazionisti che si fanno deridere da chiunque, ma cerca in tutti i modi di trovare delle convergenze tra le due visioni del mondo. Che io ritengo antitetiche, ma tant'è; il problema è che CM vuole che persino momenti particolari della sua storia siano inseriti nell'evoluzione, e quindi cerca in tutti i modi, per quel che mi riguarda, inserire un piolo rotondo in un foro quadrato. Un aspetto che secondo lui potrebbe unificare tutto è la convergenza evolutiva, cioè la presenza in specie anche molto distanti filogeneticamente di tratti simili. I classici esempi sono quelli del pesce e dell'ittiosauro, o di molte specie di marsupiali che somigliano ai placentati (lupi, talpe, topi eccetera). Questa convergenza però, ci insegnano i genetisti, è nella maggior parte dei casi solo fenotipica, perché diversi sono i geni che sono alla base di certi tratti, e quindi la distanza filogenetica rimane uguale. Poiché però è un aspetto interessante e molto diffuso, si sono cercate parecchie spiegazioni, dalla più semplice (le pressioni di selezione sono simili e quindi le strutture convergono verso una forma ottimizzata localmente) da quelle più complesse (le basi genetiche sono le stesse anche per organismi diversissimi, vedi esempio dell'occhio). Questo però serve a CM solo per "dimostrare" la sua tesi, cioè che l'evoluzione tende a convergere verso forme simili un po' ovunque. E quindi, attenzione, anche in pianeti extrasolari in cui è presente la vita ci dovrebbe essere una convergenza verso forme simili a quelle terrestre; tipo, ad esempio, l'uomo. Ma se anche su Beta pictoris XF565b (ho inventato, non andate a controllare) l'evoluzione porta di necessità verso l'uomo, perché non pensare che anche lassù si sia manifestata la provvidenza divina, con la presenza di una storia extraumana simile a quella della Terra? Cioè con un salvatore e un'extraumanità salvata? Tutto questo non sono pensieri miei che tendono a screditare CM, ma sono tratti da una serie di lavori e contributi dello stesso. Per esempio, ecco qui un messaggio di Pikaia sulla convergenza e la vita su altri pianeti. Ed ecco cosa ne pensa Paul Davies di CM:

Simon Conway Morris, of Cambridge University, makes his own case for a "ladder of progress," invoking the phenomenon of convergent evolution—the tendency of similar-looking organisms to evolve independently in similar ecological niches. For example, the Tasmanian tiger (now extinct) played the role of the big cat in Australia even though, as a marsupial, it was genetically far removed from placental mammals. Like Ruse, Conway Morris maintains that the "humanlike niche" is likely to be filled on other planets that have advanced life. He even goes so far as to argue that extraterrestrials would have a humanoid form. It is not a great leap from this conclusion to the belief that extraterrestrials would sin, have consciences, struggle with ethical questions, and fear death.
(da qui).

Anche questo articolo sul Guardian suona la stessa campana; tra le cose che ho capito c'è il fatto che poiché la natura e l'evoluzione hanno raggiunto il limite, significa che per fare un pochettino di più (l'uomo) ci dev'essere di mezzo Dio.
E che l'uomo sembra essere il pinnacolo dell'evoluzione, come dice in questo pezzo Jerry Coyne di Why evolution is true.
Una conferma a tutto questo ce l'ha andando a controllare la pagina del sito che parla degli sponsor. In prima fila c'è la Templeton Foundation, vera bestia nera degli evoluzionisti puri e duri perché cerca morbidamente di infilare la religione nell'evoluzione. Basta leggere quello che scrive o ha scritto Jerry Coyne nel suo blog o cosa dice PZ Myers su Pharyngula. Il loro sito principale si chiama Biologos, ed è una sottile propaganda per l'evoluzione teistica, quella per cui l'evoluzione è semplicemente un proseguimento della creazione con altri mezzi. In conclusione, CM non fa altro che cercare di infilare le sue credenze religiose nell'evoluzione, cercando in tutti i modi di superare la dissonanza cognitiva che deriva, quasi obbligatoriamente, dal fatto di essere un ottimo biologo evolutivo e allo stesso tempo una persona religiosa.

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