Spinto da una vivacissima discussione on line e off, cerco di buttare giù qualche idea di quello che penso possa essere il futuro della comunicazione scientifica. O meglio, quello che io spero possa essere… eccetera. Perché, e questo credo lo si sia visto dai numerosi post in cui criticavo colleghi e colleghe che lavorano su quello che gli addetti ai lavoro definiscono cartaceo, penso che si possa fare una comunicazione migliore; da ogni punto di vista, non solo quello della qualità. Prima, a differenza di quello che accade sulla carte, mi piacerebbe fare un piccolo elenco delle fonti, cioè di quanto ho letto è mi ha “ispirato”. Il tutto direi che è partito da qui, dalla vicenda dei batteri all’arsenico. In quel caso, la comunicazione istituzionale della scienza ha fatto una pessima figura rispetto a quella più informale, in questo caso i blog e persino i tweet. Va beh, mi sono detto, è già successo e succederà ancora che alcuni blog siano migliori di alcuni articoli scientifici, non c’è niente di male. Da quel momento (che ha anche generato un’ happy hour evoluzionistico, tenuto a Milano dalla firma in calce al blog) ho però cominciato a tenere gli occhi aperti su “casi” del genere. È come quando un predatore si fa l’immagine di ricerca di una nuova preda, e da quel momento ne vede un po’ ovunque; non è che siano aumentate, è che adesso ha uno stampo nel cervello in cui si incastrano immagini già presenti anche prima. Insomma, ho cominciato ad accorgermi che il movimento dei blog scientifici aveva preso un po’ di abbrivio, e cercava di ritagliarsi una credibilità anche di fronte all’ufficialità un po’ pomposa delle riviste scientifiche. Altri casi di discussione sull’argomento sono qua (in parte) ma soprattutto qua. In quest’ultimo caso è interessante andare a leggere i report dei partecipanti, specie questo o questo. Oppure ascoltare tre interviste ai partecipanti in questo podcast. Non voglio dire con ciò che tutto il buono può venire solo dagli Stati Uniti, ma che la discussione al di là dell’Oceano mi sembra più avanzata che in Italia. Dove ho letto solo questo post di Rangle (a cui chiedo di dirmi dove e quando sono quegli incontri su giornalismo e blog), che però tratta di un argomento collegato, cioè la comunicazione scientifica da parte dei ricercatori. Insomma, una bella minestra.
A partire dalle fonti, e convinto anche da una lezioncina che terrò in Università statale a Milano sul lavoro del giornalista scientifico (e che mi costringe a prepararmi), mi sono venute in mente alcune cose che riguardano proprio l’approccio alla comunicazione scientifica da parte di una categoria particolare di comunicatori, i blogger, in contrasto con i “veri” giornalisti. Premettendo che la distinzione è tutt’altro che netta, perché ci sono molti giornalisti che pubblicano sui blog (e viceversa) le prime considerazioni sono piuttosto banali. Sui giornali ci sono prodotti (intendo articoli scientifici) di qualità bassa, media e alta, così come interi blog sono illeggibili e ad altri ci si può abbeverare come una fonte di saggezza. Le differenze sono però tantissime; prima di tutto, il controllo da basso avviene quasi soltanto per i blogger. Se uno scrive cose senza troppo senso (penso ad alcuni blogger creazionisti) nel giro di poco tempo le visite di riducono all’accolita di coloro che “credono” alle panzane. Non è detto che la readership diminuisca, anzi; ma spesso si trasforma in una folla plaudente e acritica, che non ha alcuna influenza sul resto del mondo virtuale, quello che molti definiscono la blogosfera. Se la cantano e se la suonano tra di loro.
Considerando infatti solo la comunicazione scientifica, la classifica di Wikio (che ha parecchi problemi, probabilmente, ma è l’unica esistente) ha nelle sue prime dieci posizioni blog di livello alto o altissimo – a parte il blog in nona posizione in febbraio. Non ci sono negazionisti climatici, non ci sono sciachimisti, non ci sono creazionisti veri e propri: diciamo che un giornalista generico che volesse informarsi sulle novità scientifiche potrebbe farlo attraverso questi blog, lasciando perdere i comunicati ufficiali delle riviste o delle università, che spesso non capisce neppure. Gli articoli scientifici sui quotidiani (non parlo dei settimanali, qui alcune pagine sono anche ben fatte) sono nella maggior parte dei casi inaffidabili, quando non palesemente scorretti. Un esempio? ecco un articolo uscito sulla Stampa in 3 febbraio: 
Non si legge molto (l’ho fatto col cellulare) ma abbastanza per capire che la scelta delle fonti, da parte dell’autrice è quanto meno dubbia – qui c’è anche la versione online. La citata Gwfp è un’organizzazione che si batte contro la spiegazione antropogenica del riscaldamento globale: al suo interno non ci sono climatologi. Il citato Andrew Montford è un chimico senza alcuna preparazione climatologica, e il suo libro The hockey stick illusion è stato giudicato un pessimo (e noioso) esempio di divulgazione – il link sopra manda a Sourcewatch, perché la pagina di Wikipedia è palesemente viziata, e cita solo fonti favorevoli a Montford. Non voglio addentrarmi nell’analisi, ma bastavano cinque minuti di ricerca per capire che la fonte non era affidabile. Perché non l’hanno fatto? E su un quotidiano che si vanta di avere tre o quattro pagine di scienza!
Da questa analisi si potrebbe dedurre che considero i blog sempre meglio dei quotidiani? No, c’è un’altra differenza, che purtroppo è sostanziale. I giornalisti hanno da sempre l’inveterata abitudine di stare particolarmente attenti alla scrittura; cercando di evitare le ripetizioni, per esempio, di usare frasi brevi, di “costruire” un articolo in modo che sia leggibile (e le famose 4 o 5 W sono solo una parte del tutto). Un articolo perfetto dal punto di vista scientifico può essere, e spesso è, particolarmente illeggibile; l’italiano è perfetto, ma la sua costruzione è zoppicante, i picchi e le valli del pezzo sono distribuiti tutti all’inizio (o alla fine) in breve non c’è ritmo. E spesso è anche quello che accade ai blogger scientifici: i loro post sono a volte pezzi di bravura, ma hanno un pubblico particolare (altri blogger, per esempio) che sono immersi in quel clima di scrittura. Per questo non capisco quando arrivano loro critiche di “poca leggibilità". Perché per loro il pubblico è formato da… loro. In alcuni casi questo approccio è palese e voluto, e il post poco accattivante non è un problema. Lo scienziato di turno preferisce leggere qualcosa di denso e zoppicante, perché capisce che la panna montata sopra non arricchisce il caffè; il lettore comune invece è, per varie ragioni (abitudine, psicologia, struttura cerebrale più adatta ad accogliere le affabulazioni che i fatti) abituato a leggere articoli di quotidiani. Se per caso questi sono fallaci, non si chiede quanto e se è vero quel che ha letto.
L’articolo di sopra è un esempio di un’altra cattiva abitudine dei giornalisti, specie quelli che si addentrano per la prima volta negli argomenti un po’ critici; cioè il desiderio di obiettività, di trattamento bilanciato di un tema. Che se va bene per un’analisi sociologica complessa e per la situazione politica, è da respingere quando si parla di consensus scientifico. I soliti argomenti (evoluzionismo, riscaldamento globale, anti-vaccinismo eccetera) non hanno bisogno di un trattamento bilanciato. Da una parte stanno secoli di ricerca, dall’altra solo opposizione preconcetta. Eppure la maggior parte dei giornalisti si trascina, dalla pratica quotidiana, questo approccio. E i danni che fanno sono a volte molto gravi, come comparare posizioni dal peso totalmente differente o far sembrare ragionevoli ipotesi senza fondamento. Se leggete bene, l’articolo si conclude con tre o quattro interviste a esperti veri, che lo definiscono spazzatura. E allora perché scriverlo?
È un’analisi un po’ grossolana, me ne rendo conto, che non tiene presente tutta una serie di fattori altrettanto importanti; per esempio l’attitudine al letterario dei giornalisti italiani, la loro non preparazione scientifica (mi pare di averlo già detto, ma quando ho fatto una domanda sull’argomento – i giornalisti scientifici devono avere una preparazione scientifica? – a giornalisti stranieri mi hanno guardato come se fossi pazzo). Oppure l’attitudine dei “capi” a enfatizzare alcuni aspetti e dimenticarne altri; una conferma non una notizia per esempio. Oppure ancora il successo di trasmissioni spazzatura come Voyager, che inducono molti a credere che quella sia la scienza. E, obnubilati, non sono in grado di fare la differenza.
E allora che fare? Affidarsi solo ai blog non è possibile. Anche i migliori sono troppo disuguali, troppo idiosincratici per poter essere considerati un mezzo di comunicazione affidabile sempre e comunque (senza contare il fatto che ora ci sono, ora scompaiono). I giornalisti italiani – a parte poche eccezioni – hanno ormai dimostrato di non essere in grado di affrontare con competenza e compiutezza i grandi problemi scientifici del momento. E, molti ma non tutti, hanno dimostrato di non avere l’umiltà di rivolgersi a chi ne sa più di loro per chiarire alcuni problemi una volta per tutte. Affidarsi completamente solo ai ricercatori? Non credo possa essere possibile, perché come visto prima non conoscono in pieno i meccanismi della comunicazione, e a volte (mi è successo) non hanno neppure loro l’umiltà di affidarsi a chi fa questo lavoro da anni. Forse, come auspicato da molti amici, sarebbe meglio aspettare che crescano le giovani generazioni, che si dedicano sì alla scienza, ma sono un po’ più attente alla comunicazione della stessa. O forse sarebbe il caso di fare pressione presso le università perché istituiscano corsi di comunicazione scientifica. L’unico che va avanti da anni, il Master di Trieste, è ben fatto ma un po’ marginale – territorialmente almeno. È ovvio che spero che qualcuno mi smentisca e mi dica che le cose non vanno così male, che in fondo il messaggio passa, in un modo o nell’altro, che i blog scientifici sono un mondo completo e sufficiente. Diciamo che ho buttato là le mie osservazioni nell’attesa di essere smentito. Insomma, vedremo.
