29 settembre 2010

Rotta di collisione 2

Sta tutto nell'occhiello dell'articolo di News and Views su Nature: che recita "Le dighe e le deviazioni dei fiumi aumentano la sicurezza dell'uomo. Ma fanno poco per proteggere la biodiversità degli ecosistemi, una necessità a lungo termine". Il commento accompagna un articolo di analisi della situazione dei fiumi in tutto il mondo che appare anche sulla copertina di Nature. La situazione, in poche parole, è di crisi di proporzioni gigantesche. Mettendo insieme l'inquinamento, la costruzione di dighe, l'agricoltura, la conversione delle zone umide e l'introduzione di specie esotiche ha avuto e ha come risultato il fatto che circa l'80 per cento della popolazione umana vive in aree dove le acque fluviali sono pesantemente minacciate, e a loro volta minacciano la sopravvivenza dell'uomo e di migliaia di specie animali e vegetali. "Quello che abbiamo scoperto, dice uno degli autori, è una sindrome globale di degradazione dei fiumi". No c'è bisogno di mettere date e dati, ci penseranno da domani i miei colleghi (oddio, ci spero). Il fatto è che non si può fare a meno di inquinare e costruire dighe, se non si vuole fermare l'economia. Come non si può fare a meno di abbattere alberi se non si vuole fermare l'economia; o di inquinare, se non si vuole fermare... lo sapete. Lo studio è il primo a tenere in considerazione così tanti fattori, eppure non ha preso in esame la presenza di farmaci, l'inquinamento dall'attività mineraria e l'effetto sinergico di tutti questi fattori messi assieme. La rotta di collisione tra le attività umane a breve termine e la sopravvivenza della specie a lungo termine (insieme a quella di migliaia di altre specie) è sempre più evidente. Il rimedio? Secondo gli autori, smetterla di rompere i co... gli ecosistemi naturali, e di buttare soldi (che aumentano il Pil, peraltro) in costosi progetti di "water remediation" che non fanno altro che accumulare danno a danno.

Sotto una della mappe tratte dal lavoro, con questa didascalia:
"A new global analysis of threats to water security reveals widespread problems facing humans and biodiversity arising from 23 distinct stressors grouped into four categories. The resulting map reflects the fact that regions with high cumulative threat levels suffer from many types of stressors, and each stressor category shows a complex geographic distribution."
Credit: Barry Carlsen, Copyright University of Wisconsin Board of Regents

24 settembre 2010

Bergamoscienza o bergamoscettica?

In the main square, with the Palazzo dei Prior...

Image via Wikipedia

Anche quest’anno, prima della kermesse più grande, si svolgono un paio di festival della scienza di notevole interesse, a Bergamo e a Perugia. Il primo è quello umbro, dal 30 settembre, il giorno dopo parte quello di Bergamo. Un’occhiata comparata ai programmi non può che far pensare che, anche qui “è tutta politica”. Perché? Perché negli argomenti più controversi si tende a privilegiare una sola visione, a non favorire il dibattito e, quando il dibattito non c’è, a preferire un solo angolo della questione – anche se questo non accade sempre. Sono andato a vedere per esempio nel festival di Perugia e quando si parla di staminali il punto principale è quello di Angelo Vescovi. E quindi? direte voi. Nel link qua sopra Vescovi dimostra di essere se non altro un po’ troppo sicuro di sé, quando racconta che “Le tecniche messe a punto nel 2006 dallo scienziato giapponese Shinya Yamanaka, infatti, permettono di generare e addirittura clonare cellule staminali embrionali umane senza dover ricorrere agli embrioni, ma derivandole artificialmente da una cellula somatica adulta (si parla di Induced pluripotent stem cell, Ips)”. Ora, io non sono certo un esperto, ma basta sentire un paio di dibattiti in qualche podcast o leggere la trattazione che ne fa anche solo Wikipedia per capire che non è proprio così chiara la faccenda. E la voce degli altri ricercatori che insistono nel voler usare le cellule staminali embrionali? È lasciato forse a Leonardo Alfonsi, il direttore del Fest, che però se capisco bene è fisico. Per quanto riguarda un altro argomento controverso, quello del riscaldamento globale, la conferenza è affidata a Massimo Frezzotti dell’Enea, un glaciologo di enorme esperienza che conosce come le sue tasche i problemi e le tematiche. Anche qui, la voce è unica, e come per Vescovi – che spero non sia così tranchant come sopra – anche Frezzotti dovrebbe spiegare che qualche voce dubbiosa si è alzata, ogni tanto. Ma che la comunità scientifica è abbastanza compatta dietro le tesi del riscaldamento globale. Ultimo punto, gli Ogm, sono affidati alla voci di Fabio Veronesi e Marcello Buiatti. Devo dire che questo è l’esempio di buon dibattito: Buiatti è uno studioso dubbioso, Veronesi è molto probabilmente a favore. Le forze in campo sono equilibrate, e può venirne uno scambio obiettivo (se mai esiste…).
Per Bergamo scienza l’esame delle conferenze porta alla stessa conclusione. Ma qui con l’aggiunta di una mancanza ancora più spinta di obiettività. Se posso non essere d’accordo con Vescovi ma lo sto a sentire, se Frezzotti rappresenta la maggioranza della comunità scientifica, che fare con una conferenza di Lindzen e una di Pielke sul riscaldamento globale? Se Lindzen è un climatologo , Pielke non è un ricercatore, ma un sociologo (circa). Entrambi sono negazionisti, e hanno una posizione che la stragrande maggioranza degli altri ricercatori ritiene del tutto non fondata. Perché invitare solo loro e non un ricercatore che posso spiegare quanto la discussione non esista, ad alto livello, e quali siano veramente i dubbi? Ridicolo poi è il fatto che qualche giorno dopo una mostra organizzata dal National Geographic sia presentata così. “Dopo anni di allarmi caduti nel vuoto, ormai anche gli scettici riconoscono che il riscaldamento globale è una realtà.” Andatelo a dire a Lindzen e Pielke.

Insomma, anche i festival della scienza diventano strumenti di affermazioni di posizioni politiche saltando le controversie scientifiche? È così che si fa divulgazione e si aiuta la causa della ricerca in Italia? Buttandola in politica e minzolinizzando anche le aule delle conferenze? Cosa ci aspettiamo  poi dai governanti, se non la colonizzazione dell’università da parte dei loro accoliti?
Le domande sono retoriche…Enhanced by Zemanta

21 settembre 2010

Oves et boves…

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Tra lavoro e complicazioni familiari, il blog langue. E ho deciso così di informare una serie di notizie e notiziole che mi potrebbero dare lo spunto per altri post – il problema è lo spunto non la scrittura in sé: qualche stupidaggine esce sempre. Insomma, leggendo qua e là ho scoperto questo post in cui si parla di upstream journalism. Che vorrebbe dire qualcosa come “giornalismo che va alla fonte”; lei si riferisce al giornalismo scientifico, ma credo che si possa applicare praticamente ovunque. E cosa propone? Ecco la definizione “it’s an argument for showing more of science in the making”. Insomma, per usare una metafora teatrale (brrr) vuole raccontare il backstage della ricerca scientifica. Ci vedo parecchi problemi in questo approccio, ma anche notevoli potenzialità. Il problema più grave è che non sempre è facile aggirarsi nei sotterranei dei laboratori scientifici e capire cosa sta accadendo. Intervistare i ricercatori direttamente è, come dicono gli inglesi, time consumig, e può portare a perdite di tempo enormi, che non ci possiamo permettere, specie adesso che più scrivi più guadagni. In più in Italia vedo anche il pericolo di fare della sociologia della scienza, e sfociare in breve (visto che non sempre chi scrive ha fatto ricerca e sa cosa scartare) nel postmodernismo più bieco. Oppure può fermarsi a “It focuses on “scientists find interesting”, “scientists wonder” or “scientists are excited by”. Cioè sul comportamento degli scienziati e sul gossip, più che sui dati. Ho più volte messo in guardia dal fondare il giornalismo scientifico sulle persone (Darwin e non l’evoluzionismo, per esempio) e questo approccio può far correre quel rischio. E in effetti l’autrice dice che “the focus is more on the people, their ideas, worries and enthusiasms, not the results”. Diciamo che così non mi piace; si corre il rischio anche di descrivere della pessima politica della scienza. Ci sono altri pericoli, che potrete leggere sul post ab origine.

Per parlare invece di scienza molto downstream, ecco una bella notiziola, che ha a che fare anche con la proposta di Wilson di rivedere quasi completamente la kin selection (tentativo descritto anche qui da Jerry Coyne). Pare che in una specie di trematodi parassiti che vive nei molluschi (li vedete sopra) ci sia una specie di “casta” di vermi guerrieri che difendono la colonia; insieme ad essi ci sono ovviamente anche i vermi riproduttori. Invece di essere fratelli e sorelle come le api (aplodiploidi, quindi imparentati in maniera complessa) i vermi sono semplicemente cloni l’uno dell’altro. Non è finita. Oltre che castrare il mollusco, lo difendono dall’attacco di altri parassiti; i soldati si comportano come globuli bianchi, e attaccano e uccidono i vermi invasori. Il tutto lo trovate qua, ed è una lettura affascinante.

Stasera un altro paio di news che ho già adocchiato,

La dida della foto recita: Large reproductive trematode flatworm surrounded by soldiers from its colony. (Credit: Ryan Hechinger, Ecological & Evolutionary Parasitology, MSI, UCSB)

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14 settembre 2010

Sibe - impressioni

Dopo parecchio tempo ritorno al blog, che stava diventando come un pipistrello del nord-est degli Stati Uniti. Fabio mi chiede un commento al congresso della Sibe, cui ho accennato nel post precedente. Devo dire che non ho assistito a tutto il convegno (si sa, il lavoro...) ma solo alle due ultime giornate, quella in cui ho parlato io e la successiva. Il commento ovviamente non sarà sulla congruenza delle comunicazioni (non so giudicarle, almeno non tutte), ma sulla proprietà "comunicative" dei partecipanti. Tutto quello che volete sapere lo potete leggere però su Pikaia. È ovvio che un convegno scientifico non possa essere del tutto divulgativo, e che quindi molte delle comunicazioni erano tecniche, o estremamente tecniche; ciononostante molte erano anche parecchio godibili, e gli speaker avevano un piglio "da racconto" più che da fredda presentazione. Alcune erano molto interessanti, come quella di Claudio Bandi sui famosi midichlorian (il link porta ai midichlorian di Guerre Stellari, quelli veri sono qui). Queste comunicazioni erano parecchio complesse, e rendere comprensibili sarebbe stata un'impresa; gli speaker non ce l'hanno fatta proprio sempre. A differenza di Pikaia, ho trovato poco interessante invece la comunicazione di Menno Schilthuizen sulla simmetria nelle chiocciole. La comunicazione mi sembrava un po' arrotolata su se stessa (pardon the pun).
Il clou, dal punto di vista della buona comunicazione, è stato l'ultimo pomeriggio, con le comunicazioni sull'evoluzione umana e sulla teoria dell'evoluzione. Queste ultime mi sono sembrate stimolanti, pure troppo: specie quella di Giuseppe Damiani, del Cnr di Pavia, che ha presentato una sua complessa (e fantasiosa, aggiungo io), ipotesi sull'evoluzione e sulla direzionalità delle mutazioni (ebbene sì). Gli speech di Emanuele Serrelli e di Telmo Pievani sono stati - ma non avevo dubbi - molto interessanti; Serrelli ha presentato i suoi studi sui paesaggi adattativi - con aggiunta di elaborazioni di Gavrilets - e Pievani l'elaborazione di una teoria evolutiva che inglobi altre discipline, vista da un epistemologo. Ha citato, come pensavo, Lakatos e ben poco Popper. Il tutto ha chiuso alla perfezione il convegno.

Altre considerazioni.
1) Non ci sono stati speaker oltre una certa età, la cui media era secondo me molto bassa.
2) Tenendo presente l'interesse personale per l'argomento, come ho detto le comunicazioni erano svelte, a volte brillanti, rispettavano i tempi e qualche volta andavano fuori tema (che è un pregio, se limitato a pochi secondi)
3) Se alcuni di questi ricercatori avessero voglia di fare qualche chiacchierata con bravi comunicatori (all'estero, dove sono la maggior parte di essi), potrebbero diventare anche ottimi divulgatori. Anche se hanno ancora molto da imparare e per adesso nessuno è Judson.

Il prossimo post sarà su lavori scientifici, se le contingenze non mi assorbono.

05 settembre 2010

La zia di Lear

In una chiacchierata che ho "elaborato" al recente congresso della Sibe ho raccontato un piccolo aneddoto che mi è accaduto da bambino; dopo aver catturato un ramarro (tranquilli, l'ho liberato subito dopo) l'ho presentato alla mamma e ai vicini. Una di essi mi ha chiesto se aveva la cresta; alla mia risposta negativa ha detto: "Allora non è un ramarro". Perché tutti sanno che i ramarri hanno la cresta. L'evoluzione soffre un po' di questo problema: tutti sanno cos'è, se è vera o meno, e quindi è anche inutile spiegarla. È vox populi. Mi meravigliavo però che nessun evoluzionista si fosse mai scontrato con questo ostacolo. Ma finalmente l'ho trovato. Come potevo anche immaginare, è Haldane; che chiamò il tutto "il teorema della zia Jobiska" da un poemetto di Edward Lear. Che, nella parte che ci interessa, suona (ecco il tutto):

The Pobble who has no toes
Was placed in a friendly Bark,
And they rowed him back, and carried him up,
To his Aunt Jobiska's Park.
And she made him a feast at his earnest wish
Of eggs and buttercups fried with fish;--
And she said,-- 'It's a fact the whole world knows,
'That Pobbles are happier without their toes.'

È un fatto che tutti sanno, dice la zia. Non c'è bisogno di discuterne. Così come le scienze naturali, e l'evoluzione. Tutti sanno che NON è vera, quindi perché parlarne (sui giornali, alla televisione, nei libri eccetera).

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