27 maggio 2009

Dagli amici mi guardi Iddio...

Feynman scrisse una volta "I think I can safely say that nobody understands quantum mechanics. Visto lo stillicidio di dichiarazioni sulla teoria dell'evoluzione, mi verrebbe da aggiungere che "Chi dice di aver capito la teoria dell'evoluzione e non si ritrae sconvolto non l'ha capita". Un pensiero "profondo" che mi è venuto in mente leggendo questa breve e infastidita intervista a - guarda caso - proprio un fisico, Nicola Cabibbo, che è il signore che vedete accanto ed è anche presidente della Pontificia accademia delle scienze (che mi ricorda tanto la facoltà di ematologia della Transilvania, ma lasciamo perdere). L'intervista comincia malissimo, ma è solo colpa dell'intervistatore. L'affermazione "E la teoria dell’evoluzione è ormai accettata dalla Chiesa, purché non si affermi che l’uomo è prodotto del caso" è il massimo dell'ignoranza scientifica. Devo spiegare io a Alberto Bobbio e Cabibbo - se mai ha rivisto l'intervista - che nessuno ha mai detto che l'uomo è prodotto del caso? E che il processo evolutivo nel suo complesso è perfettamente deterministico? Ma andiamo avanti. Cabibbo proclama la differenza tra la concezione dei teologi (?) evangelici americani e i "nostri" cattolici come GPII, che "ha spiegato che la teoria evoluzionistica è più che un’ipotesi" (grazie, non sapevamo come fare senza un suo parere). Altre domande e risposte curiose sono:
Prove scientifiche alla teoria di Darwin?
Certo, ma guardi che Darwin non è un filosofo, come dicono alcuni per ridurre la portata delle sue teorie. Studiava i dettagli, era un grande naturalista e un grande biologo.
Cabibbo dice che Darwin non è un filosofo come se lo avessero accusato dell'eresia ariana. Può darsi che non lo volesse essere, ma certamente la sua influenza si è sentita anche nella filosofia, eccome. Poi:
Ma creazionismo ed evoluzionismo sono compatibili? Perché no? Ma dobbiamo partire dal principio che la scienza si occupa di leggere il libro della natura, che non può essere sbagliato, perché è opera di Dio.
A meno che Cabibbo non conosca un creazionismo diverso da quello che è diffuso negli Stati Uniti e anche in Italia, non capisco come possa dire queste cose. Come la storia che "siccome il libro della natura è opera di Dio", non può essere sbagliato. Cioè, se non avesse un creatore, sarebbe sicuramente sbagliato? E poi, cosa significa sbagliato?
Il resto dell'intervista sono affermazioni corrette ma secondo me banali, come:
[la teoria del disegno intelligente...] L’hanno inventata i creazionisti evangelici americani per evitare di parlare di Dio. Ma la ragione è puramente strategica, visto che nelle scuole e università non potevano citare il Dio biblico. Secondo me, è una teoria pericolosa.
Ad altre curiose, come:
Oggi è la genetica a dividere di più. Io dico che non bisogna avere paura della verità, né della nostra ragione. Abbiamo bisogno, invece, di un maggiore confronto tra teologi e scienziati.
Mi chiedo, come sempre, cosa avranno da dire i teologi agli scienziati? E perché i fisici si prestano a queste interviste imbarazzanti, senza avere troppa conoscenza dell'argomento?
Infine, non sono d'accordo con coloro che dicono che è necessario avere il maggior numero possibile di alleati anche se non sono proprio del nostro "campo". Se la teoria dell'evoluzione dev'essere difesa così, meglio niente, grazie.

Voce dal Mit sfuggita

Non è sempre possibile, specie lavorando (o facendo seriosamente finta...) riuscire a cogliere tutte le notizie veramente rilevanti. Ma certo quando ne scappano di importanti, mi dà un po' sui nervi; basta star fuori casa un paio di giorni e subito dal mondo arrivano news su cui meditare. Che stavolta hanno a che fare con il secondo argomeno di questo blog (sto cominciando a pensare che i lettori siano non più di 7 proprio perché parlo sempre delle stesse cose - ma in fondo, parlo per me). Allora, ecco cos'è accaduto. Il Mit (Massachusetts Institute of Technology) ha pubblicato qualche giorno fa (il 19 maggio) un articolo sul Journal of climate dal titolo Probabilistic Forecast for 21st Century Climate Based on Uncertainties in Emissions (without Policy) and Climate Parameters. L'articolo è stato preceduto, e a sua volta sostituisce, da un report del Mit stesso che risale a gennaio, ma i risultati sono gli stessi. E cosa dice il tutto? Che se le cose vanno avanti così (business as usual) il riscaldamento sarà peggio di quello che pensava. Ecco le parole dell'abstract:
The new projections are considerably warmer than the 2003 projections, e.g., the median surface warming in 2091 to 2100 is 5.2°C compared to 2.4°C in the earlier study. Many changes contribute to the stronger warming; among the more important ones are taking into account the cooling in the second half of the 20th century due to volcanic eruptions for input parameter estimation and a more sophisticated method for projecting GDP growth which eliminated many low emission scenarios.
Per fare un po' di chiarezza, le proiezioni si basano su un modello (il MIT Integrated Global System Model) che prende in considerazione molti parametri, più di quanto non accada nei modelli dei fisici dell'atmosfera. Nello schema sopra (tratto da qua) si capisce come il modello sia estremamente complicato e abbia al suo interno anche variabili piuttosto... variabili, come la crescita del prodotto interno lordo e alcune che hanno più a che fare con la politica che con la ricerca. Un po' com'è accaduto qualche anno fa per I limiti dello sviluppo, insomma. Le previsioni sono insomma molto più terrificanti (a lungo termine) di quanto non si pensasse. Nel 2100 ilriscaldamento dovrebbe avere una mediana di5,2 °C, in confronto a 2,4 °C di studi precedenti. Lo studio, o meglio il report (che è gratis...) spiega il procedimento fatto per arrivare ai risultati di cui sopra.
Quello che mi interessa, oltre a citare l'articolo, è il coté che riguarda la comunicazione. Ma come, ci dicono che nel 2100 saremo senz'altro sott'acqua, che molti Paesi dovranno chiudere bottega e che il deserto avanzerà e la foresta arretrerà, e noi ci occupiamo di un vecchio pedofilo? Mi sono dato un paio di ragioni per questo disinteresse.
1) Chi è già convinto che la scienza del global warming sia stabilita, per dare una notizia ha bisogno di cambiamenti qualitativamente rilevanti, non solo quantitativamente. Che la temperatura si alzi di 5 °C o di 2,5 non cambia molto. Se ci fosse qualcuno che mi dice che il mare si mette a bollire, allora sì che la pubblico.
2) Dall'altra parte, da parte dei negazionisti alla Singer, la notizia non esiste, perché proviene dai soliti modelli. Che sono, per definizione, inaffidabili. Se ce ne fosse uno che dice come la temperatura diminuirà, allora sì che diventano affidabili. Un po' come il vecchio pedofilo, che considera giornalista solo quello che parla bene di lui. O giudice corretto solo quello che lo assolve (magari con formula piena, non per prescrizione).
Insomma, anche una notizia che a me sembra rilevante è per la maggior parte dei colleghi una non notizia. Chissà, devo cambiare lavoro...

25 maggio 2009

Pescimani


Si legge pesci-mani, non pescìmani, ed è la traduzione letterale di handfish. Sono, come dice Tree of life, una poco nota famiglia (Brachionichthyidae) di pesci dell'ordine dei Lofiiformi. Li ho messi qui perché sulla prima pagina di Plos biology c'è un link a Tree of life, uno dei primi, più modesti ma longevi progetti di tassonomia on line. Non voglio togliere il lavoro all'Orologiaio miope, ma mi piacevano questi pesciolini curiosissimi. Qui c'è anche un filmato di un parente di quelli della foto che cammina; ma veramente cammina.
Mi piace soprattutto che tutto provenga da Tree of life, un progetto iniziato qualche annetto fa senza grandi fanfare ma che sembra proseguire abbastanza imperterrito.

P.S. Plos biology fa parte del gruppo di riviste Open access che ha pubblicato anche il famoso articolo sul Darwinius.

22 maggio 2009

Catene e transizioni

Questa storia degli anelli di congiunzione comincia a diventare curiosa e peculiare, se non addirittura fastidiosa. La notizia del (o della) Darwinius non ha fatto altro che esasperarne i contorni.
Vediamo un po' alcuni punti su cui ragionare: prima di tutto perché, nonostante ci si batta da anni contro il concetto, nessun giornalista generico o che non si occupa di scienza (cioè praticamente tutti quelli che scrivono di scienza...) non l'ha ancora capita? Vivendo in una redazione e conoscendone in parte le dinamiche, posso azzardare una delle tante spiegazioni. Al di sopra di un giornalista cui è assegnata la notizia ci sono una pletora di incarichi che hanno il compito di "controllare": vicecapiservizio, capiservizio, vicecaporedattore, caporedattore, vicedirettore, direttore. Quando non ci mette il naso l'art director o il capo del personale... Ognuno di queste figure ha l'incrollabile opinione che il suo modo di fare giornalismo sia migliore di quello degli altri - di tutti gli altri. E che, soprattutto, gli articoli debbano seguire certe regole (le sue) e che quelle degli altri siano dispensabili o spesso assurde. Se poi questi algoritmi giornalistici (i nomi latini vanno tutti un corsivo, per esempio) confliggono con altre regole più generali (come il fatto che il codice di nomenclatura zoologica ordina di tenere in tondo quelli di famiglie e ordini e su su) al diavolo gli zoologi o gli scienziati. In fondo che ne sanno loro di belle lettere? (la maggior parte delle alte gerarchie nei giornali sono laureati in lettere o filosofia). Allora il normale redattore ordinario fa marcia indietro e si adegua. Contraddire un superiore, specie dimostragli che ha torto (non è difficile, quando si ha a che fare con un ignorante in materie scientifiche) è una delle mosse peggiori che si possano fare in redazione. Poi c'è l'abitudine alle frasi fatte, specie nel campo delle scienze biologiche: l'uomo deriva dalla scimmia, i fossili sono anelli di congiunzione, l'evoluzione va da semplice al complesso eccetera; frasi che si sentono ovunque, specie nelle redazioni. Perché? Ancora, perché un caporedattore o quello che è ragiona molto spesso per slogan. Un po' come se tutti iniziassero un articolo sul clima dicendo "non esistono più le mezze stagioni". Ecco perché quando un caposervizio vede la notizia di un fossile rilanciata anche da Google, chiama il responsabile e gli dice di scrivere qualcosa sull'anello di congiunzione. Non accetta lunghe e noiose spiegazioni sul perché l'anello di congiunzione sia un concetto obsoleto e decisamente sbagliato. "Fallo e basta; la gente capisce questo".
Ancora, se vogliamo, sostituire anello di congiunzione con fossile di transizione è un filo meglio, ma nella maggior parte dei casi mi pare sbagliato. La parola transizione sta a significare un punto di mezzo tra un "momento" e l'altro. Transizione significa che i punti significativi sono la partenza e l'arrivo. E dov'è la partenza nell'evoluzione? Nel brodo primordiale (altra idea obsoleta)? E l'arrivo? Sempre l'uomo, o magari le specie odierne? Tutti i fossili sono di transizione, in un modo o nell'altro. Forse si potrebbero definire di transizione quelli da un ambiente all'altro (una definizione ecologica, per così dire). Quindi andrebbe bene Tiktaalik, ma perché allora non Ichtyostega o Acanthostega (qua vicino si vede dove sono le bestie). Ogni fossile, così come ogni specie di adesso, ha una sua dignità unica e indipendente da dove arriva e dove va.
Allora, che fare? Anelli di congiunzione no, fossile di transizione no, insomma, non sei mai contento. Propongo di sostituire le espressioni con... niente. Fossili, specie estinte, nella linea che forse avrebbe portato agli odierni ominidi (se Darwinius fosse un nostro antenato, lo sarebbe anche di gorilla, gibboni, scimpanzé e centinaia di altre specie). Chi siamo noi per essere privilegiati?

20 maggio 2009

Anello man...che?

Lo so, l'ha detto anche Novacek che è importante, che in suo onore c'è un sito, un libro (The Link), un programma di History channel e numerosi commenti a blog più vari. Ma a me questa storia del Darwinius masillae non mi ha convinto, per una serie di ragioni che hanno più a che fare con la comunicazione che con la scoperta in sé. Ho letto a lungo solo il pezzo presente su Tuttoscienze della Stampa e quanto dice Repubblica on line. Sull'edizione cartacea del Corriere non ho trovato niente di rilevante.
Il fossile in sé non è affatto una bufala, premettiamo; è ottimamente conservato (circa il 95%), ha anche l'outline della pelle, forse della carne e il contenuto dello stomaco - era frugivoro. Ma farne una specie di pivot ttorno al quale ruoterà tutta la scienza evolutiva successiva mi sembra sinceramente troppo. Le ragioni sono in parte tecniche; per esempio qui si legge perché l'analisi filogenetica lasci piuttosto a desiderare. In breve, essendo un adapide può in effetti darsi che sia alla base del ramo che ha portato poi agli ominidi, ma la maggior parte dei primatologi sono convinti che questo compito spetti agli omomidi. In questo caso gli adapidi sarebbero più simili a tarsi e lemuri. Ecco cosa dice Wilkins nel suo blog:
So-called plesiomorphic traits, or underived traits, are no indicator that the specimen is a member of an ancestral species, only that it is a member of a group of species, one of which was the ancestor.
Inoltre, e qui si va più sulla comunicazione che sull'analisi tecnica, chiamarlo "anello mancante" (in inglese missing link) è un gravissimo errore che, come dice ancora Wilkins, puzza di Scala naturae e di Grande catena dell'essere. Cioè di concetti che avrebbero dovuto sparire qualche decennio fa. E questo accade nella comunicazione che si è svolta nei siti e nei blog anglosassoni, più attenti dei nostri alla precisione scientifica. Ecco cosa è invece successo in casa nostra.
La Stampa porta un articolo lunghissimo, di Glauco Maggi, in cui si affastellano concetti sbagliati, nome scorretti e idee curiose (a dir poco). Posso capire che un giornalista generico si perda nella massa di dati che gli evengono presentati, ma scrivere (qui online):
La proscimmia promette d’essere l’«anello mancante» capace di portare l’orologio della preistoria indietro laddove non s’era mai spinto, 20 volte più lontano rispetto all’ultima data conosciuta per gli esseri viventi, bipedi mammiferi, che la teoria di Darwin ha censito quali nostri antenati.
Ancora, anello mancante? Proscimmia (un taxon parafiletico se ce n'è uno)? Ultima data conosciuta per gli esseri viventi, bipedi mammiferi? Cosa vuol dire, per dio? Poi prosegue:
È questa convergenza che porrebbe Ida alla radice dell’evoluzione che è arrivata fino a noi, collegandoci con i primati.
Convergenza? Collegandoci con i primati (e noi cosa saremmo)? Il massimo però è questo:
L’analisi fossile ha rivelato che si tratta di una giovanissima femmina, con le dita e le unghie dei piedi al posto delle zampe a «dimostrare» che è una pre-umanoide.
Un animale con le dita al posto delle zampe? È un animale con dei problemi. E finisce:
È l’epoca in cui i primati cominciarono a evolversi in due specie: le proscimmie e gli antropoidi.
In compenso Repubblica parte con:
Ida, 47 milioni di anni fa. "Anello tra primati e mammiferi"
Il fossile di questo animale chiamato Adapide, scoperto nella cava Messel, in Germania, è stato presentato al Museo di Storia Naturale di New York come un passaggio fondamentale per comprendere gli sviluppi dell'evoluzione umana.
Tra primati e mammiferi? Come tra topi e roditori, o delfini e cetacei? Ora, capisco la fretta, ma scrivere che Ibra ha segnato un magnifico canestro nella porta indifesa dei Diavoli di Cortina non verrebbe in mente neppure al peggior giornalista sportivo, neppure dopo aver fumato qualcosa di molto forte. Perché non affidare gli articoli di questo tipo a chi sa che non esiste l'anello mancante? Che i primati siamo noi, che l'evoluzione umana non risale a 47 milioni di anni fa, ma se vogliamo a molto più in là, o molto meno.
Spesso mi rimprovero perché fare le pulci a un collega è sempre sbagliato. Ma qui le pulci si fanno a un responsabile che affida un articolo importante (anche, ma non solo, dal punto di vista della paleontologia) a un perfetto incompetente, che scrive come farei io un articolo sulle rughe per un femminile. O su X-factor (mi dicono sia uno spettacolo molto seguito).

Quanto vi manca?

Ricordo ancora il primo articolo di Stephen Gould che ho letto. Era in Natural History del novembre 1978, pochi mesi dopo la laurea (mia, non sua). Si intitolava The panda's peculiar thumb e raccontava dell'osso sesamoide del panda (da quell'articolo sono nati blog, libri, ragionamenti e ipotesi-teorie; alla faccia della divulgazione che non serve a niente). Da allora non ho mai perso un numero della rivista, non ho perso un libro di Gould (se non le raccolte di saggi di Natural History, cui peraltro sono ancora abbonato). Trovo la prosa di Gould quasi mantrica, e riesco persino a seguire i ragionamenti anche dopo tre o quattro parentetiche. Per questo non posso fare a meno di ricordare che Gould è morto il 20 maggio del 2002 e da allora, nonostante le sue idiosincrasie (non tutto quello che ha detto è convincente, dal mio punto di vista ovviamente) e le sue antipatie, penso che abbiamo perduto uno dei più fini intellettuali del secolo. E non solo nella biologia, ma nel suo modo di affrontare le cose cercandone sempre il lato oscuro, e la completezza. Non accontentandosi mai di quello che prima facie usciva sui giornali, andando a scavare le motivazioni più profonde, soprattutto storicizzando ogni vita e ogni pensiero. Grazie a Gould, non posso più vedere un creazionista del XVI secolo come uno stupido che non capisce i fossili, o un evoluzionista ante litteram come sempre nel giusto. Ricordo ancora, e rileggo, molti articoli di Natural History e molti libri sono sempre sul comodino.
Cercando on line articoli in italiano su Gould, ho trovato questo. Che non è malissimo e che, giuro, mi ero totalmente dimenticato. In fondo alla pagina c'è una meravigliosa intervista che Fabio Terragni ha fatto a Gould nel 1987, quand'è venuto in Italia (chissà se Fabio se lo ricorda). E che, se ricordo bene, aveva una nota in fondo che diceva: l'intervista si è svolta in italiano.
Perché muoiono sempre i migliori?


Foto sopra: © Kathy Chapman online, fonte Lara Shirvinski, Art Science Research Laboratory.

19 maggio 2009

Piano piano

Non so se ci arriveremo, ma visto che quest'anno è il cinquantenario della pubblicazione de "Le due culture" di C. P. Snow, stiamo tentando di organizzare un convegno (o simili) che metta di fonte umanisti e scienziati e li faccia parlare. Dopo un primo incontro sono giunto ad alcune conclusioni che butto qua in ordine sparso. Il libro, come dicono anche quelli di Anobii, è un po' invecchiato, ma ha qualche spunto interessante. Serve più da pretesto che da testo, per così dire. Quello che non è cambiato da allora, anzi secondo alcuni si è anche incancrenito, è la mancanza di cultura scientifica da parte degli umanisti, e la mancanza di comprensione degli studi umanistici da parte degli scienziati. Nella riunione preliminare abbiamo cercato di trovare qualche scienziato che potesse parlarci dei suoi interessi umanistici, e apparentemente non abbiamo avuto grossi problemi. Quasi impossibile invece l'opposto, cioè un umanista che ci potesse dire a cosa (e se) gli sono serviti gli approcci scientifici per i suoi studi. Insomma, personalità di questo livello non le abbiamo trovate (in compenso umanisti di preclara ignoranza ce ne sono venuti a mente a decine). Non è, ritengo, un grosso problema, ma la difficoltà di trovarli è indicativo di un clima culturale un po' viziato. Ho cominciato allora a cazzeggiare in Internet, per ora, e ho trovato molte pagine che prendevano in esame il problema, senza peraltro chiarirmi quasi niente; il minimo comun denominatore era il fatto che la cultura scientifica e quella umanistica sono due modi diversi di vedere la realtà. Leggendo però una presentazione di un libro (che ho senz'altro in redazione) mi è venuto in mente l'effetto Bibbia. Il libro è Proust era un neuroscienziato di Jonah Lehrer, ed ecco parte della presentazione:
Grazie a un approccio multidisciplinare, in cui la ricerca di laboratorio si affianca alla letteratura, il testo spiega come Walt Whitman abbia intuito le basi biologiche del pensiero umano, come Proust sia riuscito a penetrare il mistero della memoria immergendosi nei suoi ricordi d'infanzia, o come Escoffier abbia di fatto ridefinito le linee portanti dell'alta cucina. Un punto di vista diverso, in grado di offrire spunti e occasioni di riflessione tanto al critico letterario quanto allo scienziato.
Interessante, mi sono detto; ma poi ho pensato appunto all'effetto Bibbia; nel libro dei libri c'è tutto e il contrario di tutto. Se anche nella Recherche ci fosse tutto e il contrario di tutto? E se fosse lo stesso per Whitman? Un umanista vi ritroverebbe spunti simili alle moderne neuroscienze, ma questo è solo dovuto al fatto che c'è talmente tanta roba che prima o poi qualche riga significativa la si trova. Obiezione; ma le righe significative ci sono. Certo, come nella Bibbia, in cui c'è anche la giustificazione dello schiavismo (ho detto la prima cosa che mi è venuta in mente, magari non è vero).
Insomma, sono ancora abbastanza in alto mare, e non voglio però finire come Wilson (E.O.) che nel libro Consilience (qui la traduzione italiana) afferma che gli studi umanistici dovrebbero utilizzare i mezzi della biologia per capir come funziona la letteratura.
Ho anche letto parecchio di quello che è stato prodotto in questi anni sull'argomento, da queste pagine del Bryn Mawr College (perché mi vengono in mente i Led Zeppelin? Ah già, Bron Y-Aur Stomp) a tutto quello che è stato detto al convegno del 9 maggio scorso a New York (qui e qui, specialmente - senza dimenticare questo aspetto particolare). L'intreccio si infittisce.

Nonostante il lavoro che faccio...

...a volte non capisco quello che scrivono i miei colleghi dei quotidiani, o come rispondono gli intervistati. Tale roccella (che credo sia del governo), per esempio, sta rispondendo a domande sull'affermazione di fini che non devono esistere leggi ispirate alla fede. Dopo aver negato che il sole sia al centro del sistema solare e che le mele cadano dagli alberi, alla domanda
[Ma guardi che] Il ddl sul testamento biologico obbliga all'idratazione e alla nutrizione artificiale, risponde:
Non è un obbligo; non c'è la possibilità di rifiutare.
Cos'ha voluto dire?

15 maggio 2009

Contrordine compagni

Il titolo si rifà a un famosissimo tormentone anticomunista di Guareschi (spiegazione per chi ha meno di 40 anni). Il contrordine vale invece adesso ai catastrofisti del riscaldamento globale. Secondo una ricerca su Science (qui la notizia da Bbc), l'innalzamento del livello del mare in seguito allo scioglimento della calotta antartica occidentale (West Antarctic Ice Sheet (WAIS) provocherebbe un innalzamento di soli 3,3 metri, e non i sei e passa che si temevano. Gli autori, però, eterni scontenti, dicono che l'innalzamento sarebbe in ogni caso pericoloso: bastano 1,5 metri per mandare sotto molto Bangla Desh, per esempio, e molti Small island state sarebbero quasi del tutto invasi. Il ricalcolo del valore deriva da dati già a disposizione, dice l'autore, Jonathan Bamber dell'University of Bristol's Glaciology Centre; ci si è fidati troppo di vecchie valutazioni, senza tenere conto che si conosce molto meglio la topografia dell'Antartide occidentale sotto il ghiaccio. La simulazione accanto viene da qui, una fonte eccellente di immagini sl global warming.
La notizia mi fa pensare a un fatto curioso; la maggior parte dei negazionisti sono poveri esseri senza né arte né parte, quando non ignorano quasi del tutto le basi del ragionamento (sentire qui per un esempio del caso). Ma alcuni sono scienziati fatti e finiti, che sarebbero in grado di fare ricerche anche di buon livello. Non mi sovviene però nessuno che abbia fatto scoperte eclatanti che smentiscano la base stessa del riscaldamento globale. Quella di cui sopra è importante e interessante, e se un Lindzen qualsiasi avesse fatto questa scoperta, sarebbe stato salutato come la smentita più forte dell'ipotesi del global warming (anche se non lo è affatto - sarebbe come dire che in caso di incendio la mia casa brucerà solo a metà, quindi devo essere contento). È un po' lo stesso caso del l'uomo di Piltdown, una bufala che è stata smentita dai paleoantropologi, non dai creazionisti o dagli oppositori della teoria dell'evoluzione. Insomma, se non siete convinti del global warming, uscite dalle vostre casette di Washington riscaldate dal gasolio della Exxon e andate a raffreddarvi il culetto al Polo nord. Allora, che fate ancora li?

14 maggio 2009

Addio a...


Vedete i posti ritratti nella foto accanto e nelle foto qui e qui?
Fate in fretta ad andarci, perché se lo psiconano e scaiola vanno avanti, saranno completamente distrutti.
Sì, centrali nucleari. All'italiana. Nel senso che faranno di tutto per sconvolgere l'ambiente e poi diranno che non si può fare.

13 maggio 2009

Oh, l'orrore!!

Su indicazione di Climalteranti, ho sentito fino in fondo questa trasmissione in cui uno dei peggiori giornalisti italiani (Giuliano Ferrara) ha imbastito una trasmissione in cui ha dimostrato l'abiezione cui può giungere una visione del mondo viziata da un'ideologia berlusconiana e profondamente religiosa. Ferrara ha invitato Fulco Pratesi e Franco Prodi, insieme a un giornalista del Foglio. Fulco secondo me si è comportato bene, senza troppo esagerare in senso catastrofista. Forse perché lo conosco da qualche annetto, ma mi è sembrato molto più misurato del solito, anche se verso la fine ha un po' perso la pazienza. Prodi invece come al solito si è tirato indietro, con una posizione molto simile a quella delle amministrazioni repubblicane degli ultimi vent'anni, cioè che sono necessari più studi e ancora più studi. Affermare che potremo avere qualche sicurezza solo quando ci sarà l'earth system, e allo stesso tempo denigrare i GCM che a quanto ho capito non possono prevedere praticamente niente mi sembra abbastanza ridicolo. E, guarda un po', la posizione di Prodi è praticamente simile a quella di Lomborg, che affermava quanto fossero ridicole le preoccupazioni del clima e che sarebbe meglio occuparci di altre cose. Da ottimo allievo di Ferrara, Vietti, giornalista del Foglio, ha presentato sghignazzando e dando di gomito una serie di panzane galattiche; c'è la classica della "temperatura che non è aumentata da 10 anni", o che "al Polo Sud il ghiaccio aumenta e l'estensione al Polo Nord è la maggiore da 10 anni", o che "nel 1912 si temeva un'era glaciale", che "il numero di scienziati scettici continua da aumentare" (senza fare un nome a parte il solito Lomborg). Insomma, una vera lezione di giornalismo di qualità abietta. Ho dovuto forzarmi per ascoltare fino in fondo la marea di imbecillità uscite dalla bocca di Ferrara. Che oltre tutto, per fare buon peso, è anche anti-evoluzionista.

12 maggio 2009

Quante culture

Il 9 maggio era l'anniversario della pubblicazione del saggio di C.P. Snow Le due culture. In esso si racconta della differenza tra quello che gli inglesi chiamano humanities (che non vorrei tradurre con scienze umane, ma non so come fare) e le scienze-scienze. Lo scopo di Snow non era limitarsi a parlare di questo, ma di far notare che solo con la conoscenza di entrambi gli approcci si sarebbero potuti risolvere i problemi del pianeta, prima fra tutto la povertà (qui un articolo di Nature che parla proprio di quello). Quello che è rimasto nella coscienza collettiva di questa nozione però è solo il fatto che le due culture, l'umanistica e quella scientifica, hanno diciamo così difficoltà a parlarsi. Anche se non è difficile capire quali siano, non ho mai afferrato invece le differenze sostanziali tra le due culture. Approccio qualitativo contro qualitativo, intuizione verso osservazione, calcolo verso idee? Mi sembrano ipotesi un po' stiracchiate; per questo ho cercato di capire cosa ci fosse sotto. Ho trovato una serie di cose molto interessanti.
Ecco un breve elenco.
Il mio filosofo preferito, Wilkins, mi spiega cosa sono le humanities secondo lui; questo post l'ho capito, quello da cui prende spunto, che è qua, mi è sembrato un totale casino. Perché? Perché Wilkins è un filosofo della scienza, e Haines è un professore di inglese. Il primo si affida alle idee (chiare) il secondo alle citazioni (per pochi eletti). Che sia questa una delle differenze che voglio scoprire?
Su questo sito, invece, c'è una serie di interviste, lunghette, a vari personaggi della scienza, dal Wilson (E.O.), a Steven Pinker, al sommo Marc Hauser, per capire cosa intendono loro per cultura umanistica e scientifica. Specie Hauser parla della terza cultura, un'invenzione dell'agente letterario John Brockman, e delle differenze (the gap is monumental) tra le due culture e anche all'interno delle scienze.
Qui c'è il blog di Chris Mooney e Sheril Kirshenbaum che parlano del successo della conferenza su Snow che si è tenuta a New York il 9 maggio, con alcuni appunti di live blogging.
Fatevi un'idea, magari cerco di approfondire. Sempre considerando che per me la cultura umanistica è inafferrabile come un'anguilla; non capisco quasi mai cosa vogliano dire gli umanisti. Per finire, vogliate gradire questa mappa delle scienze grazie a Plos. Notate che ci sono anche scienze umane (definizione che ritengo un ossimoro, ma tant'è).

11 maggio 2009

Multiche? Parla il nano

Il NAPDC (nostro amato presidente del consiglio) si è espresso contro un'Italia multietnica, non capisco se parlando al futuro o al passato. Nel senso che si augura un'Italia monoetnica, oppure che pensa che in questo disgraziato stivale ci sia più di un'etnia (se mai sapesse cosa vuol dire). Consiglio ai suoi consiglieri di farsi leggere (dubito sappiamo essi stessi identificare i segnetti neri sulle pagina di un libro (?), dicevo farsi leggere qualche passo di "Geni, popoli e lingue" di Luigi Luca Cavalli-Sforza*. Sarebbe meglio Storia e geografia dei geni umani, ma questo libro ci dice che l'intera nazione italiana ha una struttura genetica estremamente complessa, a parte forse i sardi, e che le etnie che hanno fatto l'Italia sono millanta, che tutta la notte canta. Non ho tempo di andare a prendere il libro e fare qualche scansione, ma credo che questa mappa sia più che sufficiente.

È la frequenza di due geni, R1b e J2a. Il primo diffuso tra i popoli mitteleuropei e atlantici, il secondo proprio dei popoli semitici del Mediterraneo orientale. Sono solo due geni, ma se ne aggiungete decine e decine capirete che l'influenza della migrazioni è stata incommensurabile. E siccome l'Italia è sempre stata una penisola di passaggio, qui altro che multietnica.

Qui invece una bella mappa degli aplogruppi in Europa, che viene da qui.
È ovvio che una cosa sono i geni, un'altra le etnie (per non parlare di razze) , ma se si pensa ai geni come la base della struttura anche culturale umana non si può fare a meno di pensare che la nostra penisola sia proprio un bel mischione di etnie.

Come al solito, il nano ha parlato con l'orifizio più vicino al neurone non occupato col sesso.

*A una conferenza dell'ottimo Maurizio Casiraghi a (di tutti i posti!) Casalpusterlengo, gli ho sentito dire che l'assegnazione dei premi Nobel è sempre piuttosto curiosa, visto che non l'hanno ancora assegnato a Cavalli-Sforza. Sottoscrivo in pieno.

Dawkins e il Concorde

Due notizie che riguardano l'energia mi ricordano invece un errore che ho letto per la prima volta in Dawkins. E che mi pare lui chiami Concorde fallacy (l'errore del Concorde) e che gli economisti chiamano the sunk cost effect (effetto costi sommersi ). Obama, secondo Knight science journalism tracker, ha affondato il progetto Yucca Mountain, il sito che avrebbe dovuto accogliere i rifiuti nucleari ad alta energia degli Stati Uniti (Yucca Mountain is the site of America's first planned repository for spent nuclear fuel rods and solidified high-level radioactive waste). E ha inoltre bloccato ogni sviluppo della macchina a idrogeno, un progetto che potrebbe concretizzarsi tra una ventina d'anni (e si diceva la stessa cosa vent'anni fa). L'errore del Concorde è l'investire continuamente in progetti che si sono dimostrati quasi infattibili solo perché in questo modo "non si buttano via i soldi già spesi". Peccato che in questo modo i soldi spesi inutilmente continuino ad aumentare, anche se le prospettive di un esito favorevole sono sempre più lontane. Ci vuole di solito un cambio di conduzione per capire che un progetto non ha alcun futuro, e smettere di buttare denaro.*

* Ogni riferimento a "grandi opere" del governo dello psiconano è puramente voluto.

07 maggio 2009

Gli alberi sono segnaposti?

Vogliono vendere questi frammenti di boschi per farne...

Firmate qua sotto. Non ve ne frega niente di dove sono, sono alberi che abbatteranno.













Sign for SENZA BOSCHI NON CI STIAMO


05 maggio 2009

Un dio omeopatico (e carrolliano)

A volte è il corto circuito mentale che ti fa capire le cose. Anche se può essere pericoloso, e bruciare i pochi neuroni funzionanti (quelli non estinti dal lavoro). Mi è capitato anche perché a volte saltabecco da un sito a un libro - sul tram non è facile leggere Internet. Allora, il sito è questo; cerca di conciliare una posizione scientifica (non scientista) a una religiosa. È ovvio che mantenere tutte le posizioni della scienza, specie della biologia, e ANCHE tutte quelle della religione riduce la divinità a una specie di "Dio della piccole cose" (è la mia infedele traduzione di God of the gaps). Nella pagina linkata, per esempio, si dice che la divinità interviene nelle cose del mondo, presumibilmente per indirizzare l'evoluzione – che ricordiamo è il punctum dolens di tutta l'opposizione religiosa – ma all'interno delle leggi scientifiche. E come farebbe? Ecco:
Modern physics has replaced it with a very different picture of the world. With quantum mechanical uncertainty and the chaotic unpredictability of complex systems, the world is now understood to have a certain freedom in its future development. [...] It is thus perfectly possible that God might influence the creation in subtle ways that are unrecognizable to scientific observation. In this way, modern science opens the door to divine action without the need for law breaking miracles. Given the impossibility of absolute prediction or explanation, the laws of nature no longer preclude God’s action in the world. Our perception of the world opens once again to the possibility of divine interaction.
Cioè, Dio interviene nel mondo dando un colpetto qua e uno là agli atomi (o ai quanti, o ai neutrini, o al bosone di Higgs) per far sì che le mutazioni non siano proprio così casuali come i biologi pensano. Quindi: God’s spirit guides the progression of life.
Il dio di BioLogos è quindi quantistico. Esattamente (ecco il cortocircuito mentale) quello che accade quando si cerca di farsi spiegare quel che accade nell'omeopatia. Nell'acqua sottoposta a succussione o dinamizzazione, le molecole del "farmaco" agiscono (probabilmente) sul corpo attraverso effetti che invocano la weak quantum theory. In questo post si trova il riassunto della posizione di coloro che invocano l'effetto quantistico delle molecole NON contenute in un preparato omeopatico.
In conclusione, sia Dio che le molecole dei preparati omeopatici influenzano quantisticamente il comportamento di composti organici. Per questo prima ho parlato di Dio delle piccole cose – per i signori di BioLogos e gli omeopati le cose sono talmente piccole da essere invisibili, e soprattutto l'azione della divinità e del farmaco è in principio inconoscibile. Come ho letto in un commento qua: What's the difference between an unrecognizable god and no god at all?
Ultimo commento: poiché sappiamo che le molecole dei preparati omeopatici non esistono, non è possibile trarre la stessa conclusione sulla divinità? Che quindi piano piano
this time it vanished quite slowly, beginning with the end of the tail, and ending with the grin, which remained some time after the rest of it had gone.
Ecco Carroll. Tout se tien, n'est pas?

04 maggio 2009

Tra vent'anni la fine del mondo


Il titolo è il solito trucco da giornalista che ne approfitta per attirare i lettori con frasi a effetto, ma non è tanto lontano dal vero (se non ricordo male è anche simile al titolo di un Urania di qualche annetto fa, Tra dieci mesi la fine del mondo, di Benford). Ma mi fa specie che ben pochi in Italia (forse obnubilati dalla lotta titanica tra il nano e la moglie) abbiano richiamato lo speciale di Nature che si intitola The climate crunch. Solo un esemplare articolo di Antonio Cianciullo su Repubblica (e un post su un blog elettorale) ha lanciato l'allarme sull'argomento, parlando anche lui di vent'anni di tempo per raddrizzare la rotta. Il blocco di roba di Nature (un paio di articoli, la recensione di un libro, un saggio e un editoriale; quasi tutti sono a pagamento) è anche un potente cambio di prospettiva, perché non si parla più di percentuali di emissioni nazione per nazione ma di una visione planetaria. Cioè, per tenere la CO2 sotto una percentuale "globale" di circa 450 ppm in atmosfera, sarebbe necessario non bruciare più di un terzo dei combustibili fossili che abbiamo usato fino ad adesso. Si guarda cioè alla quantità immessa in atmosfera finora, indipendentemente dal tempo che l'umanità ha impiegato per queste emissioni. Uno degli autori del testo dice che:
"It's tougher than people have appreciated. We have less room to manoeuvre".
Il pezzo di Nature fa anche la storia delle previsioni e rende giustizia ai modellisti, che avevano previsto abbastanza bene, solo con modelli al computer allora abbastanza rudimentali, cosa sarebbe successo. Ma la prospettiva cambia anche in un altro modo. Molti modelli dicono che il limite da evitare è 450 ppm. Il più catastrofista tra i climatologi (ma uno che spesso ci ha preso) cioè James Hansen, dice che la cifra da evitare è 350 ppm. A chi gli fa notare che l'abbiamo superata, dice solo "Appunto! Muoviamoci". Ma tornare ai 350 non risolverebbe affatto i problemi. Come ha fatto notare Susan Solomon, anche se smettiamo subito di emettere (e subito significa subito, ora, adesso), ci vorranno mille anni perché le cose tornino a un livello sopportabile.
Ma come si rimane sotto la soglia? Ecco la frase dell'ultimo articolo di Nature:
For the period 2000 to 2050, they find that the world would have to limit emissions of all greenhouse gases to the equivalent of 400 gigatonnes of carbon in order to stand a 75% chance of avoiding more than 2 °C of warming. Other greenhouse gases, such as methane and nitrous oxide, are expected to produce as much warming as 125 gigatonnes of carbon in the form of CO2 would; that means emissions of CO2 itself over the half-century have to add up to less than 275 gigatonnes of carbon.
Ma: "If we want to have a smooth landing and to decrease emissions in a smooth way, our options are essentially exhausted. We have to bend down our emissions by 2020".
Insomma, se vogliamo salvare la civiltà occidentale (solo quella, credo, le altre potranno sopravvivere, com l'eccezione degli Small Island States) bisogna guardare al cumulative warming commitment, cioè la quantità di carbonio che ogni nazione può emettere, abbiamo i limiti della figura di cui sopra (sono in percentuale i dati della CO2 emessi fino al 2006), i cui dati provengono dal Carbon Dioxide Information Analysis Center (un altro organismo del governo degli Stati Uniti catturato dai cattivoni serristi alleati con l'abbronzato).
L'articolo finisce con una nota ancora più pessimista dei dati riportati: "At some point, you begin to throw your hands up. It's very frustrating," says Weaver (un modellista dell'University of Victoria in British Columbia, Canada ndb), who pulls a reference from an ancient global crisis. "Climate scientists," he says, "have begun to feel like a bunch of Noahs — thousands of Noahs."
Pensate ancora che i litigi sul ninfomane capo del governo siano fondamentali?

03 maggio 2009

Non ditelo a Bossi...

... che il suo bis-bis nonno era un nero. Ma nero-nero. Certo, tutti lo sapevano, ma ogni studio conferma questa ipotesi. In un enorme ricerca che ha coinvolto decine di ricercatori (anche un'italiana, da Ferrara) sono state studiate 121 popolazioni africane, 4 afroamericane e 60 non africane. Per stabilire che le popolazioni africane sono le più ricche di biodiversità (c'è più differenza tra due popolazioni vicine che tra una popolazione europea e asiatica). Capire quale sia la costituzione genetica di una popolazione serve anche a comprendere quali siano stati i pattern migratori della stessa; non solo, ma questo studio si combina alla perfezione con studi culturale e linguistici - per esempio le popolazioni che parlano con clic e che abitano in Namibia- Botswana (i San) sono "parenti" di quelli che usano un linguaggio simile in Africa orientale. Le conseguenze più importanti riguardano gli altri popoli, che possedendo appunto solo una parte della variabilità genetica degli africani, sono ovviamente derivati dagli africani stessi. Tanto che l'abstract conclude:
Evolutionary geneticists could also use the data to investigate questions such as when and where modern humans evolved in Africa and the size of the population that migrated out of Africa.
A confermare altri studi c'è anche il fatto che gli africani più antichi sono coloro che venivano chiamati boscimani, cioè ancora i San (qui accanto).*
Un buon riassunto lo si trova qua e qua. nel primo articolo c'è anche una mappa (qua) che chiarisce come la variabilità genetica sia maggiore in Africa sud-occidentale e che forse i primi che uscirono dall'Africa lo fecero in barca.

* La foto viene da qua.

01 maggio 2009

L'astronave dei Golgafrincham

È un po' che non posto, e di questo se ne sono accorti in pochi (diciamo solo io). Ma quando ti capita fra capo e collo un incidente stradale del figlio (lui sta bene, meno male, la macchina un po' meno), non hai una gran voglia di scrivere. Ma a volte si leggono cose che ti fanno pensare di avere sbagliato del tutto mestiere. Il giornalista scientifico si basa si basa su fatti, articoli, opinioni fondate. Il tuttologo non ne ha bisogno, e spara colossali stronzate. In Italia siamo pieni di questi figuri, ma pensavo che il Resto del mondo ne fosse quasi privo (tipo che se facciamo Tuttologi Italia - Resto del Mondo vinciamo a mani basse). Non è vero, in Inghilterra, per esempio, su segnalazione di Inminoranza c'è questo tipo che odia le scienze manco fosse Croce o un Romantico dell'ottocento. Sul blog linkato sopra trovate un paio di suoi contributi all'umanità. E mi ha fato venire in mente che uno dei geni che ci sono stati tolti in anticipo, DNA, aveva previsto tutto. Come? Guardate qua. In breve, il pianeta del titolo ha risolto il problema di un terzo della popolazione, quella costituita da, essenzialmente, parassiti. Come, letteralmente,
hairdressers, tired TV producers, insurance salesmen, personnel officers, security guards, management consultants, telephone sanitizers and the like
. La frase è di Wikipedia, ma il testo originale è quasi così. Questi sono stati spediti nello spazio. Con conseguenze inattese; ma questa è un'altra storia.
Insomma, anche noi terrestri dovremmo costruire una bella astronave. E i candidati sono proprio come il tipo di cui sopra. Insieme a...

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