31 agosto 2008

Questa è la nostra specie


La notizia è breve, quasi una curiosità, ma vale la pena riportarne i punti principali. Il titolo è: Il dramma degli orsi naufraghi: "Il loro iceberg si è sciolto". In sé la cosa è già accaduta altre volte, ma questi sono (erano) nove, tutti insieme, e stanno morendo uno a uno. Allora, un iceberg dove stavano alcuni orsi polari si è sciolto, e loro hanno cominciato a nuotare per trovare il ghiaccio o la terraferma. Però La terra più vicina era a una distanza raggiungibile per questi instancabili animali: un centinaio di chilometri più a sud. Ma l'istinto li ha spinti a muoversi in direzione opposta, verso nord,. E allora, anche se sono ottimi nuotatori, non ce la fanno. Ecco il primo punto: non so se lo facciano per istinto o per abitudine, certo è che nuotano verso un posto dove da migliaia di anni c'è ghiaccio, cioè il Polo nord. Solo che adesso non c'è più. La causa, molto probabilmente, è il riscaldamento globale, a sua vola provocata dalle attività umane (a questo punto astenersi negazionisti). Tra le attività umane più "colpevoli", c'è l'estrazione e quindi l'uso del petrolio. E' quindi piuttosto ironico che: L'avventura degli orsi sperduti tra l'Alaska e il Polo è così presto diventata una tragica odissea per tornare a casa, filmata, fotografata e seguita dagli specialisti del governo americano e delle compagnie petrolifere che operano in quella desolata. Il grassetto mio. Cioè, prima togliamo loro la terra (il ghiaccio) di sotto i piedi, poi andiamo a filmarli per cercare di salvarli. Questo la dice lunga sulla psicologia dell'uomo: la visione generale non cambia assolutamente quella particolare e singola; che IO come petroliere sia la causa prima e diretta della morte di un'intera specie, non mi impedisce di cercare di salvarne alcuni componenti. Perché l'orsetto bianco in sé è carino, la specie in sé non la vedo. Se fossero coerenti, i petrolieri (che per filmare gli orsi hanno dovuto spendere dei soldini, non credo che gli elicotteri volino gratis), dovrebbero sparare alle bestie in acqua. Ma questo non si fa, poi passi per il cattivo di turno; molto meglio una lunga agonia che una caritatevole fucilata. E questo vale sia per la specie che per il gruppo di individui.
Ma proseguiamo: Sempre più spesso capita che arrivino a nuoto, o su piccoli iceberg, fino all'Islanda, dove la popolazione locale peraltro li uccide a fucilate appena raggiungono la riva. E così, anche l'Islanda si è giocata la mia vacanza (nel senso che non ci vado più; non che potessi farlo, ma almeno adesso ho una scusa per non andarci, olgtre alla caccia alla balena...). Insomma, la nazione nordica, che passa per ecologista, ammazza gli orsi appena arrivano stremati sulla spiaggia. Poi cerca di salvare il pianeta (forse meglio, le sue chiappe) andando verso un'economia dell'idrogeno, non usando più petrolio e compagnia cantante.
Ovviamente si potrebbero soccorrere in qualche modo, ma costa troppo ed è molto difficile (gli orsi sono bestioline di qualche quintale, e soccorrerli anche se sono deboli in mare non è le cosa più facile del mondo). Ma qualcuno ci tenta, anche se sarebbe molto meglio tenere quei soldi per fare campagne contro il riscaldamento globale. Insomma, un groviglio di contraddizioni.

La foto sopra viene da qui

30 agosto 2008

Il solito giochino


Da un blog che non conoscevo, un elenco di libri definiti pop-science. Cioè, credo, scienza per il popolo: in grassetto quelli che ho letto. Come vedete, la titolare del sito dev'essere una fisica. Di biologia non c'è quasi niente. Qui metto questo elenco, ma appena possibile faccio anch'io i miei 75. Chissà perché 75?

1. Micrographia, Robert Hooke
2. The Origin of the Species, Charles Darwin
3. Never at Rest, Richard Westfall
4. Surely You're Joking, Mr. Feynman, Richard Feynman
5. Tesla: Man Out of Time, Margaret Cheney
6. The Devil's Doctor, Philip Ball
7. The Making of the Atomic Bomb, Richard Rhodes
8. Lonely Hearts of the Cosmos, Dennis Overbye
9. Physics for Entertainment, Yakov Perelman
10. 1-2-3 Infinity, George Gamow
11. The Elegant Universe, Brian Greene
12. Warmth Disperses, Time Passes, Hans Christian von Bayer
13. Alice in Quantumland, Robert Gilmore
14. Where Does the Weirdness Go? David Lindley
15. A Short History of Nearly Everything, Bill Bryson
16. A Force of Nature, Richard Rhodes
17. Black Holes and Time Warps, Kip Thorne
18. A Brief History of Time, Stephen Hawking
19. Universal Foam, Sidney Perkowitz
20. Vermeer's Camera, Philip Steadman
21. The Code Book, Simon Singh
22. The Elements of Murder, John Emsley
23. Soul Made Flesh, Carl Zimmer
24. Time's Arrow, Martin Amis
25. The Ten Most Beautiful Experiments, George Johnson
26. Einstein's Dreams, Alan Lightman
27. Godel, Escher, Bach, Douglas Hofstadter
28. The Curious Life of Robert Hooke, Lisa Jardine
29. A Matter of Degrees, Gino Segre
30. The Physics of Star Trek, Lawrence Krauss
31. E=mc<2>, David Bodanis
32. Zero: The Biography of a Dangerous Idea, Charles Seife
33. Absolute Zero: The Conquest of Cold, Tom Shachtman
34. A Madman Dreams of Turing Machines, Janna Levin
35. Warped Passages, Lisa Randall
36. Apollo's Fire, Michael Sims
37. Flatland, Edward Abbott
38. Fermat's Last Theorem, Amir Aczel
39. Stiff, Mary Roach
40. Astroturf, M.G. Lord
41. The Periodic Table, Primo Levi
42. Longitude, Dava Sobel
43. The First Three Minutes, Steven Weinberg
44. The Mummy Congress, Heather Pringle
45. The Accelerating Universe, Mario Livio
46. Math and the Mona Lisa, Bulent Atalay
47. This is Your Brain on Music, Daniel Levitin
48. The Executioner's Current, Richard Moran
49. Krakatoa, Simon Winchester
50. Pythagorus' Trousers, Margaret Wertheim
51. Neuromancer, William Gibson
52. The Physics of Superheroes, James Kakalios
53. The Strange Case of the Broad Street Pump, Sandra Hempel
54. Another Day in the Frontal Lobe, Katrina Firlik
55. Einstein's Clocks and Poincare's Maps, Peter Galison
56. The Demon-Haunted World, Carl Sagan
57. The Blind Watchmaker, Richard Dawkins
58. The Language Instinct, Steven Pinker
59. An Instance of the Fingerpost, Iain Pears
60. Consilience, E.O. Wilson
61. Wonderful Life, Stephen J. Gould
62. Teaching a Stone to Talk, Annie Dillard
63. Fire in the Brain, Ronald K. Siegel
64. The Life of a Cell, Lewis Thomas
65. Coming of Age in the Milky Way, Timothy Ferris
66. Storm World, Chris Mooney
67. The Carbon Age, Eric Roston
68. The Black Hole Wars, Leonard Susskind
69. Copenhagen, Michael Frayn
70. From the Earth to the Moon, Jules Verne
71. Gut Symmetries, Jeanette Winterson
72. Chaos, James Gleick
73. Innumeracy, John Allen Paulos
74. The Physics of NASCAR, Diandra Leslie-Pelecky
75. Subtle is the Lord, Abraham Pais

Di molti di questi c'è la traduzione italiana.
Io ne ho letti solo 18.
Si accettano consigli.
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Now playing: Italian Rock Session Band - Il Balletto Di Bronzo: Primo Incontro (Aural Moon)
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DI contro Dio


In questa intervista al Jerusalem Post, Michael Medved, un conservatore americano in tour in Israele per spingere l'elezione di McCain, l'intervistatore fa un paio di domande anche sul Disegno Intelligente, perché guarda caso Medved è anche fellow del Discovery Institute, l'organismo che si batte col mondo della scienza per insegnare il creazionismo nelle scuole. Due cose; prima di tutto Medved dice che il DI non è una teoria, ma solo una sfida all'evoluzione. E' quindi una posizione che cerca di distruggere una teoria scientifica ben stabilita. Ma la seconda domanda è migliore. Poiché è una spiegazione della complessità della vita che non fa uso dell'ipotesi "Creatore" (almeno non ufficialmente) l'intervistatore dice:
"The question is not whether it replaces evolution, but whether it replaces God". Cioè, non è forse vero che il creazionismo moderno (cioè il DI) cerca di sostituire la creazione ab nihilo con un qualcosa di più sfumato? In poche parole, rimpiazzare Dio come creatore inspiegabile?
Adesso che hanno voluto la bicicletta, devono pedalare, si dice dalle mie parti.

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Now playing: Led Zeppelin - How Many More Times (Radio Free Phoenix)
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L'immagine sopra è di Steve Sack, da http://www.goalsforamericans.org

27 agosto 2008

Ogni tanto, qualcuno ti dà ragione


Anche se succede lontano migliaia di chilometri non dispiace mai. In lontane (nel tempo, stavolta) discussioni sul NG it.scienza.biologia ho sempre sostenuto che se è importante l'estinzione di una specie, non bisogna dimenticare che le specie sono composte di popolazioni. E che se salvassimo solo un paio di esemplari (maschio e femmina, magari) per ogni specie terrestre, ciò non significherebbe che la biodiversità del pianeta non è diminuita. Adesso, in una lunga intervista a Ira Flatow di Science Friday, Paul Ehrlich afferma esattamente le stesse cose. Cioè che è bene preoccuparsi dei numeri delle specie estinte, ma non bisogna dimenticare le popolazioni, che costituiscono le basi degli ecosistemi. Con tutta una serie di considerazioni piuttosto pessimistiche, e che condividono, sul futuro del pianeta. Il tutto fra l'altro mi fa venire in mente anche il fatto che preoccuparsi solo delle specie non è lontano da quello che Mayr chiamato "pensiero essenzialista" (il link rimanda a un lungo post dell'eterno Wilkins, che dice tutto il contrario, ma come sempre è interessante). Come se la specie fosse un'essenza che scompare solo quando scompare l'ultimo esemplare della specie stessa. Un esempio contrario è quello di molte specie che nidificano in colonia, come il colombo migratore (raffigurato sopra). Verso la fine della sua esistenza, anche se esistevano ancora centinaia di esemplari, L'Ectopistes migratorius era già morto, perché i colombi erano abituati a nidificare in migliaia di esemplari vicini, per le più svariate ragioni.

L'immagine sopra è in public domain, perché il copyright è scaduto

23 agosto 2008

Qui si va sul difficile...


...per me almeno. Ho già parlato del principio antropico, e ho già detto che lo trovo un concetto molto poco scientifico (si parte da un assunto per trovare le prove dello stesso). Ma le mie conoscenze di fisica non mi permettevano certo di contestarlo da punto di vista matematico o logico. E ho sempre cercato qualcuno che lo facesse per me, seguendo certe intuizioni. Proprio queste intuizioni sono state usate da Fred Adams per dire che il nostro universo è tutt'altro che speciale. Vediamo le conclusioni dello studio, pubblicato su Journal of cosmology and astroparticle physics (il testo è liberamente scaricabile). Allora, Adams dice che: a sizable fraction of the parameter space (roughly one-fourth) provides the values necessary for stellar objects to operate through sustained nuclear fusion. As a result, the set of parameters necessary to support stars are not particularly rare.
Cioè che anche variando fino a un fattore 100 alcuni parametri che "costruiscono" l'universo, come la costante gravitazionale, la costante di struttura fine e una serie di altre costanti che determinano i tassi di reazione dei processi nucleari, almeno un quarto degli "universi" che escono da questa simulazione permettono la nascita delle stelle come quelle che ci sono adesso. Questo significa che tutto il bla-bla che si fa sull'essere speciale del nostro universo, con l'ovvio corollario che è speciale perché doveva nascere un osservatore, che ovviamente è la nostra specie. Un altro colpo alla nostra hubris?



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Now playing: Russell Morris - The Real Thing (Parts 1 & 2)^Into Paper Walls (Part 3) (Technicolor Web of Sound)
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17 agosto 2008

Anelli di specie


Sollecitato prima delle mie ferie (in Bretagna - decine di specie viste, compreso martora e volpe, morte in autostrada) da tupaia, mi sono messo a fare una ricerca sugli anelli di specie (che in inglese suona ring species). Per puro caso, tanto che sto cominciando a credere che Jung con la sua sincronicità ci avesse in qualche modo beccato, è apparso un bell'articolo su un noto anello di specie, dei pappagalli australiani dai colori spettacolari. Sono delle roselle (del genere Platycercus, la specie è P. elegans) e vivono in Australia dell'est, in quello che sembrerebbe un anello incompleto di pappagalli dai colori diversi. Ci sono roselle rosse, altre gialle, altre cremisi. Uno studio su Proceedings of the Royal Society B - cui non ho accesso - dimostrerebbe che sì, forse, può darsi che in alcuni casi ci siano state speciazioni per "isolamento da distanza", come da ipotesi degli anelli di specie. ma ci sono molti casi invece in cui alcune popolazioni sono decisamente diverse da altre vicine (sia come colore che struttura genetica) altre invece sono decisamente simili fenotipicamente anche se sono lontane. Inutile che mi addentri nella spiegazione quando una tizia americane (molto simpatica, e altrettanto brillante) ne ha tratto un ottimo post. Da qui sono andato a vedere altri esempi che dovrebbero essere anelli di specie. Uno citato da lei è quello di un luì asiatico (Phylloscopus trochiloides) che in effetti canta in maniera diversa secondo la posizione attorno all'Hymalaia. Fin qui ci siamo. L'altro esempio più citato è quello dei gabbiani. Attorno al Polo nord esistono parecchie specie di gabbiani (tutti del genere Larus) che, partire dal Larus argentatus , la forma diciamo inglese, si possono accoppiare con la forma vicina (non voglio dire specie perché in questo caso sarebbe veramente un casino giustificare l'uso del termine). Si pensava che quindi, a partire da uno degli anelli della catena, ci fosse stata una generazione di specie attorno al Polo nord. Senonché uno studio genetico del 2004 (debitamente citato nell'articolo di Wiki) dimostra che non è così, e che - nelle parole degli autori - Based on mitochondrial DNA variation among 21 gull taxa, we show that members of this complex differentiated largely in allopatry following multiple vicariance and long-distance-colonization events, not primarily through isolation by distance. Reproductive isolation evolved more rapidly between some lineages than between others, irrespective of their genetic distance.
Un altro articolo, anch'esso rintracciato attraverso Wiki, fa il punto proprio su luì e altre specie asiatiche, e partendo dagli anelli di specie giunge alla conclusione che i vari Concetti di specie con cui si classificano animali e piante (Biological Species Concept (BSC) di Mayr (1942) e altri, Phylogenetic Species Concept (PSC) di Cracraft (1989), Nixon e Weeler (1990) e Monophyletic Species Concept (MSC) di Mishler and Donoghue (1982) and Lidén and Oxelman (1989)), incontrano gravi difficoltà. Insomma, da esempio da libro di testo dell'evoluzione gli anelli di specie stanno diventando un vero problema. E questo dimostra secondo me alcune cose importanti; primo, che voler utilizzare concetti o "idee" piuttosto semplici a oggetti decisamente più complessi delle idee stesse a volte può condurre a contraddizioni e vicoli ciechi. In fisica, ma non conoscendola a fondo forse mi sbaglio, mi pare che i concetti siano sempre molto più complessi degli oggetti di studio. In fondo una particella in sé non è particolarmente complicata, a meno che non inizi a interagire con altre. E in questo caso le leggi fisiche ne seguono le sorti, con maggiore o minore successo. Per gli oggetti viventi le cose sono diverse. Fare rientrare il loro comportamento o la loro storia in "leggi biologiche" non è quasi mai semplice. E in effetti la Legge più universale, la selezione naturale, è tutto meno che precisa e matematica; lontana quindi, con buona pace dello zichiccone, dall'ideale galileiano dell'universo scritto in linguaggio matematico.
Secondo, ma quest'idea è stata discussa ad infinitum, spesso non si tiene conto, nelle spiegazioni biologiche, della storia della specie e degli individui; che possono offuscare, fino a nascondere, anche i pattern evolutivi più chiari, almeno nelle menti dei ricercatori.

Now playing: PHISH: "You Enjoy Myself")
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L'immagine sopra è dell'Australian Broadcasting Corporation.

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